ATO, memorie di una "materia seconda"
L’Ato “rifiuti” è uno strumento, non la soluzione e come ogni strumento, assorbe intelligenza da chi lo usa.
In più, è uno strumento neanche scelto, ma imposto dalla “nuova” legge regionale sulla “gestione rifiuti”, la 5/2014. Una legge farraginosa, come tutte le cose partorite dal centrodestra campano e, soprattutto, l’ennesimo strumento che le strategie lobbistiche di Caldoro cercavano di affidare, ancora, alle logiche dell’inerzia. Ultima opportunità per giungere al commissariamento della Regione “Napolicentrica” sugli enti provinciali, superando la “provincializzazione dei rifiuti” e ri-definire la destinazione d’uso delle aree interne quali garage della Campania, opposte al “salotto buono” napoletano.
Per questo, da oltre un anno, la Segreteria provinciale PD, unica forza politica a comprendere i reali obiettivi del Governatore di Napoli, ha iniziato a discutere ed incontrare amministratori, circoli, esperti, nella responsabilità di dover comprendere lo strumento e rispondere agli obblighi di legge con metodo. Non solo giocando “in difesa”, evitando commissariamenti ma, soprattutto, iniziando, dopo decenni di assenza di dibattito, ad avviare la costruzione di una logica, di una visione sulla “gestione della raccolta e smaltimento dei rifiuti “ in Irpinia e non della rinnovata salvaguardia degli status quo.
Il compito della politica è l’orientamento delle azioni amministrative, non della loro gestione, quindi, parlare della costituzione formale dell’ATO “Rifiuti” in provincia di Avellino non poteva significare scegliere la forma di governance territoriale del nuovo ente, né definire la scelta del modello organizzativo e di gestione dei servizi. Un compito scientifico, attuabile esclusivamente attraverso un progetto di piano industriale. Ruolo per tecnici specializzati, non per semplici “conoscitori” o “utilizzatori” dei problemi.
Questo, però, per un partito che, dal 25%, è volato al 40% grazie all’apporto nuovo di persone, amministratori e dirigenti che nulla hanno conosciuto della passata abitudine al “non detto”, non può bastare. Fare politica, oggi, deve significare raggiungere sintesi condivise e poi “dire”, rendere chiaro, cosa si crede giusto e cosa no. E “fare”. “Fare”!
Molti, continuano a ritenere la Conferenza Programmatica un evento, nella difficoltà di riconoscere, invece, che è stata solo la “cerimonia di chiusura” di una “olimpiade” durata oltre un anno, in cui si sono raccolti pensieri tra e con il PD. Quelli degli iscritti, dei circoli, dei simpatizzanti. Degli elettori, insomma. Non solo degli eletti.
Soltanto il Piano del Fabbisogno e, quindi, il Piano Industriale potranno far emergere il modello organizzativo e gestionale che meglio garantirà, a scala di sistema, la soddisfazione dei principi di Economia, Efficacia ed Efficienza, ma dopo aver sintetizzato tante e utili posizioni oggettive, il Partito Democratico ha ritenuto di poter avanzare una visione di sintesi verso cui tendere. Era necessario farlo, perché era necessario fermare alcuni concetti da troppo sottovalutati
ll termine “rifiuto” è improprio o meglio, sintomatico di un approccio non scientifico della questione. Serve sdoganare il tema dall’accezione culturale di “danno” a quella di “risorsa”. Semanticamente, sarebbe più giusto iniziarlo a definire “materia seconda”.
E’ necessario abbandonare l’analisi localistica della gestione della “materia seconda”. Anche i presunti vantaggi acquisiti nelle piccola comunità, sono nulli se non inseriti in un’analisi a scala territoriale “macro”. Sul tema dei “rifiuti” il salto di scala, anche geografico, è molto più immediato di quel che si pensa. Il dramma delle “terre dei fuochi” non è certo dovuto ai “rifiuti” prodotti su quei territori, ma da sostanze inquinanti provenienti anche da Austria, Germania, Italia settentrionale. Così, non sembra verosimile poter credere che la riduzione della “tassa dei rifiuti” nel proprio comune, sia il limite di visione da tenere per un amministratore.
