Io ho questo problema che ogni volta che mi trasferisco in una casa nuova devo dipingere una parete di blu.
Prima ancora di aver svuotato gli scatoloni e scoperto dove sta il contatore dell'acqua, di aver trovato il posto più comodo dove mettere la ciotola del cibo di Buzz Aldrin, addirittura prima di aver sistemato i libri in ordine alfabetico per autore divisi in sezioni tematiche, devo proprio dipingere una parete di blu.
Per ventidue anni ho abitato sempre nella stessa casa. Poi, ho iniziato a traslocare.
Non è successo per caso. Da un certo momento in avanti, casa mi sembrava una parentesi con tre puntini dentro, come quella pagina di quel libro di Perec dove una storia si interrompe a metà nel momento più interessante e non ricomincia più. Peggio delle case infestate, ci sono solo le case così vuote che perfino i fantasmi si sono resi conto che non c'è rimedio, ormai, si sono infilati la giacca una mattina e se ne sono andati anche loro.
Io però ho deciso che i fantasmi ce li voglio, dentro casa, e negli ultimi ventiquattro mesi, per inseguire i miei, ho traslocato due volte e mezza.
La mezza volta è stata a Parigi. La cosa sorprendente della casa di Parigi è che non ne ricordo l'indirizzo. Ogni tanto ci ripenso, ma niente. Qualche volta ho provato a cercarlo su una mappa, ma non è servito. Vuoto, nulla, zero. Neanche un indizio vago, un nome, qualcosa. Non ci saprei nemmeno tornare, se mai decidessi di volerci tornare. Ci sono arrivata in macchina dalla stazione degli autobus di fronte al Palais des Congrès, e la strada non me la ricordo perché non l'ho guardata, tenevo gli occhi attaccati ai tacchi della donna che stava guidando, perché mi sembravano decisamente troppo alti per guidare nel centro di Parigi, che mi ricordo, quando siamo passati per una specie di rotonda con quattro file di macchine che ci giravano attorno, e noi sparati in mezzo ai novanta, ho pensato Ecco adesso muoio, muoio in questo modo stupido mezzora dopo esser scesa dall'aereo, per colpa di quei tacchi. Invece non sono morta, ma sono arrivata a casa che mi girava fortissimo la testa. Ho trascinato le mie due valige su per le scale, dentro la porta, attraverso un salotto con cinque divani, uno diverso dall'altro, disposti a semicerchio, davanti a un grosso leone di pezza che stava sdraiato su uno dei cinque divani, poi lungo un corridoio, fino alla mia stanza, e lì mi sono fermata, mi sono guardata in giro.
Non potevo dipingere nessuna parete di blu, per due motivi.
Il primo, la mia stanza non era davvero mia.
Il secondo, non c'erano pareti libere. Tutte occupate da mobili. Più che altro armadi. Grossi armadi. Grossi armadi vuoti. E un letto matrimoniale troppo grande per farsi spazio in mezzo a tutti quegli armadi, spinto dentro la stanza con la forza, schiacciato contro l'unica finestra, chiusa. È stato lì, mentre mi toglievo le scarpe e camminavo sopra il materasso per raggiungere la finestra e aprirla, che ho pensato di scappare. Allora la notte dopo, facendo meno rumore possibile, ho rimesso dentro le mie due valige le poche cose che avevo tirato fuori - uno spazzolino, un paio di stivali, la giacca pesante, una luna di carta che avevo portato con me pensando che avrei avuto almeno un muro su cui appenderla, anche bianco, se proprio blu non era possibile -, ho infilato un paio di jeans sopra i pantaloni del pigiama, le scarpe, e sono uscita da quella casa con troppi mobili, facendo dei movimenti lentissimi per non svegliare nessuno. Poi, scesa la prima rampa di scale, non so cos'è successo, ho cominciato a correre, con trenta chili di valige che sbattevano contro ogni gradino, porte che si aprivano, persone che urlavano in francese, e io che correvo fuori, per strada, verso la stazione dei treni, un paio di parigini mattinieri che mi guardavano perplessi, un signore gentile che si offriva di darmi una mano, e io invece no, grazie, non serve, via, di corsa, andarsene, non guardare indietro casomai qualcuno se ne fosse accorto, che ero scappata, mi avesse seguito.
