Silvia Petronici. Argini come montagne. Forme e sguardi di arte pubblica nella campagna
La forma, in natura, è un’informazione, come ci dicono i biologi. E così anche nell’arte, in particolare in quell’approccio alla pratica artistica che caratterizza il lavoro messo in atto in questo progetto. Le forme delle opere testimoniano il lavoro di ricerca compiuto dagli artisti in luoghi e situazioni specifiche e in esso si pongono come sintesi poetiche, nuovi simboli in grado di condensare nuove prospettive di conoscenza.
Operare site specific per produrre arte pubblica significa disporsi ad una comprensione che deriva dall’incontro e, in questo senso, misurarsi con la dimensione simbolica dei luoghi, oltre che con le loro emergenze fisiche e geografiche. Incontrare è ben più che attraversare e orientarsi. È disporsi al cambiamento, all’incertezza e alla scoperta. Per incontrare un luogo bisogna lasciarsi cambiare. Le opere sono circostanze dispositive nella direzione di questo incontro, occasioni per ripensare le certezze ed evolvere.
Il paesaggio della bonifica è qualcosa di più del risultato dell’azione umana su un territorio, per quanto è da essa che sia stato generato. È un paradigma. Significa e caratterizza la visione filosofica di un tempo ormai trascorso che mostra le sue falle. In tale visione il nostro posto centrale nella natura era la delega a qualsiasi responsabilità potesse derivare dal confronto. È una visione che non comprende sponde o dilazioni alla propria legittimità di agire e trasformare, fare spazio, creare spazio e farlo diventare luogo. Azione contro caos. Muscoli, fatica, molta molta energia per ricavare uno spazio e mantenerlo. Un perenne estenuante “fare contro”, eroico contrasto alle forze di una natura percepita come bruta e ostile. Del resto non si può comprendere qualcosa se prima non si presuppone di esservi compresi. Quell’epopea fondativa è l’espressione di un tempo di emancipazione dove ancora non si era mostrato chiaramente che allontanarsi dalla casa d’origine non significa cancellare il suo primato ontologico, la sua precedenza su ogni gesto nuovo si possa compiere al di là di essa. Questa natura bruta a cui non si soggiace più è la casa, la famiglia d’origine, in estrema sintesi, siamo noi.
In questo tempo di cambiamento si affaccia la possibilità di sperimentare un nuovo approccio alla relazione con la terra, la casa d’origine, un “fare con”, invece di contro, più dolce ed economico, meno dispendioso e, nel tempo, più efficace e stabile.
Ciò che serve è l’attesa, l’osservazione, l’ascolto. Il disporsi come parte del tutto in cui viviamo a comprenderne gli equilibri e ad interagire con essi. Un passaggio intermedio tra l’impulso e la reazione che considera la mescolanza, la reciproca influenza e l’alleanza interspecie, tale passaggio è la chiave di un nuovo sistema di pratiche, di pensiero, di valori.
Disponendoci ad incontrare i luoghi dedicati alla ricerca artistica, al nostro arrivo siamo stati accolti da un territorio immersivo. La vastità di queste terre ha indotto un’espansione dello sguardo, un aumento delle nostre capacità di comprendere l’orizzonte come una linea rarefatta sulla linea della campagna. Il paesaggio disegnato dai canali e dai fiumi, mosso dagli argini come montagne e dalle boschine dei poderi come isole è un discorso che inizia con le prime bonifiche, appunto e prosegue nella relazione significativa e significante con l’agricoltura che continua ad esprimerlo.
Il lavoro artistico a stretto contatto con la pratica agricola, in questo progetto, ha riportato l’attenzione sul punto zero di questo piano della campagna. Punto d’origine e punto di partenza. La relazione con la terra. E nella riflessione su di essa, l’arte ha agito sul paradigma preesistente aprendo varchi da cui far emergere nuove possibili prospettive per l’azione e, quindi, per la comprensione delle forze che identificano un luogo nel contesto specifico del suo territorio, da un lato e dall’altro, nel suo essere parte di un ecosistema più vasto.
Una riflessione, dunque, sull’agricoltura come luogo privilegiato di questa relazione, luogo teorico, sociale oltre che pratico e produttivo. Nel definire una specifica relazione con la terra, intesa nella sua dimensione simbolica, l’agricoltura è una pratica in grado di creare il paesaggio al punto da ricavarsi spazi al suo interno per progettarne una condivisione.
Le aziende agricole che hanno ospitato il lavoro di ricerca che ha permesso il generarsi delle opere sono le capofila di un’azione di rilettura e riassetto della narrazione che ha creato la traccia su cui si inscrive il percorso delineato da Arte Bonifica Campagna.
Per tracciare il percorso è stato necessario procedere ad una mappatura che considerasse i luoghi dal punto di vista dei loro stessi talenti: come, cioè, ciascuno di essi, in maniera precipua fosse in grado di esprimere una relazione con le proprie specifiche circostanze ambientali e in che modo potesse essere coinvolto per rendere tale relazione esplicita e disponibile ad una sintesi poetica.
Gli artisti, osservando il territorio dalla prospettiva delle quattro aziende agricole coinvolte nel progetto, hanno lavorato tutti, traendone soluzioni differenti, intorno al tema della relazione con la terra, intesa come luogo di senso e di pratiche nel quale confrontare visioni sul mondo.
Volgere lo sguardo alla terra è un lavoro che riguarda l’identità. Chi siamo e dove possiamo essere ciò che siamo. Perché e, contemporaneamente, quando. Volgere lo sguardo per incontrare un altro sguardo. Guardare la terra e vedersi in questo sguardo. Questi i passaggi del lavoro di Giorgia Valmorri.
La relazione interspecie, l’alleanza e la collaborazione sono la chiave della domanda sulla connessione simbiotica posta da Panem Et Circenses.
In una risposta articolata con opere permanenti, opere temporanee e opere render, gli artisti hanno raccolto la sfida di creare occasioni di conoscenza e approfondimento del legame determinante tra pratiche agricole, territorio e paesaggio.
L’arte pubblica è qui intesa come luogo di incontro tra persone e territori, visioni del passato e nuove prospettive di narrazione. Le opere sono tracce in questo processo di incontro e come tali possono segnare il passo in un possibile itinerario che induca un attraversamento lento e significativo, che crei connessioni e riveli forme in grado di sollevare lo sguardo.