Bring me roses, darling

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@assassinatainscozia
Bring me roses, darling
Breathing art
Hai detto prendo tutto e vado via.
Giorgio Poi
Ieri è uscito ‘Tempi duri per i Romantici’ di Tommaso Fusari. Tommaso ha creato una meraviglia e mi ha fatto piangere, Tommaso è un mio amico, Tommaso è la persona più dolce e sincera che conosco, Tommaso credo sia l'unica persona che mi ha fatto venire voglia di mangiare la pasta, Tommaso se lo merita tutto il successo di questo libro.
(via lenottifreddedidicembre)
domani smetto.
Qualche giorno fa uno di voi mi ha posto una domanda: “Se gli artisti che segui, che recensisci, che torchi o che hai torchiato nei tuoi interventi su Yesiamdrownig! o altrove avessero a loro volte un blog, una pagina Facebook, un account di Twitter da cui lanciare anatemi sul mondo dell'editoria musicale, cosa rimprovererebbero a te, che dei critici sei visto tra i più stracciapalle?”.
Non credo che lui, uno dei tanti come voi che giornalmente mi chiede qualcosa, si sia reso conto del baratro di interrogativi, di dubbi e autocoscienza che si è aperto sotto ai miei piedi. Ed escludo pure che abbia immaginato che io, rispondendo in forma privata, lì per lì arrabbattata in stile più ironico che altro, abbia pensato tutto il giorno, e anche quello dopo, e quello appresso, fino a oggi e forse anche domani, al suo efficace quesito. Perché, nel rapporto con gli artisti, ci sono di mezzo dei silenzi assordanti, dei non detti grandiosi, dettati soprattutto dall'accettazione dei propri ruoli che, al di sopra di ogni altra cosa, sottintendono tanta buona fede, qualche buona intenzione e un alibi direi di ferro davanti a ogni forma d'ipocrisia da entrambi i lati, anche la più nefanda. In sintesi quasi nessuno la pone e la prende sul personale, il che garantisce una sorta di immunità super partes. Se non fosse che poi alle spalle, molto spesso, succede di tutto. E’ storia di neanche un mese fa uno svarione di un imbufalito Nicola Manzan (aka Bologna Violenta) per il quale nell'ambiente mi odierebbero tutti. Da Hate&Merda (forse pure solo per il nome) a Bruno Dorella degli OvO, uno dei musicisti più paciosi e disponibili che conosca - nonché dispensatore di una buona dose di autostima all'alba di un'intervista concordata per Il Mucchio. Lungi da me mettere zizzania o trasformare queste mie considerazioni in battibecco. Io la mia idea me la sono fatta, sta bene lì e non sento affatto la necessità di andare a disturbare il cane che dorme. “Senti, ma secondo te, come imbrattacarte, cosa sbaglio?” sono andato a chiederlo altrove, forse un po’ codardamente, simulando una noncuranza e una leggerezza non proprie della situazione, a chi conosco da abbastanza tempo per ipotizzare una sua risposta schietta ma non dettata dall'impeto di una luna storta come Nicola o, viceversa, dall'esigenza di pararsi il culo per qualsiasi motivo, artistico e non.
“Commetti un errore gravissimo che consiste nel ritenere la scena musicale italiana conforme a quella di ogni altro posto del mondo. L'Italia è invece un posto stranissimo, dove i critici musicali non vanno quasi mai ai concerti, hanno scarse cognizioni di cosa sia il lavoro che fanno, tifano, prendono lezioni di dettato dagli uffici stampa e dagli oligarchi di turno. Chi si esprime in codice alieno sbaglia”, ha dichiarato Alessandro Buccini. “Antonino Urso (Giorgio Moltisanti) è un attaccabrighe micidiale, ma il suo punto è sempre interessante, perché quasi mai è un punto di vista condiviso e rassicurante”. ha affermato Max Collini. “Per quello che ho letto sbagli di poco e spesso solo nei modi”, ha detto Gian Maria Accusani. “Ma vai al diavolo!” ha risposto Theo Teardo.
Ho sospirato. Ancora non ho da temere poi molto. E poi tanto non uno di loro, ne nessun altro per quanto ne so, ha il tempo e/o la voglia per aprire un blog, una pagina Facebook o un accout Twitter con la precisa intenzione di farci a pezzettini. Qualcuno qualche volta sbraita qualcosa, ma ancora devo perlopiù confrontarmi con lo specchio. Eppure il tarlo si è insinuato nella mia coscienza (sporca?) che si è improvvisamente riempita di possibili macchie, errori, punti, svarioni, eccessi e facilonerie. Sia chiaro: io faccio del mio meglio. E lo faccio anche volentieri. Anche a costo di stare sul culo a tutti che poi questi “tutti” chi mai saranno? Con molti musicisti chiacchiero e rido parecchio, con altri abbiamo da tempo messo paletti e filo spinato. Ma se mia madre o un amico non mi rivolge la parola una settimana mi pesa, se il batterista dei Salminchia pensa sia un idiota, alla fin fine, pazienza. Lo posso ascoltare, lo osservo, lo annuso, lo rassicuro, lo gratifico se ce n’è motivo, posso pure arrivare a coccolarne l'ego riempendolo di tutta l'autoironia che possiedo. Ciò però non vuole dire che mi metta a raccontargli storie, non eviti di dirgli bugie, gli risparmi il mio sarcasmo. Cerco di rispettare la sua voglia di leggerezza, a patto che non svilisca il mio desiderio di concretezza o la mia curiosità, come direbbe Vian, di ficcare il naso nei posti più impensati prima di crepare. Mi sforzo di spingerlo fuori dal nido di un giornalismo comodo che a qualcuno manca anche un po’, magari ponendogli delle domande che ricordino vecchie interviste degli anni Settanta, quando si potevano stuzzicare gli artisti e parlare di argomenti scomodi. Provo a fare di lui una persona a modino, anche se può essere una rogna raggiungere il pubblico così. Se ciò fa di me un idiota, pazienza.
