PAOLO ROSA legge ANGELO RIGHETTI
Paolo Rosa è membro e fondatore dal 1982 di Studio Azzurro, con cui ha sviluppato un’attività di ricerca particolarmente indirizzata nel settore delle videoambientazioni e attraverso la realizzazione di 'ambienti sensibili'. Si interessa alle attuali problematiche dell’interattività e del multimediale, ha realizzato numerosi programmi video e televisivi, è intervenuto con scritti e riflessioni teoriche, ha svolto attività in campo formativo e didattico con workshop e seminari. Attualmente è docente all’Accademia di Belle Arti di Brera.
Mauro Folci, Paolo Rosa (a cura di), E Manu Capere. Sedici lezioni strane a Brera. Scalpendi Editore / Accademia di Belle Arti di Brera, 2012.
"Nel mondo greco-romano c’era un modo per liberare gli schiavi. Si andava davanti a un pretore, il padrone imponeva la sua mano sulla testa dello schiavo e lo faceva girare su se stesso. Questo gesto compiuto davanti al pretore significava che lo schiavo era liberato. Come ricorda Foucault Seneca ed Epitteto citano questo rito che era a loro contemporaneo, come una metafora del potere della filosofia, perché la filosofia ha la capacità di liberare l’uomo, di affrancarlo, di farlo diventare libero. Se vognliamo contribuire alla costruzione di un movimento che modifichi lo stato delle cose presente, che provi a fermare o quanto meno a dominare troppo tracotantemente sulle nostre vite, abbiamo davvero bisogno di fare un giro su noi stessi, cioè abbiamo bisogno di strumenti, come quelli che possimo trovare in Foucault e in tanti altri. Però lasciate che ve lo dica, non abbiamo bisogno di nessuno che ci tenga la mano sulla testa." Antonio Caronia, dalla quarta di copertina del libro
Estratto: Angelo Righetti, "Racconto sull'identità tra etica ed estetica"
[Angelo Righetti è medico specializzato in psichiatria, neurologia, epidemiologia e farmacologia. Attualmente riveste la carica di Responsabile di salute mentale della Conferenza Permanente Partenariato Euromediterraneo ed esperto del Organizzazione Mondiale della Sanità e dell’ONU.
E’ stato fra i principali collaboratori di Franco Basaglia nella preparazione delle linee direttrici della famosa legge che ha portato alla chiusura dei manicomi.
E’ fondatore e critico di diverse riviste di scienze umane e di salute mentale, oltre che coordinatore di diverse commissioni nazionali. Come “imprenditore sociale” ha fondato diverse cooperative solidaristiche di produzione e lavoro operanti in campo nazionale e internazionale.]
Sono uno psichiatra, ho lavorato negli anni 70 con Basaglia per l’eliminazione dei manicomi. Sono diventato un esperto di questa storia; esperto di distruzione e al contempo, necessariamente, abbastanza esperto anche di costruzioni alternative a ciò che si distruggeva.
Venivo come tutti da una cultura che riguardava il corpo, in particolare il cervello e i prodotti del cervello; venivamo dalle scienze mediche e dalle scienze umane e ciò che avevamo imparato era che il cervello è un organo immutabile. La dotazione delle cellule cerebrali, circa alcuni miliardi presenti nella teca cranica, non si sviluppa ulteriormente e le cellule sono esattamente le stesse che abbiamo ricevuto nell’embriogenesi. Mentre tutte le cellule degli altri organi si riproducono, così ci insegnavano, quelle del cervello rimangono immutabili, il patrimonio quantitativo delle cellule cerebrali rimane immutabile.
In questa visione, tutto ciò che si presupponeva colpisse il cervello, manifestando sintomi che si potevano vedere e sentire, erano lesioni irreversibili; erano quindi lesioni che il cervello non poteva riparare perché non si riproducevano le cellule. Questa era la concezione da cui venivamo e, su questa idea, sono state costruite tutte le malattie psichiatriche che oggi conosciamo.
La malattia mentale è nata dalla convinzione che fosse il segno di una lesione cerebrale d’organo e non di un episodico comportamento non adattivo, che fosse dunque il segno di lesioni legate a ciò che non si riusciva a vedere dal punto di vista anatomo-patologico perché non si riusciva ad andare nell’infinitamente piccolo. Era dunque molto difficile immaginare che poteva esistere un’area di curabilità di una cosa che, di per sé, veniva considerata inguaribile. Era molto difficile immaginare una strada alternativa, fu per questo e sulla base di alcune osservazioni contraddittorie che prese avvio quella straordinaria avventura.
Le osservazioni che vi riporto, capaci di contraddire questa concezione del cervello e degli stati di coscienza umani, erano sostanzialmente tre e ben consistenti.
In primo luogo, ci fu l’osservazione di John Conolly, uno psichiatra inglese nominato nel 1839 direttore dell’ospedale di Hanwell, uno dei vecchi alienisti insomma, secondo cui liberare le persone all’interno dell’ospedale e dare loro una funzione di responsabilità faceva in modo che queste migliorassero anziché peggiorare. Fu un’esperienza descritta come qualcosa che non ci stava tanto con l’irreversibilità, la pericolosità e l’inguaribilità, i tre connotati della malattia mentale che ci insegnavano essere i corrispettivi delle lesioni cerebrali, queste ultime invisibili perché infinitamente piccole. Se questo era il presupposto, le contraddizioni erano però evidenti, soprattutto quando si assisteva ad un drastico miglioramento sulla base delle relazioni umane che si stabilivano tra le persone.
Un’altra contraddizione straordinaria fu quella messa in luce da un pastore alsaziano che nella comunità di Geel in Alsazia mise in atto un progetto di affido condiviso.
Le persone che manifestavano disturbi psichiatrici, anziché esser curate dai medici e dagli alienisti dell’epoca, venivano inserite in una comunità abbastanza vasta da lui creata; questo valeva soprattutto per i bambini, o comunque persone giovani, i quali venivano introdotti in famiglie diverse dalla loro. Poiché quasi tutti gli abitanti di questa comunità si erano resi disponibili a fare questo tourbillon, succedeva che chi aveva in casa un ragazzino che stava male faceva uno scambio con un altro ragazzino di un’altra famiglia, per cui cambiavano le relazioni umane di queste persone.