La seconda volta che ho traslocato, ho cominciato a riempire gli scatoloni con quattro mesi di anticipo. Il giorno che mi hanno dato le chiavi della casa nuova ci sono andata di corsa subito dopo il lavoro. Non sono riuscita ad aprire la porta, però. Per la considerazione che ho del destino e dei segnali che evidentemente mi manda, avrei dovuto girarmi e andarmene, di corsa, anche stavolta. Invece ho suonato i campanelli di tutti i vicini. Mi hanno poi spiegato che quelli che avevan montato la serratura si erano sbagliati, l'avevano montata sottosopra, e per aprire la porta bisognava girare la chiave al contrario.
Sono entrata, alla fine, nell'appartamento. Faceva schifo.
Invece di disperarmi, ho comprato due barattoli di vernice blu. Dove vado io a comprare la vernice, c'è un grosso catalogo pieno di quadratini colorati che si può sfogliare per decidere la tonalità più adatta, che poi una signorina col camice bianco prepara infilando un barattolo nero dentro una strana ma silenziosissima macchina misteriosa.
Ho scelto un blu elettrico, deciso, e la parete più grande della casa. Blu Klein.
Tutti i pomeriggi andavo a dipingere per un'ora o due. Quando mi mancavano venti centimetri nell'angolo in alto a sinistra per finire, qualcuno ha buttato per sbaglio il barattolo del Blu Klein, e la parete è rimasta così, incompleta. Avevo pensato di dipingerci sopra un omino appeso a un filo teso tra l'ultima mano di blu e il vuoto del muro bianco sotto, ma non ho fatto in tempo.
Una notte ho sognato che il mio fantasma faceva un giro per la casa, si fermava davanti alla parete blu e rideva del suo essere stata lasciata lì, a metà, poi usciva.
Mi sono svegliata che non riuscivo a respirare. Il giorno dopo ho deciso che me ne sarei andata.
Il ragazzo dell'agenzia immobiliare venuto a fare le foto all'appartamento aveva detto: Speriamo che i nuovi inquilini non facciano storie per il muro blu. Dopo però, quando avevo cercato l'annuncio sul sito internet dell'agenzia, la fotografia del muro blu l'avevo trovata, con un omino appeso a un filo disegnato a matita con un tratto leggero, che nessuno aveva avuto voglia di cancellare.
Anche di questa casa ricordo poche cose: che la prima volta che ci ho fatto la doccia stavo ascoltando un disco dei Perturbazione e l'acqua calda ancora non c'era; che la prima volta che ci ho cucinato ho fatto un cous cous alle verdure e l'ho sbagliato tutto; che un pomeriggio, mentre qualcuno mi leggeva una storia triste al telefono, io stavo seduta sul pavimento del bagno e non ho ascoltato una parola perché tutto il tempo pensavo che aveva una voce proprio bella; che l'ultima notte che ci ho dormito Buzz Aldrin ha fatto cadere un vaso di fiori dal davanzale della finestra del bagno e la mattina dopo sono andata via senza raccoglierlo.
L'ultima volta che ho traslocato è stato quest'estate. Ho caricato gli scatoloni sulla Panda e in due viaggi avevo già finito. Sono tornata a sfogliare il catalogo coi quadratini colorati, e questa volta ho scelto un blu più tranquillo, e una parete più piccola. Blu Dafne.
L'ho dipinta tutta in un pomeriggio.
Una delle prime notti che ci ho dormito, ho sentito qualcuno starnutire in corridoio.
L'altra casa, quella della parentesi e dei tre puntini di sospensione, l'hanno svuotata definitivamente stamattina. Ho sentito i furgoni parcheggiare in cortile ma sono rimasta a letto, e per tutto il tempo mi sono chiesta Chissà come fanno, chissà se calano i mobili dalla finestra, chissà se smontano tutto e si portano via i pezzi. Mi sono alzata quando non si sentiva più nessun rumore, sono andata a fare un giro per le stanze vuote, ho detto qualcosa, si sentiva l'eco.
Mi è sembrato giusto, alla fine, che fossero vuote.
Ho scoperto che sulla parete dietro l'armadio della camera del mio fantasma c'è sempre stata una finestra che nessuno ha mai aperto.
Peccato, l'avessi saputo prima avremmo potuto spostare l'armadio, dipingerla di blu.
Elisabetta, oggi vive a Bologna.