Visintin, o dell'ironia e della triplice amicizia
Scrive bene, Valerio M. Visintin [la punta di diamante enogastronomica del Corriere]. Qualche giorno fa nel blog ha postato questo articolo, che merita la lettura soprattutto di chi lavora, si muove, o si agita nel food
1. non è la recensione di un ristorante
2. non le manda a dire, ma con una bella ironia
3. si riferisce a 3 personaggioni del settore [come è Visintin, del resto]
Non ha senso tentare la sintesi, meglio leggerselo e basta. Ma lo spinzio ben fatto è sempre stimolante per il vecchio Gunga, e quindi ci metto un paio di osservazioni estensive.
Se avete un po’ di pratica del settore e dei personaggi che lo popolano, sapete benissimo che i giornalisti enogastro sono amati quanto un manico di scopa. Sono temuti dai ristoratori e visceralmente odiati dai foodblogger; nella maggior parte dei casi scrivono solo per la carta [che sta collassando], non usano i social e non sono a loro agio con il web, che considerano una specie di campionato di serie C.
Ma la carta resta il sogno dei foodblogger, i ristoratori hanno bisogno di ricevere valutazioni autoritative [con TripAdvisor non si va lontano] e i giornalisti hanno questi superpoteri.
I più potenti sono molto potenti. Per uno stellato la pubblicazione di una guida importante è un momento di trepidazione, ci si balla un pezzo di fatturato con una recensione anche solo dubitativa. E l’esercizio di un potere riconosciuto produce abitudine al medesimo: il giornalista-tipo considera un’onta che il ristoratore gli presenti il conto, che il press kit non contenga un presentino, che al desk Stampa possa accedere anche qualcuno che non è iscritto all’Ordine.
Non è una schifezza di persona [alcuni lo sono, ma vale anche per gli idraulici], ma ha il senso di appartenenza ad una elite, anche se quando gli dici che sembrano piuttosto i privilegi di una cricca, si irrita.
Ah, ma qui cambierà tutto, diiiice.
le riviste chiudono, e prima di chiudere strizzano i budget all’inverosimile perdendo qualità [con ciò accelerando la fine del loro senso di esistere]; il Web, lì si stanno formando come protogalassie i nuovi aggregati informativi.
I giornalisti spariranno con i loro media di carta e il loro Ordine medioevale, si toglieranno d’in mezzo alla strada e la premente folla di newcomer finalmente dilagherà. Gente moderna, che arpeggia con l’iphone, fotografa tutti i piatti e li posta contemporaneamente in frazioni di secondo su: Twitter - Facebook -Instagram - Pinterest - Flickr - Tumblr; ed un quarto d’ora dopo ha già piazzato un post nel blog e fatto uno Storify che riassembla il tutto. Il giornalista, nel frattempo, ha solo mangiato.
Macchè. Non cambierà affatto.
Meno carta si stampa, più diventa pregiata quella che resta. E si allargherà la differenza tra chi pubblica le sue storie ed opinioni su un giornale, passando il vaglio di una organizzazione [snellita quanto si vuole, nello spirito dei tempi] che esiste proprio per vagliare e indirizzare, e che anche per norma giuridica risponde di quello che pubblica; e chi ha solo il suo spazio autogestito per fare la stessa cosa.
Se non bastasse, i giornalisti più svegli usano eccome i social media.
E i foodblogger, appena pesano [pensano di] un po’, assumono gli stessi vezzi dei giornalisti: solo con l’aggiunta di una dose di egotismo strabiliante e di una disinvolta aggressività commerciale da venditore di Publitalia, perchè sono liberi dal tutte quelle puttanate [la deontologia, la differenza tra informazione e publiredazionale, il senso di colpa che la marchetta produce al solo nominarla, ecc].
Non casualmente, quindi, è da un buon giornalista che arriva una [ironica, ben sviluppata, impopolare] stigmatizzazione dei tic e dei vizi della comunicazione di settore. Ma tutto ciò transit, perchè tra 3 giorni arriveranno i Maya, e solo i più puri, quelli con la pelle gialla e gli occhioni si salveranno :))