Lo stesso, deve accadere anche per i cittadini. Occorre aumentare la consapevolezza delle comunità locali verso visioni di sistema e non meramente localistiche. Lo si faccia attraverso premialità che si traducano in un’effettiva diminuzione dei costi del servizio per le comunità virtuose o anche diffondendo cultura e non demagogia nelle scuole, ma serve attivare una strategia strutturale, non più occasionale, di superamento della diffusa cultura di rifiuto del “rifiuto”.
E’ necessario organizzare i servizi e la gestione della materia seconda verso un “Ciclo chiuso” ed in un’ottica di “filiera corta”, con la consapevolezza di tutti gli strumenti necessari a renderli tali. “Ciclo chiuso”, significa considerare tutti gli strumenti esistenti, dal sacchetto biodegradabile al termo-valorizzatore. “Filiera corta”, che i rifiuti prodotti nel territorio devono essere smaltiti nello stesso territorio. E un approccio diverso da quelli più populisti, crea timore. Nessuno vuole, giustamente, un termo-valorizzatore “nel proprio giardino” ma allora, non serve demonizzare o nascondere la testa nella sabbia, o delegare ad altri territori le nostre ignavie. Occorre coerenza e attivarsi, ma veramente, perché i processi che stanno a valle del ciclo siano resi superflui o minimi, dalla concretizzazione di quelli a monte.
In coerenza a questo approccio, è necessario incentivare la diminuzione dei livelli complessivi di produzione di “materie seconde”, unico fattore in grado di portare alla conseguente diminuzione dei costi di gestione e smaltimento. Obbiettivo da perseguire con la realizzazione di “centri di riuso” e, soprattutto, puntando ad una raccolta differenziata “spinta” nell’ordine del 70-80% . Anche su questo, però, occorre superare le solite approssimazioni accumulate. Esiste una enorme differenza, anche in Irpinia, tra i rifiuti “differenziati” raccolti e quelli “effettivamente avviati a recupero”. Troppo spesso la percentuale di impurità presente nella differenziata raccolta è tale che diventa impossibile l’avvio al recupero rendendo necessario, invece, avviare i rifiuti differenziati alle discariche. Con aumento dei costi a carico delle comunità. Quanti cittadini questo lo sanno? Basterebbe, invece, riconoscere la positività dei risultati raggiunti sulla base dei rifiuti differenziati “effettivamente avviati a recupero” e non più su quelli solo “raccolti”, per invertire la percezione delle responsabilità.
Non solo. Sul tema della differenziata e del suo recupero, per velocizzare l’ottimizzazione dei processi, serve aggiungere, alla educazione dei cittadini, anche la creazione di una virtuosa concorrenza. Il modello di servizio verso cui tendere deve prevedere la distinzione dei ruoli tra chi attua la raccolta differenziata e chi gestisce il loro recupero, specie se in termini di tecnologia complessa, attraverso i termo-valorizzatori. Il modello (quello attuale) per cui lo stesso soggetto gestisce entrambe le fasi, determina, naturalmente, uno scarso impegno a favorire la fase di raccolta differenziata. Questa, infatti, si dimostra molto meno redditizia dello smaltimento in discarica o nei termo-valorizzatori, per i quali le tariffe di conferimento, gli incentivi statali ed i “certificati verdi” creano forti vantaggi a chi li ha in uso. Da qui, le strampalate teorie del centrodestra irpino e regionale, per cui, una raccolta differenziata oltre il 30% (l’Europa obbliga al 65%) sarebbe, addirittura, antieconomica. Perché? Perché costringerebbe i gestori al controllo della qualità della raccolta, alla costruzione di impianti di compostaggio, di selezione, di trattamento. Tutto molto meno conveniente delle rendite di posizione, acquisite negli anni di azione basata esclusivamente sulla raccolta e sulla mancata definizione di idonei impianti di recupero. Soprattutto, molto meno conveniente della privatizzazione degli utili e socializzazione delle perdite attuabile attraverso gli appalti e la gestione dei nuovi termo-valorizzatori e/o mega-discariche che ci indicheranno quale unica soluzione in grado di risolvere le nuove e antiche emergenze accumulate dai modelli autoreferenziali “a gestore unico”. Dalla lettura superficiale della norma regionale, potrebbe sembrare obbligatoria una gestione unificata del ciclo, semplicemente perche individua nell'ATO l'unico soggetto titolato all'individuazione del gestore (e non gli STO). Questo, peró, non limita l'ATO ad individuare più soggetti, ognuno competente alla gestione di parti differenti del ciclo. Una proposta di “buon senso”, quindi, quella della diversificazione dei ruoli, contemplata anche all’art. 11 della nuova legge regionale ma soprattutto, auspicata dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato che ad agosto e a novembre ha chiaramente espresso “preoccupazione” per il favor che esiste verso i servizi “integrati” e l’assenza di sana concorrenza che ne deriva. Anche perchè, "una gestione non (necessariamente) integrata delle differenti fasi della filiera ambientale consentirebbe di valorizzare le caratteristiche industriali di ciascuna di esse, rendendo possibile la realizzazione della concorrenza nel mercato, per lo meno nelle fasi del trattamento e del recupero (oltre che dello smaltimento). Modalità efficienti di gestione delle fasi a valle della raccolta potrebbero tra l’altro arrecare beneficio anche in termini di riduzione del costo del servizio in monopolio da parte degli utenti/cittadini, dal momento che il gestore del servizio di raccolta potrebbe “pagare” le fasi in concorrenza al prezzo più basso."
