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Jack, il mio nuovo cactus
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10. IPNOFOBIA: PAURA DI DORMIRE
Ho più volte immaginato di poter essere una paziente di Freud, e ancora più di avere la possibilità, se non il privilegio, di scoprire come avrebbe trattato il mio caso nello specifico.
A volte immagino che tutta la mia storia gli avrebbe permesso di sviluppare più velocemente la prima forma di psicoterapia concettualizzata e formalizzata nella storia moderna, che forse sarei stata un secondo, o addirittura un primo caso “Emmy Von N.”, o che il mio trascorso lo avrebbe portato a formulare diversamente tutte le teorie nell’ambito del motore dei sogni.
Ma, per quanto io possa fantasticare, il passato è andato e, questo tempo a me contemporaneo che sento stringermi troppo addosso, come se non pennellato alla mia anima, mi permette comunque di godere di quello che posso considerare un certo privilegio, perché in quei tempi lontani Breuer curava i casi di isteria attraverso tecniche ipnotiche, avvalendosi del presupposto che il sintomo isterico fosse espressione di una profonda conflittualità repressa, che riusciva a sfogarsi solo manifestandosi in forma nevrotica; nel frattempo, Freud portava avanti atroci sperimentazioni, cancellando, tramite ipnosi, i ricordi umani.
La cara signorina Emmy Von N. dimostrò il suo dissenso quando Freud le cancellò alcuni ricordi dolosi, in modo pacato, seppur doloroso: io, se fosse ancora vivo, non mi sottrarrei dal dargli due schiaffi in faccia, pur nel rispetto degli sviluppi cui è arrivato il suo lavoro.
I ricordi, per me, sono fonte preziosa. Non vanno toccati. E sono in continua lotta con l’effetto Mandela, che tende a distorcere pensieri e memorie, e mi crea quella confusione che sfocia nella paura di dimenticare, di perdere tracce importanti della mia storia.
In fondo, la mente lavora sempre in modo strano, incontrollato e incontrollabile, e talvolta i suoi giocosi scherzi incutono terrore e serrano lo stomaco, distorcendo la percezione che si ha del mondo esterno.
E non dimentico quel periodo in cui le allucinazioni erano così forti da farmi vedere la gente morta.
Ero in quell’autobus, ero apparentemente calma, e all’improvviso un flash, qualcosa, una visione di pochi secondi, tutte quelle persone che si avvicinavano all’ultimo respiro. Non vivevo liberamente i miei stessi pensieri, soffocati da visioni incontrollate di catastrofi. Non riuscivo a pensare normalmente. Se pensavo a qualcuno, arrivava quell’allucinazione. E così, come nel peggiore degli incubi, ecco una macchina, un incidente, il sangue, la proiezione di un’altra dimensione, di un mondo parallelo in cui quella macchina investiva quella persona, la trucidava, la spezzava sotto le sue ruote.
Possiamo aver il controllo del nostro corpo, e poi possiamo perderlo e farcela comunque, ma quando la tua mente è controllata dai tuoi demoni, quando provi a chiudere gli occhi per non vedere, ma vedi lo stesso qualcosa di oscuro, come fai a vivere? Come respiri?
Dopo un periodo piatto, senza visioni, ma ricco di avvenimenti catastrofici, il sonno è passato dall’essere un luogo di pace a un labirinto di morte e orrori.
Ho sempre sognato molto, fin da piccola, e la cosa risultava piacevole fin quando si trattava di enormi navi pirata e il tutto si concludeva con la vittoria di tutti e il vissero per sempre felici e contenti.
E fin da piccola ho sperimentato gli incubi ma, per fortuna, si materializzavano nella mia mente di rado.
Il primo semi-incubo lucido l’ho vissuto da piccola. E uso il termine “vissuto” perché in individui come me i sogni e gli incubi tendono sempre più, con lo scorrere del tempo, ad essere delle esperienze lucide, nitide, sveglie e consapevoli.