Provo. Anche se le mie buone intenzioni, soprattutto nei confronti di chi legge, non mi mettono a riparo da nulla e, secondo qualcuno, lastricano strade che portano in luoghi poco raccomandabili.
Giro poi la domanda a me stesso. Cosa mi rimprovero, come imbrattacarte? Mi rimprovero di avere molte lacune di forma più che di sostanza. Mi rimprovero anche assenze e latitanze, anche quando penso di essere sul pezzo. Perché spesso è impossibile conoscere tutto, e c'è sempre un aggancio mentale che sfugge e spesso i comunicati stampa non dicono tutto. Sembra una banalità, ma l'intuito non arriva ovunque. Mi rimprovero la gravezza nel prendere tutto dannatamente sul serio, nel filosofeggiare su ogni cosa, nel cercare in ogni modo di andare al di là delle apparenze, nel soppesare ogni cosa e risultare spesso fuori luogo rispetto al clima di spensieratezza imperante. Perché, ora tocca ammetterlo, spensierato forse non lo sono stato mai.
Mi rimprovero anche la pigrizia, quando si tratta di affrontare il mondo della musica attraverso le nuove tecnologie, che sia Spotify o uno smartphone, che ancora mi ostino a non possedere, e la relativa conseguente rosicata quando questo mi pone inevitabilmente una spanna sotto chi è più al passo coi tempi. Sono io il bradipo, non il mondo a essere cattivo. Mi rimprovero l'incapacità di avere o solo simulare una qualsiasi forma di coolness al passo coi tempi. Ho sempre visto il trash come trash, senza attribuirgli nessuna sofisticazione di sorta, non riesco a farmi piacere Masini, sul serio o per finta, e considero la metà dell’umorismo dei miei giovanilisti coetanei fastidioso come un gatto nelle mutande. Ho inevitabilmente i capelli troppo lunghi. E di tutto questo a volte mi sento in colpa. Il che, mi rendo conto, è un po’ perverso. La voragine però si è aperta, e un enorme interrogativo sta ancora lì. Faccio bene ciò che faccio? Continuerò a rimproverarmi e giustificarmi fino a quando mi ritroverò con un figlio per casa, con i baffetti e i brufoli, speranzoso che mi chieda chi erano i Fugazi, magari leggendolo su una mia t-shirt, e non abbia voglia andare a comandare con uno come Rovazzi? O magari, nulla di tutto questo, e mi costringerà a fare altro, probabilmente fottendosene allegramente se poi sono una pippa o meno.
Bologna, 2017.02.25
Bologna,2017.02.26
Days like this ma mama said
diario di un giornalista frustrato.
Caro diario, Io non me ne intendo molto di questioni legali, ma ho capito che se si vuole scrivere di musica e di spettacolo in generale è meglio che ci si faccia una certa esperienza giuridica o si può finire male. I cosiddetti artisti, infatti, sanno esser le persone più supponenti e bizzose del creato. Ieri n’è successa un’altra che mi ha riguardato in prima persona attirando l'attenzione di molti di quelli, tra parenti, amici e lettori, che almeno una volta hanno ipotizzato di scrivere da qualche parte. Dovendo far un sunto, in poche righe: c'è stato un dibattito piuttosto teso tra il sottoscritto e una scrittrice italiana nemmeno trentenne balzata spesso agli onori della cronaca più per questioni di letto che per reali meriti sul campo, perché quest'ultima si è sentita offesa dalle domande che le sono state poste e oltraggiata per l'aggiunta di un quesito la cui risposta per buona parte è stata estrapolata da una sua intervista reperibile su Youtube. Da buon ignorante, ho solo capito che la supposta onestà intellettuale in questo mestiere è pretesa ma non concessa - così come la buona fede. In pratica, un genericamente detto artista (in questo caso in modo così ampio da cadere nell'iperbole) può fare il bello e il cattivo tempo, sparare amicizie e competenze, inventarsi di sana pianta un mestiere se la cosa lo sollazza, giocare sporco su tutti i fronti, supporre di intuire il tono di una domanda (anche quando questa gli viene posta per iscritto) e minacciare avvocati ancora prima di chiedere un chiarimento, rifiutare un contraddittorio specie se pubblico, essere carrieristi, ipocriti e tornacontisti alla bisogna… ma un giornalista no. In sostanza tutto gli è dovuto, ancor meglio se con pazienza e riverenza, ma un errore o un eccesso d'ingenuità altrui possono portare a conseguenze inimmaginabili.
