Vorrei poterti dire che l'esperienza serve a qualcosa, che le nuvole, dopo un po' che ti abitui a vederle passare, smettono di avere forme e voci, che i ricordi servono soltanto a tenerci compagnia, a fissare da qualche parte chi siamo e da lì in poi attenerci a quelle due o tre cose che i curriculum degli amori spendono su di noi: un brav'uomo, un bel carattere, leale, coraggioso, a tratti pigro, indolente, schivo.
Come se bastasse tutto questo.
Vorrei poterti dire che ci si abitua a tutto, ma è una menzogna che persino i morti faticano a tacere.
So bene che nelle periferie abbandonate del tempo tutto continua a ripetersi, a risorgere, a cadere; non è dato dimenticare, ma soltanto proseguire per accumuli, lasciando che la giostra continui a girare.
Vorrei poterti dire che esistono giorni in cui è possibile fare a meno di questa cinica fragilità, di questo ostentato umanesimo, qualcosa di lontano e diverso dalla crudeltà di dover lasciare, di dover finire.
Per giorni ti parlerei degli inizi, incurante della cura necessaria a proseguire, della forza necessaria a sopportare, delle ferite necessarie a guarire.
Ma eccomi qui, con quel poco che ho da insegnare a me stesso, men che meno al mondo, così prevedibile nei suoi addii, così ignaro di ogni prima volta che ti ho incontrata.







