Non mi sorprende che i primi a uscire dal mantra “clone cinese clone cinese” siano stati quelli di Ars Technica.
Xiaomi è un colosso. Recentemente vi è approdato Hugo Barra da Google, a capo della Global Division (prima o poi Xiaomi vorrà uscire dalla Cina).
Fa un telefono ben costruito (vari telefoni, e smart TV, gadget per il fitness, etc. etc.), estremamente curato nei dettagli, montandogli un Android rivisitato e corretto e facendo un quasi miracolo: non sembra Android, è ispirato chiaramente ad iOS (più quello pre-7), ed è molto carino.
Prende un po’ il meglio da tutti: l’estetica e la semplicità d’uso da Apple, le funzionalità granulari di Android. Il risultato non è un Frankenstein come quelli di Samsung. E non è nemmeno il piattume attuale di iOS. Le icone sono squadrate, cambia un po’ giusto il raggio degli angoli. I colori sono ben assortiti, meglio che in iOS. C’è un po’ di senso del volume, come un iOS 6 riveduto e corretto, passato per le mani di uno meno estremista di Ive.
Da fastidio che Xiaomi copi Apple (alcune icone sono le stesse). Forse però più ai fanboy che a Apple, che avrebbe potuto smuovere gli avvocati se il peccato di Xiaomi fosse stato grosso. Del resto in Cina le leggi sul copyright sono estremamente permissive, e Xiaomi vende in Cina (primo mercato mondiale per gli smartphone).
Ma se non si vede tutto il resto allora non lo si vuole vedere.
Sono i telefoni Android più belli sul mercato, e in Occidente non si vendono. E romperebbero le scatole più a Samsung che a Apple.
Ecco, potevamo criticare Xiaomi se prendeva a modello i coreani, non Apple.