*there is a light that never goes out*
Dopo il sogno, ma forse dentro il sogno, ebbi un sussulto. M'ero bevuto il cielo, tutto d'un fiato. Avevo la primavera in corpo, che mi gorgogliava come la cena che, pur non avendola mangiata, m'era rimasta sullo stomaco. Ero tutto un tintinnare di campanili, uno sbattere d'ali di gabbiani (e gufi e colombe, e tortore e passeri), un rombare di motori jet; anche qualche aliante mi solleticava, peggio dello sfarfallio farfallino che aveva preso ad agitarmi i pensieri. Mi andavo alienando come mai prima: che fosse colpa di Doriana, colpa del caffè (era sbagliato, perciò lo corressi), colpa del colpo di sonno in tardo poeriggio, non lo so. Il pomerio era stato valicato, manco fossi un generale romano, e mi ero ritrovato a vagare in un territorio che, pur appartenendomi, non avevo il diritto di osservare così da vicino. Avevo tradito la mia fiducia. Mi ero accaparrato il diritto di una passeggiata sul lungomare, da solo, ed ecco com'era finita la storia: occupata la panchina mediana, chiusi gli occhi sull'ossessione battente e la bocca sulle parole ricorrenti, mi ero assopito. Dannazione. Fu nel sogno, o fuori dal sogno, o appena poco prima della fine del sogno (al limitare della coscienza, dove ballano le certezze) che mi resi conto di avere esagerato. Mi infilai in macchina, e ricominciai a fissare la luce del sole, quella che va via ogni notte ma te la ritrovi ogni mattina. Cantando always crashing in the same car, con voce aliena.