Una notte, da piccola, ho sognato un incendio, o meglio un’esplosione, ma non paurosa, non terrificante, solo l’interno di una vecchia casa dove i muri all’improvviso smisero di esistere, il cielo si trasformò in un intenso tramonto, ed io mi sdraiai a terra improvvisamente, sentendo la necessità di proteggermi dal calore che iniziava ad emanarsi. Un’esplosione? Una fuga di gas? L’inizio di un’apocalisse? Non lo so. Ma l’unica cosa che conosco bene è la sensazione che provai, una sensazione lucidissima, come se la dimensione del sonno e quella del reale si stessero compenetrando, come se si stessero sfumando i contorni di due realtà e non esistesse più il reale o l’immaginario, ma una dimensione altra, che andava oltre, oltre me stessa.
Il calore, quel calore così vero, quella sensazione di sentire tutto, come se fosse vero, come se non fosse un sogno, ma la realtà quotidiana. E il vento, il vento che spingeva verso di me quel calore. Un vento che nell’immagine era forte, ma nella sfera sensoriale piacevole, come era piacevole quel calore che mi soffondeva insieme ad una forte luce.
Fu allora che capii che forse i sogni e gli incubi potevano non essere solo fenomeni psichici mossi da meccanismi diversi dai processi coscienti del pensiero, e negli anni mi resi conto di essere in grado di vivere pienamente e manipolare a mio piacimento, ma con determinati limiti, le esperienze che potevo vivere in quella realtà paranormale.
Me ne accorsi quando iniziai ad avere i primi disturbi del sonno. Non ho mai dormito bene, ho spesso sofferto di insonnia, e avuto difficoltà a prendere sonno. Di notte, infatti, mi stendo sul letto, ma prendo sonno dopo tantissime ore.
È per paura, è per l’ansia, è per traumi che ho vissuto e che non ho mai metabolizzato e interiorizzato nel modo corretto.
Ho smesso di dormire “normalmente” molti anni fa, quando dormire ha iniziato ad essere una paura, matrice di forti ansie e pensieri oscuri.
Che io sia a casa mia, a casa degli altri, o in albergo, non dormo se non c’è pieno silenzio. O meglio, non dormo se non ho il controllo dei rumori della notte. L’unico rumore che voglio sentire è quello della televisione, che fin da piccola mi cullava il sonno, e nei primi anni in cui ho vissuto da sola mi aiutava a sentire meno il peso della solitudine. Per il resto, ho bisogno di sentire silenzio.
E così la notte, se sono in casa con qualcuno, giro per i corridoi e le stanze, assicurandomi che tutti dormano, che tutti stiano bene, che nessuno sia in grado di disturbare il mio sonno.
Ma poi non dormo. Resto con gli occhi sgranati a sentire i rumori notturni, i cani che abbaiano, gli oggetti che cadono dal mobile perché erano già in una posizione precaria. E così i rumori della natura, delle macchine che sfrecciano per strada alle due di notte.
Il sonno. Quel sonno in cui mi chiudevo quando ero fatta, per non pensare, per non vivere il giorno. E ricordo le settimane intere passata nel letto, imponendomi di dormire anche quando non volevo, perché nel sonno trovavo la pace.
Ma poi quella pace è svanita, ho iniziato ad avere incubi su incubi, che si sono fatti sempre più tetri e contorti, arricchendosi di dettagli, mostri, persone reali e immaginarie, violenze, sangue, e soprattutto rielaborazioni delle mie paure e di tutte quelle ansie dettate dalla bassa autostima, quelle stesse ansie per cui mi sono sempre sentita inferiore al resto del mondo, alle altre ragazze, e non meritevole dell’amore altrui.
“Camminavo lungo la strada con due amici quando il sole è tramontato e improvvisamente il cielo si è fatto rosso sangue. Ho sentito un soffio di malinconia. Mi fermai, esausto, mi appoggiai alla staccionata contemplando le nubi sospese come sangue e lingue di fuoco sul fiordo di un blu quasi nero e sulla città. I miei compagni proseguirono il cammino - io restai lì immobile tremando per la paura e per l’angoscia. E sentii che un grido infinito pervadeva tutta la natura”. Se non ho mai trovato le parole giuste per descrivere quelle sensazioni, credo che Munch, elaborando il suo famoso Urlo, sia stato in grado di farlo per me.