Anche in questo caso ci furono dei risultati piuttosto consistenti, anzi molto consistenti, e il pastore alsaziano si rese conto perfettamente dell’importanza del suo esperimento che andò avanti per circa 70 anni. Il progetto, che prese il nome di Codice di Geel, venne organizzato con grande precisione e con un resoconto esauriente della modifica dei comportamenti e della crescita dei ragazzi che erano stati designati come malati di mente o schizofrenici o affetti da demenza precoce.
Tali miglioramenti venivano messi in relazione a due cose molto interessanti: al tasso affettivo della famiglia, cioè a quanto allegra, vivace e spensierata fosse la famiglia che prendeva in carico il ragazzo, e a quanta cura si riponeva negli oggetti, quindi alla bellezza dell’arredamento e alla pulizia degli ambienti. Naturalmente non ci fu nessuna dimostrazione di questo esperimento, semplicemente la registrazione dei risultati ottenuti.
La terza formidabile contraddizione all’interno di questa visione della neurologia e della psichiatria del tutto particolare, che poi è ancora quella che la vostra generazione ha culturalmente assimilato, fu evidenziata dal dottor H. Simon nel 1820.
Egli si mise ad organizzare i numerosi pazienti del suo manicomio sulla base dell’addestramento lavorativo, facendoli lavorare in campagna e in una falegnameria che aveva eretto egli stesso. Anche in questo caso furono registrati miglioramenti molto consistenti, soprattutto laddove ci si occupava di oggetti artigianali, come ad esempio strumenti musicali, oppure di oggetti d’arredo.
Simon assegnò a tutti i pazienti di questo enorme manicomio vicino a Berlino un’attività lavorativa; non solo, gli applicati, che erano gli infermieri dell’epoca, facevano gli istruttori in base alle loro proprie abilità, per cui un infermiere che sapeva fare l’imbianchino diventava uno psico-imbianchino e curava i pazienti insegnando loro a fare gli imbianchini.
A questa pratica terapeutica Simon diede il nome di terapia vocazionale, vocational therapy, ovverosia uno fa per terapia ciò che gli piace fare e che sa fare con abilità, in modo tale che abbia la motivazione a fare qualche cosa semplicemente perché è bravo e la fa anche bene.
Le osservazioni anche qui furono sorprendenti: persone totalmente passivizzate divennero capaci di produrre e l’esperienza diede un risultato talmente consistente che la si trasformò in una tecnica, la cosiddetta ergo terapia, terapia del lavoro, ma questo fu un grave errore.
All’interno della sua osservazione ci sono comunque alcuni fattori particolarmente interessanti. Se a una persona viene valorizzata la sua abilità, qualsiasi essa sia, che sappia fischiare al cielo, costruire uno strumento o coltivare fagiolini, si produce un effetto alone, così lo chiamava Simon, per cui questa persona diventa brava anche nel resto e acquista più stima di sé.
L’ultima, fatale contraddizione fu quella di Russel Burton, uno psichiatra gay degli anni ’60 – uso la parola gay poiché in questo caso ha un significato particolare – il quale scrisse un libro molto interessante intitolato “Institutional Neurosis”, da me tradotto.
Burton in questo studio dimostra con precisione, come sanno fare in modo pragmatico gli inglesi, i danni che una persona riceve quando viene messa in una situazione di passività e di gerarchia. Dai comportamenti e dalla valutazione di tutte le funzioni neuro cognitive, si osserva che una persona che entra in contatto con un’istituzione, quale è l’ospedale, ha un depauperamento grave dei propri livelli di funzionamento cognitivo e affettivo.
Questo oggi è cosa nota, allora si chiamava sindrome da istituzionalizzazione; Burton, però, la descrisse come una vera e propria malattia che definì nevrosi istituzionale.
L’assenza di libertà, lo squallore degli oggetti e dell’arredamento, un ambiente non personalizzato, non innervato all’interno della privata proprietà, comporta un annullamento degli attributi cognitivi di una persona; di conseguenza, diminuisce la sua propria capacità di comprensione del mondo fino al punto di diventare non più autonoma e non più autosufficiente, quindi anche con funzioni fisiologiche non in grado di essere auto soccorse.
Ad ogni modo, l’osservazione a mio avviso più interessante di Russel Burton è la constatazione che anche gli infermieri, i medici e tutto il personale ospedaliero che lavora all’intero di questo ambiente, hanno un impoverimento cognitivo relazionale della stessa misura dei pazienti.
Questa considerazione si applica soprattutto nel caso di pratiche repressive quali la contenzione e l’elettroshock, che vengono ancora oggi usate anche a Milano; se queste causano un impoverimento neuro cognitivo a chi le subisce, come è ampiamente dimostrato, causano altresì un impoverimento neuro cognitivo anche a coloro che le somministrano, in quanto provocano un danno alle persone.
Vivendo all’interno di un ambiente passivizzato, con oggetti non posseduti e non personalizzati e senza nessuna caratteristica estetica, le persone acquisiscono sì un adattamento ma un adattamento al ribasso, diventano dunque delle persone totalmente istituzionalizzate, passivizzate; così come i loro carcerieri, non immuni da instituzional neurosis, dalla nevrosi istituzionale.
Come vedete questa è un’altra scoperta interessante che non ci sta tanto con la concezione della malattia mentale come lesione cerebrale irreversibile, poiché le cellule cerebrali non si riproducono.
Essa però, tra le contraddizioni che vi ho raccontato, è la più importante perché spiega un altro fattore essenziale.
Conolly, dopo il suo grande sforzo di liberare le persone dalle catene e dai legacci dando loro una responsabilità gestionale nell’ospedale psichiatrico, osservò che per i primi due anni si ottenevano dei miglioramenti consistenti mentre a lungo andare si aveva la ricaduta passivizzata delle persone.
Altrettanto osservò Simon secondo cui, successivamente a una grande quantità di miglioramenti ottenuti, in un lasso di tempo abbastanza lungo le persone tendevano di nuovo a regredire.