La promozione dell’industria legata allo sfruttamento energetico delle “materie seconde”, completa il ciclo produttivo in maniera virtuosa. Dai rifiuti si può trarre energia a costo zero ed ecocompatibile. Servirebbe, anche per questo, che chi gestisce i rifiuti non possa pensare di trarre vantaggi alti anche solo dalla raccolta “tale e quale”, ma in un’ottica di impresa virtuosa, abbia utili a diversificare i servizi al cittadino
Il modello di gestione deve conservare l’intero ATO provinciale come riferimento pubblico, pensando alle esigenze dell’intera comunità irpina e differenziandosi tra STO e STO solo per aspetti di dettaglio che tengano conto delle specificità territoriali. L’organizzazione sul territorio va attuata per aree omogenee, sulla base dell’economicità della raccolta e della condivisione degli impianti esistenti o da realizzarsi, a scala territoriale ATO, in quanto, serve legare la scelta dei modelli e dei flussi di raccolta differenziata all’impiantistica di recupero effettivamente disponibile e alle condizioni logistiche;
Serve attuare concreti “processi partecipati” nella scelta, attuazione e gestione dei “piani industriali di gestione, raccolta smaltimento”, avendo ben presente che l’Irpinia è composta essenzialmente da “piccoli comuni” i quali, per i meccanismi previsti dalla L.R. 5/2014, potrebbero rischiare di essere sotto-rappresentati.
L’impiantistica, è determinante nella chiusura del ciclo di “raccolta e smaltimento dei rifiuti”, uno dei gap che soffriamo in Irpinia è appunto, la mancanza di strutture idonee ad accompagnare piani industriali a larga visione. Dovendo, però, immaginare nuove implementazioni, occorre considerare prima la condivisione in rete e la ottimizzazione degli impianti di smaltimento esistenti, quindi, analizzare la creazione di nuovi. La progettazione di questi, poi, deve sempre partire da quelli a più alto grado di “reversibilità ambientale”, per arrivare, se necessario e sempre analizzando il rapporto “costi sociali/benefici sociali”, a quelli maggiormente impattanti ma, comunque, necessari. Sicuramente è auspicabile, quindi, nell’ottica di un processo trasparente, rispettare la priorità delle fasi del ciclo, attraverso la realizzazione, prima delle strutture funzionali ad una forte recupero del differenziato.
Il servizio di conferimento, può essere affidato dall’intero ATO a uno o più soggetti pubblici o privati, in quanto tale servizio richiede organizzazione adeguata per assicurare completezza, trasparenza ed economie di scala.
Il servizio di costruzione e gestione degli impianti di recupero/smaltimento deve essere esclusivamente in capo all’ATO che lo affida a una società pubblica o privata.
Serve garantire elasticità nell’applicazione dei “piani industriali di smaltimento” attraverso feedback/monitoraggi continui e attuati da terzi;
Viviamo una realtà territoriale in cui, anche sui “rifiuti”, si giocano troppi interessi e troppi di questi illegali. Non possiamo nascondercelo, ma nemmeno immaginare di rinchiuderci in recinti sempre più stretti con la motivazione di doverci difendere, di poter prevenire l’illegalità attraverso i bizantinismi o le formule salvifiche. L’ATO provinciale nell’affidamento dei servizi, sia al pubblico che al privato, deve considerare fondamentale assicurare il controllo, imparziale e costante e le garanzie di trasparenza.