Oggi sono stata immersa nelle letture di David Copperfield, però di riflessioni ne ho fatte molte.
La prima riflessione che devo riportare è iniziata in realtà ieri notte: stavo guardando fuori dalla finestra il cielo stellato e mi ha stupito il fatto che riuscissi a vedere a malapena due stelle; quando ero piccola, lo stesso pezzo di cielo, dagli stessi luoghi che i miei piedi visitano adesso, riuscivo a vedere milioni di stelle. Quando sono stata in Romania, il paese natale del mio ragazzo, vedevo milioni di stelle, milioni di trilioni, tanto che sembrava di essere immersi nello spazio.
Anche quando sono stata in Kenya, da bambina, nel cielo notturno c'erano milioni di piccole stelle che mi sorridevano; così a Santo Domingo, a Edimburgo, nel college che ho visitato due anni fa, in Tunisia, persino a Ventotene c'erano più stelle da vedere.
Adesso, da qualsiasi città cosmopolita (come Roma, Londra, Madrid, Lisbona) è difficile vedere le stelle; non sono altro che minuscoli puntini informi e poco luminosi, che hanno perso, agli occhi dell'uomo, la loro antica bellezza, e le persone non alzano più lo sguardo al cielo per guardarle, perché sicure che esse ci sono in ogni caso, anche se non si vedono.
Io non sono per nulla della medesima opinione.
È triste non poter vedere bene le stelle, quei bellissimi ammassi di gas luminosi che brillano nel cielo e che in realtà sono più grandi della Terra stessa.
È triste perché è come pensare di non saper più sognare. A causa dell'inquinamento luminoso, la gente non guarda più il cielo, non è più in grado di sognare qualcosa.
Forse è anche questo uno dei motivi per i quali il mondo sta andando a rotoli.
E solitamente, chi ha la possibilità di vedere le stelle, è troppo impegnato nella sua piccola fragile vita, che a volte potrebbe durare solo un giorno. Che importanza potrebbe avere, a quel punto, guardare le stelle, se ciò non porta il pane in tavola?
E pure, è anche così che l'uomo si è evoluto.
Non è che stiamo regredendo?
Un'altra riflessione è scaturita da una faccenda personale che non sto qui a spiegare; vi dico solo che parte dalla religione avventista (a cui certe persone che conosco sono devote) per poi passare alle altre religioni. Secondo gli avventisti, nei giorni di preghiera (il venerdì sera e il sabato) non bisogno fare molte cose, tra cui lavorare, studiare, cucinare, bruciare, accendere fiammiferi, lavare piatti o altro (sembra molto simile all'ebraismo), ma bisogna solo passare tutto il tempo in preghiera.
E io, a questo, rispondo così, con il rischio, forse, di sembrare blasfema: c'è gente che c'è morta de freddo e de fame, così.
La religione addormenta la mente. Non dà nessun margine di pensiero all'infuori di Dio e ciò che è all'infuori di Dio è solo Dio.
A mio avviso non ha senso.
Cristo non predicava di non accendere il fornello nel giorno dedicato alla preghiera (anche perchè il giorno della preghiera doveva essere sempre) ma predicava l'amore tra gli uomini; adesso vienimi a spiegare che cazzo c'entra il fornello o il piatto da lavare com l'amore.
E poi, dubito che a Dio (se mai esistesse) interesserebbe che ci siano dei giorni di preghiera stabiliti e che in quei giorni non si debba lavorare; forse gli farebbe più piacere che l'uomo lavorasse e migliorasse se stesso, conformemente al suo "disegno".
Vabbè che io son pure atea, e nonostante ciò rispetti le religioni, però veramente, non comprendo come sia possibile che l'uomo debba sottomessi così tanto a qualcosa di cui non ha la certezza dell'esistenza, di cui non è certo che lo salverà.
Che accidenti di logica è?
In questi casi mi farebbe molto piacere sapere cosa ne pensate voi che state leggendo, di queste tematiche.
Perché non farmelo sapere? Provateci, che non vi fa male, un giorno di questi.