Gli unici che si sono salvati da questa regressione sono stati i pazienti della comunità di Geel, i quali furono tolti dall’ospedale, lo stesso ospedale dove fu scritto “Institutional Neurosis”, che documenta in che modo la gente viene resa passiva e sostanzialmente stupida, dove dunque si puntò il dito contro i fallimenti di Simon e di Conolly.
L’insuccesso di Simon e Conolly è del tutto evidente: le persone lavoravano e costruivano anche bellissimi oggetti ma se dopo qualche tempo non li scambiavano, se non tornava loro indietro nulla, se non veniva messa in moto una qualche relazione, questi oggetti diventavano inutili. È chiaro che se una persona che ha costruito un oggetto con passione e con amore vede che quell’oggetto è inutile, allora anch’essa si sente inutile.
Stessa cosa per quelli che avevano ricevuto una responsabilità all’interno di un circuito organizzativo che era poi lo stesso in cui erano rinchiusi, non al di fuori di lì. Se il destino, se il futuro se lo dovevano organizzare all’interno dell’ospedale, dunque all’interno di un luogo estraneo, in cui non potevano investire nulla perché non c’era nulla che appartenesse loro, è del tutto evidente che dopo un certo periodo regredivano di nuovo.
L’elemento dello scambio e della mediazione d’oggetto diventa dunque un elemento di grande riflessione, ovviamente per quelli che hanno voluto riflettere; torniamo però a quelli che non hanno voluto riflettere e che hanno, giustamente, continuato a lavorare sull’infinitamente piccolo.
Finalmente, tra la fine degli anni ’60 e primi anni ’70, si comincia a scoprire che le cellule cerebrali, i neuroni, gli astrociti, i dendriti, insomma la dotazione cerebrale del mammifero adulto bipede non è affatto immobile, anzi è vorticosamente in movimento.
Quando la Levi Montalcini scopre una molecola, addirittura il fattore della crescita delle cellule cerebrali, si comincia a vedere che: a) le cellule cerebrali non sono un patrimonio definito ma sono tendenzialmente un patrimonio infinito; b) che le cellule cerebrali vivono all’interno di connessioni, sono connessionali, sono connesse tra loro attraverso i dendriti e i neuriti e, inoltre, che la quantità di connessioni aumenta o diminuisce a seconda…vi dico fra un po’ di cosa.
In sostanza, si scopre che la dotazione delle neuro staminali allocate all’interno del sistema nervoso centrale e periferico è una dotazione strepitosa, nel senso che esistono tantissime cellule neuro staminali, molto di più di quante ne esistano di epatostaminali ad esempio; di conseguenza ci sono cellule immature che potenzialmente possono diventare dei nuovi neuroni, o comunque delle nuove connessioni neuronali.
Insieme a questo, si scoprono altre due cose sensazionali. In primo luogo, le cellule cerebrali hanno un’alimentazione, le loro connessioni e i loro numero aumentano e diminuiscono sulla base di un elemento principale, potremmo dire la benzina delle cellule neurologiche e neuro staminali. Cos’è questa benzina? Udite udite: è l’ambiente.
In altre parole, se tu prendi il cervello di un mammifero adulto bipede e lo metti in un ambiente stimolante, allora aumenta il livello di connessioni; in caso contrario, diminuisce. Un dato quantitativo, nessuno ha qui la pretesa di definire la qualità, la qualità delle connessioni è dialettica; io sto parlando soltanto dell’aumento, ma non di un piccolo aumento, bensì di un aumento esponenziale.
L’altra scoperta è l’esistenza del funzionamento apprenditivo, ovvero noi apprendiamo e acquisiamo memoria di ciò che abbiamo appreso. Come avviene l’apprendimento? Dal punto di vista esclusivamente neuorofisiologico, esso avviene attraverso l’attivazione di una tipologia di neuroni specifici, i neuroni a specchio, attraverso dunque l’imitazione. Questi neuroni sono i primi che si attivano e mandano uno stimolo alla corteccia frontale, dove risiedono la memoria e l’origine del movimento, sia comunicativo sia prensile o comunque muscolare.
Ora sappiamo molte più cose, possiamo contare l’infinitamente piccolo poiché si riesce a vedere il funzionamento di una cellula e siamo in grado di sapere quali sono i prodotti biologici delle cellule.
Possiamo inoltre contare le connessioni, quindi si può vedere benissimo se esse aumentano o diminuiscono; siamo in grado di capire qual è il combustibile delle neuro cellule, l’ambiente abbiamo detto, e siamo anche in grado di chiarire alcuni meccanismi fondamentali che riguardano l’apprendimento.
Ciò che risulta interessante non è tanto la scoperta del neurone a specchio in sé, quanto il fatto che il neurone specchio è situato nel talamo, ovvero l’area centrale del cervello. Il talamo è la parte che regge l’appetito sessuale, la fame e la sete, il desiderio, la vita vegetativo-cognitiva, praticamente quella di cui non possiamo fare a meno. Dunque i neuroni a specchio, per determinare l’apprendimento, devono passare attraverso il lobo centrale talamico e ciò significa che l’apprendimento, senza la connessione con la vita neurovegetativa, non avviene.
Certo, lo sapevamo già che noi apprendiamo molto più facilmente quello a cui vogliamo bene e a cui siamo affezionati, quello che ci piace. Quindi cos’è che apprendiamo più facilmente, qual è la situazione ambientale in cui noi apprendiamo più facilmente, quella neutra, secca e senza colori o quella affettiva, quella emozionale?
Ormai è così in termini scientifici e teorici, è evidente che il funzionamento dell’apprendimento passa attraverso l’affettività, il piacere; altrimenti si può ottenere ugualmente, ma con un minor tasso di connessioni, ovvero con minore efficienza apprenditiva.
Forse questo aspetto può sembrare un po’ troppo interpretativo, però esiste un tipo di apprendimento totalmente emozionale, fanaticamente emozionale, che è nel talamo, totalmente auto concentrato. Somiglia tanto al fanatico egoismo dell’artista, all’auto accentramento fanatico di chi si aggancia a un’idea che non vuole abbandonare e su quell’idea reinterpreta il mondo. Adorno definiva la follia come l’aver capito una cosa, l’aver avuto un’idea e non volerla abbandonare; secondo Adorno questa era la follia, non ci andava molto lontano.