Demoni, porte rotte, luoghi oscuri, scantinati, boschi, morte, tanta morte, alieni che invadono il mio spazio, che tentano di prendere sempre e solo me, forme sconosciute che tentano di portarmi via, e soprattutto la sofferenza del mondo che mi circonda, il grido di disperazione di tutta la natura, quegli elementi che analizzo, quelle vite che assimilano e poi ritornano di notte, come lo spirito dei morti che di notte ritorna. Sento, sento emozioni, sento dolori altrui, li sento nelle ossa, li sento dentro mentre dormo.
Sento le grida, il calore o il gelo come se non fossi in un incubo, come se non fossi in una rielaborazione della realtà, perché quella è realtà. Non è una dimensione fittizia in cui vorresti ricordarti di darti un pizzicotto ma non lo fai mai. Perché è tutto vero, le sensazioni e le emozioni sono vere. Percepisco al tatto il caldo, il freddo, la spigolosità dei frammenti delle bottiglie di vetro, il sapore e l’odore del sangue, la ruggine, il vento sulla mia pelle. I miei sogni non sono finzione, e la cosa più strana di tutta questa connessione mentale con il mondo è che io sono in grado di decidere.
Nei sogni e negli incubi dormi, dormi e basta, guardi, agisci, ma è tutto passivo. Nei miei invece io sono sveglia, e a volte ho anche gli occhi aperti. Sono consapevole di cosa sta succedendo, di cosa sto sognando, e soprattutto sono sempre consapevole di essere nel sogno. Ma è così reale che non capisco, che faccio difficoltà. E mi dimeno mentre sto dormendo, mi urlo addosso che devo cambiare ciò che i miei occhi stanno guardando, mi urlo che devo svegliarmi. Perché so che sono in quella dimensione, sono completamente cosciente.
Ma non mi sveglio, mi urlo di farlo ma non riesco a svegliarmi. E quando sono completamente cosciente, non salto come fanno gli altri. Perché si sfuma. Si sfuma tutto. Il sogno o l’incubo sono così vicini alla realtà che si sfumano tra di loro, e in questo sfumarsi la sensazione del tutto si addolcisce, perché a differenza degli altri, svegliandomi, non divento cosciente, resto cosciente. Perché nel sonno sono completamente cosciente.
È come essere nella realtà di un mondo parallelo. Come se fossi sempre nello stesso posto, ma in due dimensioni che nel sonno riescono a incontrarsi. È come una parentesi, un varco, tra la nostra terra e la terra di una delle tante dimensioni che si sono sviluppate parallelamente alla nostra.
Sento, sento tutto, sento perfettamente le mani addosso, e ogni sogno mi lascia con quella sensazione. A volte faccio anche fatica a distinguere le due dimensioni, mi chiedo quale sia reale e quale, tra virgolette, fittizia. Sto sognando? Sta accadendo? Non sta accadendo? Sono sveglia di qui o sono sveglia dall’altro lato? E per me i sogni sono come esperienze di vita, è come se vivessi nel sonno, perché ciò che vivo in quell’altra dimensione mi consuma energie, quelle stesse energie che poi nella giornata mi mancano e mi portano a voler dormire ancora, ad essere stanca.
Perché gli incubi mi consumano tutte le forze. Perché se nell’incubo corro, è come se avessi davvero corso, è come se poi le gambe fossero davvero stanche. Io mi sveglio stanca dopo gli incubi, i miei demoni utilizzano il sonno per esaurire le mie energie, perché forse così posso decidermi a farla finita definitivamente.
E quindi non posso contare nel sonno, mi stendo sul letto con già la paura di fare un brutto sogno, di sentirmi soffocare o, ancora peggio, vivere una paralisi nel sonno.
E una volta stavo morendo a causa di una paralisi. Questa paralisi ipnagogica, questo disturbo del sonno che ti prende all’improvviso e ti irrigidisce i muscoli, dovrebbe preservare quasi perfettamente l’attività respiratoria.
Ma quella notte, a casa di mia nonna, ero malata.
