Avrei voluto annotare un milione di fatti, ultimamente, scrivere di un milione di cose successe più o meno casualmente, ma non ne ho avuto le energie. Ricordarmi con l'ausilio del nero su bianco di come sian passati in fretta l'11 e anche il 12, così in fretta da non farsi notare, giorni temporaleschi e fuori stagione come mai prima di adesso.
Tipo del fatto che, nonostante tutto, è anche tornato il profumo di brioches appena sfornata sul tuo collo o di pera dolcissima, succosa e matura, e con esso le onde del mare troppo alte e l'aria tremante sull'asfalto per i gradi elevati, come pomeriggi fa a Rodia e a San Saba, di ogni goccia di sudore avviluppata all'altra intenta a precipitare giù, lungo colline e sentieri di epidermide ambrata, ad increspare lo specchio dell'acqua sino ad agitarne la composizione molecolare e scatenare tumulti e tsunami da cui farmi proteggere dalla tua anima salvagente.
Ieri non riuscivo affatto ad alzarmi dal letto.
Forse avrei voluto scrivere dell'incontro con il tuo ex, intento a concedermi scuse forzate per avermi cacciata dall'associazione per il solo fatto di essere la tua compagna e perché convinto che le associazioni siano un oggettino su cui pisciare sopra per mostrare la propria supremazia; di quanto avrei voluto dirgli di non permettersi di ridere in quel modo mentre parlavi e chiedevi spiegazioni, di quanto poco carino e controllante sia stato il suo aspettarsi silenzio sull'accaduto o il suo dirmi di essersi accorto di aver sbagliato per poi rincarare ugualmente la dose suggerendomi di andare a cercare altro, continuando a cacciarmi senza motivo alcuno.
Ma devo ricordare, devo ricordare del colore dell'oceano nei piatti comprati insieme all'Ikea, perché che il blu fosse il colore dell'amore e della famiglia non lo sapevo neppure, e anche del panico paralizzante all'idea di essere stata beccata in pieno a baciarti nel reparto degli oggetti da cucina, da una compagna del liceo.
Di ieri e dei rumori antropici per il WorldListeningDay al Dalek e nella stanza blu, in cui anni fa suonavo il basso con i miei vecchi gruppi, trasformata in Antartide a 360°, e in quella rossa in cui proiettare lo spettrogramma di suoni psichedelici di iceberg che si sfiorano, ascendenti e discendenti, dei rituali di accoppiamento di un anno, suggestivi da morire e concentrati in 20 minuti, della foca di Ross (ommatophoca rossii), e dei richiami Led Zeppeliniani della foca di weddel (leptonychotes weddellii) nei mesi di Novembre, di queste piccole cose che, alla fine, sono le sole a contare davvero.
Non vorrei mai dover dimenticare il vento pungente da far battere i denti a Tremonti, contrastato dalle tue braccia sempre caldissime, in quella sala prove immersa nel verde, con la sua vista da sempre mozzafiato, così familiare. Avrei voluto possedere una moviola per mostrarti proiezioni di ricordi, per dirti di custodire anche il mio passato.
Non vorrei dimenticare nemmeno un istante vissuto in questa casa che mi ha vista diventare donna, afosa in modo soffocante e snervante nei mesi estivi, nostro primo nido d'amore.
Vorrei lasciare un segno su ogni parete (forse lo farò).
Ma il tempo è scaduto.
E io proprio non ricordo di cosa avrei voluto scrivere dettagliatamente in questi ultimi 15 giorni.