Non c’è più dialettica, non c’è più mediazione d’oggetto, non c’è più scambio quando uno davvero reinterpreta tutto il mondo sulla base dell’idea a cui vuole bene, capendo quanto essa sia auto centrata e ricostruita.
Questa idea, però, attraverso l’oggetto, attraverso l’opera d’arte, attraverso il quadro ridiventa comunicativa, per questo forse si dice che c’è un po’ di follia nell’arte. D’altra parte gli artisti che ho conosciuto li ho trovati tutti strani dal punto di vista umano, molto auto centrati, molto legati a questo fuoco interno, come se l’unica mediazione oggettuale che facessero fosse col proprio talamo, col proprio centro del cervello.
Questa è una digressione, però è una digressione autorizzata dal fatto che se i neuroni a specchio che reggono l’apprendimento sono situati nel lobo libico e quindi nel lobo talamico è inevitabilmente pensabile un’interpretazione di questo genere. Poi cerchiamo le somiglianze, naturalmente cerchiamo tutte le somiglianza che ci rendono più facile capire o desiderare alcune cose piuttosto che scartarle.
L’altro aspetto che vi volevo raccontare è quello che riguarda il che cosa fare.
Noi prendemmo una strada che non era affatto nutrita da quest’idea; come vi ho raccontato la nostra formazione era basata sulla concezione che tutto era irreversibile, che chi era condannato era condannato e basta, quindi la diagnosi era un’etichetta, l’etichetta del tuo futuro e del tuo destino irreversibili.
A questa ineluttabilità noi dicemmo no, non ci sembrava possibile, non ci sembrava umanamente possibile. Per cui facemmo sostanzialmente appello al nostro lobo talamico, utilizzando la passione per l’essere umano e per la sua dignità. E il coraggio, il sentimento del coraggio e nient’altro.
Abbiamo messo tra parentesi tutto quello che sapevamo e che ci avevano raccontato, magari era anche vero, chi lo sa, e abbiamo cercato di capire chi fosse quella determinata persona e che cosa avremmo potuto fare.
Se io ti guardo e metto da parte tutto il resto, tu rimani come me, io sono qua e tu sei lì, che cosa facciamo? Intanto te lo chiedo.
La messa tra parentesi è quella che chiamammo allora dottamente fenomenologia, ovvero tutto ciò che si conosce sull’esperienza per poter andare verso la pratica, dove non sai che cosa succederà, altrimenti che esperienza è? In altre parole, se tu metti tra parentesi tutto ciò che sai di una cosa, la cosa scompare e riappare come relazione nuova, quindi come esperienza di nuove relazioni.
Era la fenomenologia che ci insegnava questo, era la fenomenologia classica, era più filosofia allora che medicina o psichiatria o psicanalisi.
In psicanalisi, soprattutto Freud aveva utilizzato molto la fenomenologia e c’è un episodio significativo in cui Einstein scrive a Freud dicendogli sostanzialmente che, dopo aver lavorato molto per arrivare alle sue scoperte, alla fine era però anche in grado di definirle in modo sintetico, di restituirle in una formula matematica, la relatività è una formula.
In un modo un po’ perfido Einstein gli chiedeva se, dopo aver scritto così tanti tomi, alla fine anche lui fosse grado di dare una definizione della salute mentale e Freud, che era anch’egli molto arguto, altrettanto forse di Einstein, gli rispose che la salute mentale è Lieben und Arbeiten, amore e lavoro.
Tenete presente la risposta di Freud, io la capii molto tardi; è sorprendente perché è semplicissima ma dà ragione di tutte le cose che vi ho raccontato fino adesso, come l’investimento affettivo, la trasformazione di un piccolo pezzo di mondo, la relazione d’oggetto. In questo caso però, siamo ancora nell’ambito della relazione d’oggetto non inutile, come il cavallino di legno costruito in continuazione all’interno del laboratorio di ergoterapia che nessuno compra, nessuno vede, nessuno scambia.
Ammaestrati dall’esperienza di Conolly e soprattutto di Russel Burton ed esortati dal coraggio e dalla voglia di provare di Franco Basaglia, siamo partiti alla volta di questa avventura.
Per lungo tempo ci siamo dedicati a cose abbastanza strane, del tipo le donne d’ora innanzi vanno tutte dall’estetista e dal parrucchiere, così come i vestiti si vanno a comprare fuori; mettiamo in piedi delle case e le affittiamo direttamente a loro e poi li mandiamo a scegliersi l’arredamento che preferiscono, degli oggetti che siano belli.
Non vi dico i risultati ma potete immaginare, risultati straordinari, gente incontinente che smetteva di farsela addosso. Questa mediazione di oggetti belli e questo ridare senso all’oggetto corpo per tornare a farlo apparire attraverso l’estetica, questo è il punto. E fu lì che si cominciò a capire la perfetta coincidenza fra l’etica, quindi il rispetto della dignità dell’altro, e l’estetica, e soprattutto si cominciò a capire come la divisione, la separazione fra questi due elementi, etica ed estetica, siano foriere di grandi sospetti, di grandissimi sospetti.
Le persone davvero miglioravano in modo significativo ma per conservare quel risultato dovevamo toglierli da quel posto, dovevamo liberarli, mettere insieme l’etica e l’estetica e farla coincidere con la libertà, allora questo elemento effettivamente rendeva stabile una traccia e dava il senso di una strada.
In un posto come quello, dove il senso delle cose che facciamo e la direzione delle cose che noi vogliamo fare non c’è, da dove si parte? Senza alcun senso e senza alcuna direzione, potevamo partire solo dalla bellezza e su questa ricostruire il senso e la direzione, non c’era davvero altra possibilità.
Proprio in una sofferenza come quella mentale, dove questi elementi sono centrali, il recupero della mediazione d’oggetto e la coincidenza fra l’etica e l’estetica sono la prima cosa da fare perché in quel luogo c’è l’esatto contrario. Andate dentro il vostro reparto di diagnosi e cura che avete al Niguarda qui a Milano, guardate la sciatteria, le persone legate, gli oggetti brutti, gli scantinati, lo schifo; come se la prima cosa che deve sperimentare una persona con malattia mentale o con sofferenza mentale è il bagno di povertà, è la cura del brutto; perché questo è il sistema dell’oppressione, questo richiama alla ferita ineliminabile e irreversibile del cervello. Andate a vedere invece dove c’è coincidenza fra etica ed estetica e quindi coincidenza con la libertà, scoprirete la bellezza, scoprirete che l’estetica degli arredi, la bellezza degli oggetti, la cura dei roseti come a Trieste, tutte queste cose parlano della dignità delle persone.