Caro diario, Potrei fare luce sulla questione me stesso Vs la scrittrice tarocca finita a leggere i tarocchi (il che in effetti ha una sua logica). In pratica potrei portare la considerazione di uno di voi più sveglio di me. L'appunto che fa è questo. La tipa in questione è una squallida caricatura da fondo scena che da almeno quindici anni campa delle gazzarre che ama creare per poi riderne ebete e beata qualora le si presti l'imbeccata adatta per fingersi scomoda e sopra le righe, tra una domanda pechoreccia e una su cosa ha mangiato a colazione – del resto che vuoi chiedergli a una così, che cosa ne pensa lei delle norme di proconcorrenza adottate dalla Francia contro iTunes? Oppure sono io un’idiota che spesso se le va a cercare e adieu. In ettetti (e qui scatta l'infarinatura di informatica base, visto che il buon senso sembra essere pessimo) le persone con cui quasi finisco in tribunale sono un “sistema chiuso”. E come se andassi da Sgarbi e ricevuto il primo vaffanculo gli chiedessi comprensione. Tradotta nel mondo reale, la chiusura mentale di alcuni agli altri (comprensivi di proprie idee/esigenze) suona assurda, se non peggio, ma è ben visibile e prevedibile. Caro diario, Pensavo ancora alla questione me stesso vs noi siamo figli delle stelle e penso ancora di non capire. Teoricamente a ogni personaggio pubblico conviene che il suo da fare venga venduto bene, che la sua persona appaia come e anche migliore di com'è, giusto? Di fatto l'artista medio non chiede altro: vorrebbe che il pubblico lo trovasse in forma smagliante, sempre sul pezzo e cose così. Personalmente – e senza tirare in ballo il buongusto e l'etica - non ci vedo nei limiti nulla di male: c'è forse qualcuno di noi che, dovendosi mettere in mostra, non arrotondi un po’ per eccesso il reale? Quando allora le ho dato una mano aggiungendo una domanda che desse corpo a una serie di risposte debolucce, arrabattate e in sostanza fuori fuoco, tutto mi aspettavo fuorché un'incazzatura. La cosa mi suonava strana e allora ho provato a chieder lumi al tale più sveglio di me, visto che non capisco se è solo masochista o ha un tornaconto a non volere apparire meno decerebrata del suo solito. La teoria che mi è stata detta è che a conti fatti, al netto di due risposte centrate su sei, di cui una nemmeno di suo pugno, in un inutile perdita di tempo complessiva per tutti, in cui anche l'inesperto comprenderebbe la totale estraneità del soggetto al contesto (in soldoni, questa è una che se le chiedi che cosa ascolta ti risponde “La radio”) preferisca perdere l'esigua pubblicità ora e qui con gente che molto probabile già la detesa e comunque la tanerebbe subito, conquistandone dell'altra con quelli che come lei alla musica preferiscono ciarlare del sesso della panettiera o dell'oroscopo di Brezsny (l'unica pagina che non leggo) su l'Internazionale e poi – fatto togliere di mezzo le prove, ovvero l'articolo, a suon di minacce legali - è liberissima di fare i suoi comodi senza confronto col diretto interessato sui social, imporre la sua verità camuffata (ovvero dire che le domande vertevano su sesso e porno senza specificare che il tono delle domande era “So che ami Edit Piaf ma che rapporto hai con la musica?” o “Associa un disco per ogni tuo libro”) e consigliare di farsi i cazzi propri a chi, pure tra i suoi lettori, la invita a darsi una calmanta o avere un po’ di senso – pure solo della misura. Insomma, le classiche porcate di chi predica bene e razzola male. Caro diario, Lo so, mi sono alterato alla solo pensiero d'essere stato accusato di disonestà intellettuale da una che si finge scrittrice mettendo in piazza i suoi amplessi e l'importanza dell'invenzione della carta igienica per i nati sotto il segno della bilancia. Una perennemente pronta l’Isola dei Famosi e la seconda serata. Ma ho agito in serenità e correttezza, tanto da fornirle in anteprima l'introduzione dell'articolo (”Va benissimo, puoi pubblicare quando vuoi”) e lo stesso articolo un minuto dopo la pubblicazione, rimuovendo la parte indesiderata dieci minuti dopo la sua richiesta. Ne è venuto fuori un casino di Cristo, sono state coinvolte persone che dovevano rimanderne fuori, sono state usate parole completamente fuori luogo, è stato persino tentato di farmi licenziare. Non hai idea. Ora capiscoo che di fronte a certi casi di manifesta ottusità (arroganza? ipocrisia? manie di protagonismo e di grandezza? eccesso di congetture? schizofrenia paranoide? faccia come il culo? non so come dirla) incazzarsi è pure sciocco, ma quanto meno aiuta a sbollire. Ma che palle però!
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