E si bloccò anche la respirazione, e dovetti lottare con l’ansia e la paura, senza riuscire a muovere nessun muscolo, senza poter urlare, senza poter fare niente. Vidi esattamente la morte in faccia, sentii di essere arrivata completamente, stavo soffocando lentamente, senza poter chiedere aiuto o aiutarmi da sola. Vicina alla morte, così vicina alla morte. Quella stessa morte che pochi mesi dopo mi fece meno paura.
Perché quando svieni, quando ti svegli in una pozza di sangue, quando non sai com’è successo, allora provi un atipico orgasmo sensoriale, perché non ricordi nulla, perché non ricordi nessun tipo di dolore fisico, solo il vuoto, il buio.
E lì capisci che forse la morte non è dolorosa, che non si sente niente, che non si vive la paura. Che scivoli lentamente via. E provi piacere. Provi quell’amaro e perverso piacere che ti porta a volerlo fare ancora, e ancora. A voler cadere di nuovo giù, a terra, a sbattere la testa, e magari questa volta senza risvegliarti. Perché in quel modo la morte non fa paura, non ti fa male, non soffri, non senti niente. Sei solo morta, sei solo andata altrove o forse da nessuna parte. Ma non ti fa più paura. Perché non è niente, non ricordi nulla di te stesso.
La morte, il sonno, e la morte nel sonno. Il sonno in cui cerchi protezione e invece diventa un mattatoio. E la ricordo esattamente quella notte, la notte in cui, a casa di mia nonna, mi raggiunse uno dei peggiori incubi della mia vita, quello che fu seguito da notti e notti di incubi, incubi su incubi, incubi molteplici nella stessa notte, incubi che non riesci a scrollarti da dosso.
Eppure, per qualche strano motivo, gli incubi sono finiti, e le paralisi nel sonno sono diventare sempre più rare.
A un certo punto, ogni piccolo ingranaggio di me ha iniziato a rimettersi a posto, a guarirsi da solo, forse per spirito di sopravvivenza, forse perché era arrivato il momento giusto per crescere ed evolversi.
Per ergersi, rinascere da quelle ceneri tanto citate, e spiccare il volo. Un’ulteriore volta.
Dalla mia tesi “IGNORAMI - Conversazione derealizzata con la paura placebo”
Hotel room chronicles
I’m always tired,but never of you
Freestyle fatto in 3 minuti
Your next bad habit
Seh, vabeh... 😳
“I was so upset with what was going on in the world… Punk was a call-to-arms for me.”
— Vivienne Westwood (via subcultural-focus)
Vivienne Westwood by Juergen Teller
Extrañándote
194 Likes, 33 Comments - 𝖉𝖊 𝖑𝖆 𝖓𝖔𝖈𝖍𝖊🔮 (@lowchano) on Instagram: “Music by @lowchano @iamemvnuel Video by @paolohanzo Rec mix & master by @jo
Tu sei
tutte le volte in cui
dici di non farcela
e invece
ce la fai sempre
shewalksinthefire
Il vuoto che rimane vuoto spezza il fiato perché davanti a “come mai” non c'è alcuna risposta. Sei troppo profonda per riempirlo con persone superficiali e troppo saggia per lasciarti illudere da ciò che appare come una soluzione ma divora solo il tuo tempo. Delle situazioni non spiegate, a metà o tiepide non sai cosa fartene. Vorresti bruciare, ma non riuscendoci sei gelo ed è tuttavia migliore il ghiaccio all'essere neutra. Ti trafiggi il cuore perché se nessuno è in grado di incendiarlo allora nemmeno una persona merita di averlo. Neppure tu, perché hai fallito ogni volta che hai cercato di bastarti. Tutto ciò che ti rimane è sperare di trovare un giorno quella rarità che vai cercando però ne avresti bisogno ora, non domani; gli obiettivi riesci ad inseguirli da sola, ma se la felicità che ne deriva non la puoi condividere con nessuno, se la vedi soltanto tu, non é poi sto granché.
Miry M.
“Basta una sola bugia, una sola bugia per non credere al resto.”
-Marracash
‘Quanto mi sarebbe piaciuto essere davvero tutto ciò che ci promettevamo.’
-Carol