Questi sono luoghi dove si recano persone che hanno una sofferenza, non è possibile parlare della loro dignità se non permetti che abbiano degli oggetti belli; non puoi parlare della dignità della persona, far sentire che la stai rispettando, se poi la collochi lì su una sedia rotta e con la merda lungo i corridoi. Non esiste la sua dignità, non c’è già più, è inutile che fai le terapie, non ci sono i presupposti, non c’è la coincidenza tra l’etica e l’estetica. In questo modo, non stai ricercando la libertà, stai ricercando un’altra cosa che è oppressiva per lui ma renderà anche te uno scimmione, che oggi la potremmo chiamare una nemesi.
Partendo dalla coincidenza tra etica ed estetica e dalla concezione di amore e lavoro, abbiamo cercato di immaginare un’impresa che potesse avere al suo interno sia i valori del mercato come lo scambio, il guadagno, nonché l’individualismo, la capacità personale, il successo, sia altri valori dettati dal sociale come la solidarietà, il sostenersi a vicenda.
Ci siamo chiesti se fosse possibile far stare insieme queste due cose, Lieben und Arbeiten, e molti che hanno cercato di dimostrare che era possibile hanno contribuito a liberare un pezzettino di ambiente, di situazioni, di persone.
Abbiamo detto che l’ambiente è la benzina, il nutrimento del cervello; bene, se noi immettiamo delle cellule neurologiche nel cervello di un mammifero adulto non ne aumentiamo la prestazione, poiché il combustibile del cervello non è la cellula di per sé ma l’ambiente. L’unico fattore ad aumentare le capacità cerebrali è l’ambiente in quanto aumenta le connessioni, aumenta il numero di cellule, aumenta il numero di ricambi, aumenta il numero di prodotti delle cellule
Il fatto che non sia di per sé la cellula ma la cosiddetta plasticità cerebrale ad aumentare le prestazioni del cervello è un dato acquisito in ambito scientifico ma non ancora in quello culturale, per cui non c’è nessuna plasticità cerebrale se abbiamo ancora la necessità di tenere le persone nella loro caserma, se dobbiamo ancora immaginare che il cervello è un patrimonio immutabile.
Dal punto di vista dell’esperienza, la vicenda del lavoro legato alle abilità, quindi l’inserimento lavorativo delle persone, l’utilizzo delle loro abilità splendide o residuali all’interno di un contesto che fosse un’impresa, è stato ciò che mi ha intrigato maggiormente.
L’obiettivo era che quest’idea fosse legata effettivamente all’imprenditoria, che si potesse garantire uno stipendio e una partecipazione responsabile all’interno dell’organizzazione del lavoro da un lato e dall’altro che si mantenesse intatta la possibilità di accogliere sempre nuove persone.
Le imprese sociali dunque sono state ciò a cui mi sono dedicato di più, non a partire da tutti i ragionamenti che vi ho fatto ma dandoli per acquisiti. Se l’inserimento lavorativo non è tutto, come diceva Robert Castel non è la cosmogonia, è certamente un elemento concreto e centrale sul quale si sono immaginate moltissime iniziative da una parte imprenditoriali e dall’altra fortemente includenti; nulla di interpretativo, semplicemente la salvaguardia della dignità. Esiste il lavoro ed esiste la tua idea che non vuoi abbandonare, mettiamo da parte tutto questo, chiudiamolo tra parentesi per riaprire l’apprendimento, per riaprire l’affettività, per ricostruire il senso di un investimento.
L’ultima cosa di cui voglio parlarvi è inerente alla mediazione d’oggetto, che ho citato poco fa.
All’inizio del 900 un certo Winnicott, un pediatra londinese, si mise a lavorare su una strana cosa: egli seguiva, sotto il profilo pediatrico, dei bambini con dei gravi disturbi comportamentali e cercava di capire, all’inizio attraverso i loro disegni, quali fossero gli elementi che avevano turbato la loro capacità cognitiva e il loro comportamento. Scoprì il cosiddetto oggetto transazionale, in parole povere l’orsacchiotto di peluche o un’oggettino che i bambini appena svezzati si stringono addosso e si succhiano. Attraverso l’oggetto transazionale il bambino scopre di avere un corpo proprio, di avere di fronte degli oggetti che sono il mondo e di non essere più fusionalmente connesso con la madre.
Se nel passaggio tra il distacco dal seno materno e la costruzione dell’oggetto relazionale produciamo un disturbo al bambino, allora creiamo un problema nella sua scoperta relazionale con il mondo, di conseguenza la relazione d’oggetto tende a non strutturarsi.
In realtà, tutti gli oggetti che andremo a distinguere nel corso della vita ci conoscono prima che noi possiamo acquisirne la conoscenza, ovvero predispongono le nostre cellule cerebrali alla tipologia cognitiva di cui abbisognano per essere visti; al loro interno contengono una quantità minore o maggiore di conoscenza, dunque la testimonianza di un investimento cognitivo che permette a noi di apprendere.
Nel caso di un artefatto, di un oggetto antico e di valore su cui molti hanno investito la loro ammirazione e il loro apprezzamento, riceviamo una conoscenza straordinaria in termini neurofisiologici, poiché tale oggetto rappresenta la nostra possibilità di conoscere.
La psichiatria è una scienza di sparizione dell’oggetto, una scienza precisa in grado di far scomparire l’oggetto, nel qual caso il corpo del paziente, che dopo un po’ diventa trasparente in quanto si tiene conto solo dei suoi comportamenti e dei suoi stati di coscienza, di tutto ciò che è immateriale; nessuno si occupa del fatto che qualcuno possa essere vestito male, possa essere bello, brutto, grasso o magro, non c’è un corpo, non c’è nessun oggetto davanti a noi.
Bisognava mediare l’oggetto per ricostruire una mediazione con la relazione d’oggetto delle persone che erano internate negli ospedali, o meglio, che erano internate nella psichiatria. Partimmo proprio dal corpo, perché allora una persona non sapeva nemmeno cosa fosse una parrucchiera, e mediammo la relazione d’oggetto delle persone al fine di aumentarne le connessioni cerebrali, di aumentarne le possibilità cognitive, di moltiplicare le motivazioni in modo che si creasse una possibilità.
Tutt’oggi il problema maggiore è la sparizione dell’oggetto, così come la sparizione dei fatti, infatti la psichiatria non è un sistema di relazione d’oggetto bensì un sistema di dominio, un sistema di dominio anche raffinato.
La necessità di porre in essere la mediazione d’oggetto laddove gli oggetti erano spariti, laddove i domini erano prevalenti, costituisce uno degli elementi fondamentali dell’attività terapeutico riabilitativa che siamo riusciti a costruire.
Abbiamo sempre immaginato la dimensione estetica come dimensione etica e abbiamo interpellato i cultori della bellezza perché la bellezza è il presupposto della terapia; nello stesso tempo, ci siamo dati molto da fare per ideare progetti imprenditoriali che fossero davvero tali.
Dentro la Lieben und Arbeiten c’era qualcosa in più rispetto alla formula della relatività di Einstein, la dimensione affettiva. Quest’ultima non solo media tutto l’apprendimento possibile, o comunque quello maggiormente stivabile nella la memoria o nei depositi della memoria cognitiva del cervello, ma è una vicenda assai poco spiegabile dal punto di vista neuro fisiologico.
La spinta affettiva da un lato è certamente strumentale perché permette alle persone di conoscere e di memorizzare, dall’altro è un fattore di crescita continuativo che per essere tale necessita di una grande quantità di dispersione. L’affettività ha un aspetto strumentale ma anche un aspetto indispensabile di dispersione, ne utilizzi un grammo e ne spendi 99 ma nello stesso tempo quei 99 sono il metodo con cui tu ne riproduci uno. In altre parole, l’affettività ha una strumentalità e una donatività e chi sostiene che la generosità e la donatività sono elementi fondamentali del nutrimento del cervello umano non sbaglia.
Senza una grande produzione di questo tipo di combustibile l’ambiente non si modifica, l’ambiente inaffettivo per noi non è nutrimento, quindi se ne vogliamo utilizzarne almeno un po’ ne dobbiamo produrre tantissimo.
È una vicenda assai interessante come tutto ciò che ha un aspetto strumentale, di auto sopravvivenza per quel che riguarda la specie umana; come la procreatività, ha degli aspetti feroci e degli aspetti iperdonativi insieme.
Questo è in definitiva il funzionamento neurofisiologico, il combustibile, ciò che aumenta le connessioni e toglie la passivizzazione, che aumenta la possibilità riproduttiva cerebrale e la prestazionalità. È ciò che aumenta la nostra possibilità di sopravvivenza, è un combustibile indispensabile ed è per questo che mi azzardo a pensare che forse si tratta di un gene, un gene che fa funzionare la macchina in questo modo, oppure di una malformazione genetica che però ci ha permesso di diventare 5 o 6 miliardi.
Questa malformazione genetica in altri non c’è, ma esiste tutto il problema della biodiversità che sta scomparendo, rimaniamo noi.
Questa è un po’ la vicenda, il futuro non so quello che sarà, ma sono sicuro che sarà splendido.
Non ci hai raccontato niente di queste tue attività di imprenditoria sociale che hanno tanti aspetti interessanti che riguardano sia l’affettività del lavoro ma anche il dono in qualche modo.
Ho dedicato molti anni a questa attività, ero convinto della sua importanza. Per molti anni ho fatto l’imprenditore, lo dico con tranquillità, nasco come farmacologo qui all’Istituto Mario Negri di Milano dove ho lavorato 5 anni.
Detto questo, mi sono occupato per molti anni soprattutto di mettere in piedi delle cooperative che abbiamo chiamato imprese. La scelta non era indifferente, avremmo potuto creare delle società, delle snc, delle srl, delle spa però, a metà degli anni 70, scegliemmo di fare delle cooperative poiché l’aspetto gerarchico che ci interessava molto, inserire delle persone per metterle di nuovo in una situazione istituzionale gerarchica non ci sembrava una gran cosa.
Pensammo che la cooperativa fosse un elemento importante, la cooperativa intesa in un modo molto specifico, ovvero doveva occuparsi anche delle regole di convivenza all’interno del luogo di lavoro.
Le cooperative che ho cercato di mettere in piedi insieme ad altri sono una quarantina in tutt’Italia ed avevano sempre come riferimento una cosa del tutto particolare: la regola benedettina e il capitolato dell’enfiteusi.
Tutte dovevano avere questi due riferimenti, ma non perché io abbia particolari passioni, sono un normale cattolico infedele, molto infedele, però nella regola benedettina e soprattutto dentro al capitolato di enfiteusi ci sono delle cose straordinarie.
L’enfiteusi è un sistema attraverso il quale fu bonificata la pianura padana circa nel 600 d. C. 650 d. C. e a pensarci fu sant’Anselmo da Cividale, l’ultimo principe dei longobardi che ingannò i longobardi schierandosi con Carlo Magno, facendo vincere ai Franchi la battaglia del Cividale.
Egli era un monaco particolare, girò tutta l’Italia con al seguito circa 180 persone, tutti ingegneri; aveva dunque le arti e i mestieri al seguito, per cui arrivava in un posto e ricostruiva un tessuto civile. Così, arrivò nella pianura padana e ricostruì la pianura padana: rifece le chiuse, riconquistò le terre e diede la possibilità a chiunque di coltivarle. Se la pianura padana non è un acquitrino lo dobbiamo ad Anselmo, sono ancora le stesse identiche chiuse, le stesse opere di canalizzazione che hanno permesso alla pianura padana di diventare una terra emersa.
Fu deciso di dare tutta questa terra alle famiglie in enfiteusi, un contratto di affittanza per un lustro, ovvero 25 anni, con comparto fondiario per cui al massimo venivano dati 30 ettari per ogni famiglia.
L’enfiteusi veniva assegnata nella sala del Capitolo delle abbazie, delle 15 abbazie benedettine sparse nella pianura padana, dove veniva dato un regolamento al futuro enfiteuta denominato capitolato, dalla sala del capitolo.
Questo regolamento diceva sostanzialmente questo: prendi pure questa terra però, per prima cosa, mantieni gli anziani, mantieni et honori gli anziani che non possono più lavorare; in secondo luogo dai l’ammasso, ossia il 10 per cento di tutto il raccolto di tutte le famiglie enfiteutiche veniva dato al comune e serviva per il bene comune, per le nuove semenze, per la remunerazione di chi doveva mantenere anziani e disabili a casa, per la remunerazione di coloro che avevano sul loro terreno la manovra delle chiuse, che c’è ancora adesso, infine una parte veniva data ovviamente ai monaci dell’abbazia, loro erano mantenuti ma pregavano, istruivano e tenevano la scuola.
Vicino agli ammassi c’erano le pievi, che erano le scuole, e gli enfiteuti erano obbligati a portare i bambini alle scuole, c’era già la scuola dell’obbligo.
Era dunque un sistema molto vicino alla mediazione d’oggetto; se vuoi la terra allora devi avere una responsabilità sociale, per cui il tuo anziano non lo metti in casa di riposo, lo tieni a casa e lo mantieni, i bambini li mandi a scuola, il matto lo mantieni e lo rispetti et honori, è il regolamento.
L’occidente è stato costruito sull’enfiteusi, sulla regola benedettina; su Sant’Anselmo è stata costruita l’Europa, l’occidente esiste perché sono esistite queste persone, questa è la realtà.
Hanno inventato loro le common law, non discutevano di privatizzazione; noi siamo dei figli degeneri, siamo dei poveri imbecilli su una zattera di merda alla deriva. Noi di tasse paghiamo il 45 per cento, mettiamo gli anziani in casa di riposo, i matti in manicomio, i bambini non si sa dove, del futuro dei giovani non se ne cura più nessuno, tutti si curano del proprio, giustamente. Altro che famiglia enfiteuta, grande civiltà, grandissima civiltà.
Se voi leggete con attenzione la regola benedettina, soprattutto gli allegati alla regola, scoprite che è un capolavoro dal punto di vista neuro cognitivo, un capolavoro straordinario. Era tutto costruito sulle regole dell’affettività, sulle regole di trasformazione dell’ambiente in base all’estetica; c’è tutta una parte che riguarda l’estetica, come tenere l’aia, i materiali da utilizzare avevano delle regole estetiche, quale la regola di come esporre la casa, secondo quali assi, come esporre il letto, la porta.
Nell’enfiteusi c’erano anche degli uffici suppletivi nei quali si potevano coltivare ad esempio le erbe officinali e per chi se ne occupava era prevista una remunerazione; vocational therapy, come ho detto all’inizio, ognuno faceva quello che gli piaceva fare e metteva la sua capacità a disposizione di tutti, e per questo era remunerato.
È tutto regolato all’interno di questi allegati, che sono un capolavoro dal punto di vista della responsabilità sociale d’impresa. Un pezzo di terra in enfiteusi era un’impresa con responsabilità sociale, quindi un’impresa sociale.
La mia idea era esattamente questa, un’impresa sociale basata da un lato sulle regole di mercato, per cui il prodotto doveva essere concorrenziale e di ottima qualità, e dall’altro su un regolamento donativo, bisognava donare, bisognava sprecare. E all’interno di un percorso di appartenenza si butta via tutti insieme, nessuno prende niente.
Innanzi tutto bisognava individuare le tipologie di lavoro, quindi siamo partiti dai lavori più semplici e da un territorio definito: giardinaggio, pulizie, spostamento merci, gestione cimiteri, qualsiasi cosa che riguardava un determinato territorio.
Nel 1986 a Pordenone eravamo 970 soci lavoratori di cui 500 provenivano dai manicomi, tutti pagati alla fine del mese. Quella però era un’impresa di successo perché era un impresa cattiva, delusiva, nata dalla delusione nei confronti degli imprenditori del nord est, ostili ad assumere qualcuno dei nostri, anzi facevano di tutto per liberarsene.
Così ci siamo messi d’impegno, abbiamo fatto dei corsi alla Zanussi e con questa abbiamo creato il grande progetto imprenditoriale delle piattaforme per il recupero dei frigoriferi.
Da che i sani comprano e i matti sfasciano, abbiamo realizzato 9 piattaforme con la Zanussi producendo quasi 400 posti di lavoro in tutt’Italia, dalla Sicilia fino ad Aosta, con persone come da articolo 4.
L’articolo 4 è venuto dopo la 381, una legge disgraziata e assassina varata nel 1991 dalla DC in accordo con il PCI, secondo la quale le cooperative sociali dovevano essere divise in A e B. Le A di assistenza, come i servizi educativi sanitari e sociali, mentre le B di produzione lavoro, dunque obbligate ad avere il 30 per cento di persone con disabilità fisica, psichica, sensoriale ecc.
Le cooperative A in realtà sono state un modo per accaparrare qualche laureato, dargli un tozzo di pane per farlo andare a caccia del disabile, allo scopo di creare un sistema di comunità terapeutiche, case di riposo, strutture protette dove la retta va da 100 a 500 euro al giorno. Sono specialisti qui a Milano, si spenderà un miliardo di euro solo in Lombardia per realizzare strutture protette convenzionate, in cui le persone più sono passivizzate più producono guadagno.
Credevamo di essere usciti in bellezza da quella situazione terribile dei manicomi e invece ci siamo dentro, ancora di più, solo che non lo vediamo perché nel frattempo ci hanno resi stupidi.
Questo è quello che è successo nel 1991 sulla base della scomposizione delle necessità: se la Democrazia Cristiana voleva mantenersi i suoi Fate Bene Fratelli e tutto il resto, il Partito Comunista voleva mantenersi il suo feudo in Emilia e in Toscana; sono affari, grandi affari.
È chiaro che ognuno ha cercato di mantenere la propria autonomia organizzativa e si è separata l’assistenza dal lavoro in modo tale che siamo tutti diventati dei potenziali assistiti.
Se in Europa le organizzazioni del lavoro hanno tutte l’obbligo di inserire persone disabili al lavoro nella quota sindacale che va dal 3 al 6 per cento, le uniche organizzazione del lavoro che non hanno questo obbligo sono le cooperative sociali di tipo A, cioè quelle che fanno assistenza.
Personalmente, nel momento in cui il mio corpo non dovesse più funzionare, in casa di riposo non ci vado per principio.
Volevo sapere il suo punto di vista a proposito del rapporto tra l’affettività, l’apprendimento e le realtà virtuali, secondo lei è una prospettiva positiva o no?
Non ho ancora deciso, ci sono molti aspetti che militano a sfavore e moltissimi altri che sono a favore. Se da un lato c’è il brivido della libertà, il fatto che una persona possa sentirsi così potente da mettersi in comunicazione con altri al di là della terra, possa acquisire dei dati, conoscenze, immagini e sperimentare, dall’altro alcune cose si sono modificate in maniera tale che non si capisce in che verso vanno. Di sicuro ci hanno reso molto più stupidi in termini affettivi in quanto, anziché una relazione o una mediazione d’oggetto, mettiamo in piedi una relazione virtuale.
Nel virtuale scompaiono i corpi, io mi ricordo che quando uscivo con una ragazzina per la prima volta dopo i miei amici mi aspettavano per chiedermi: “l’hai toccata”?
L’affettività passa attraverso gli oggetti e la relazione d’oggetto affettiva è fondamentale, è fraternità.
La fratellanza si è trasformata nella rete web, si è trasformata nelle relazioni virtuali. Ma non c’è trasporto, non c’è più la fratellanza; la libertà si è trasformata nella sicurezza e l’uguaglianza si è trasformata in una parità.
Vivo in un’atmosfera stravolta, che da un lato capisco e mi piace molto, come quest’idea che la libertà sia un brivido e che sia strettamente legata al potere, che possiamo metterci in relazione e venire a conoscenza di cose importanti che altrimenti non avremmo mai l’opportunità di imparare.
D’altro canto mi pare che non si sviluppi fratellanza, forse mi sbaglio. La domanda che fai è una domanda un po’ difficile, francamente penso che un conto sia parlare di rete, di conoscenza, di apprendimento, diverso è parlare di affettività e di comunicazione, sono cose molto lontane tra loro.
L’affettività comporta un investimento, è molto più vicina alla fratellanza che alla rete, è molto più vicina ad una libertà mai inscindibile all’uguaglianza; ad esempio, più si parla di sicurezza e meno mi sento libero, più si alza la sicurezza e più si abbassa la libertà.
Siamo diventati degli infelici, dei poveri disgraziati, dentro a questa rete non ci voglio stare. La mia affettività mi ha portato a fare dei buchi anche quando questa rete era a maglie molto larghe, adesso che questa rete ha maglie molto strette sono diventato un elettrosaldatore professionista.
L’ultimo buchino che ho forato è stato inventare un progetto, il più grande progetto di riconversione di energie da fonti rinnovabili che esiste al mondo.
Esso prevede mille tetti fotovoltaici che danno 3 kilowatt gratis a tutte le famiglie e a lavorare per metterlo in piedi ci vanno quelli dell’ospedale psichiatrico giudiziario, li stiamo tirando fuori, non so se mi sono spiegato.
Ho chiesto al Ministero di Giustizia di investire su un capitale di capacitazione, facendo leva sul fatto che ci sono 750 persone che sono dentro illegalmente, perché nessuno li va a prendere, perché hanno buttato via la chiave e ormai se li sono dimenticati. Persone, donne e uomini, prevalentemente donne. Sono 5 i manicomi giudiziari ancora esistenti.
La mia proposta è stata quella di dare a queste persone che non hanno più niente e nessuno al mondo un capitale di capacitazione, non generico, di 30 mila euro all’anno per 3 anni, se ne spendono molti di più a dargli calci nel culo tutte le mattine.
Questi 30 mila euro per tre anni non se li mettono in tasca, li girano alle cooperative di cui fanno parte diventando soci, attraverso il documento di anticipo servizi della legge 2030 negoziorum gestio, un articolo del codice civile stupendo che proviene dall’enfiteusi.
In sostanza, qualcuno si occupa dei tuoi affari perché tu non sei in grado di provvederci e tu, con le tue sostanze, gli dai la remunerazione che poi ti riconverte sulla base del riconoscimento che devi avere.
Mille tetti sono 3 megawatt e hanno un costo di10 milioni di euro, se chiedo un prestito in banca me ne chiedono 2,5 vincolati.
Il capitale di capacitazione, dato nominalmente a queste persone dal Ministero di Giustizia, serve a coprire questa somma necessaria per il prestito bancario. Non so se è chiaro, firmando un documento di anticipo servizi fatto dal negoziorum gestio posso esibire al momento della richiesta di prestito 6 milioni di euro alla banca, che mi hanno dato il ministero della giustizia che non ha capito niente del progetto.
Abbiamo cominciato dalla Sicilia perché ha 37 per cento in più d’irradiazione solare rispetto ad altre regioni del nord, a Barcellona Pozzo di Gotto abbiamo installato i primi 150.
Questo progetto produce qualcosa come 650 posti di lavoro, di cui 100 e 50 sono i nostri, gli altri sono i giovani, le persone che vogliono lavorare.
Questo scherzetto produce una grande quantità di danaro e nello stesso tempo è una bellissima impresa che regala 3 kilowatt alle famiglie, facciamo lo scambio sociale in enfiteusi alle famiglie che non vogliono pagare più la bolletta, per 20 anni. A loro voltiamo 3 kilowatt, in cambio vogliamo che portino a scuola i figli, quindi c’è il ricatto sociale.
Vi ricordate il regolamento di enfiteusi? Vedete, è la stessa cosa.
Questo è il tipo di impresa sociale lo stiamo facendo in Sicilia, lo abbiamo fatto in Umbria, nella provincia di Salerno, lo faremo anche in Sardegna e lo stiamo facendo anche in Calabria. Ci sono anche investitori privati, le nostre cooperative vanno a mettere il fotovoltaico anche sui tetti degli ospedali di Gino Strada.