(via Laura ha letto “La visita”, di Federica Soprani)
Laura Costantini ha letto LA VISITA, di Federica Soprani.
Cinque stelle perché non se ne possono dare dieci. ***** Ci sono storie che scorrono, come una bibita fresca quando hai molta sete. Poi ci sono storie che si muovono lente, come un fiume di lava, e altrettanto dense. Di significati, di struttura, di sottotesti, di rimandi. Storie che lasciano sedimenti, come un limo fertile, che attecchisce, riempie le crepe, ti fa scoprire livelli che neanche sapevi di avere.
“La Visita” è questo tipo di storia. E no, a mio parere non siamo di fronte a un retelling di Peter Pan. “La Visita” è tutto ciò che James Matthew Barrie non ci ha mai raccontato. Credo che l’autrice abbia voluto cimentarsi in un drammatico “what if”: cosa sarebbe successo se Peter fosse stato costretto a crescere? Niente di buono, soprattutto per lui. Perché esistono anime che non sono fatte per adattarsi alle pareti anguste delle convenzioni sociali, delle regole, dell’ipocrisia travestita da buon senso e buona educazione. Ci sono essenze che hanno bisogno di volare. Peter Darling ha dimenticato come si fa. È stato costretto a dimenticare. Laudano e sensi di colpa, alcool e buoni sentimenti, il guinzaglio di un amore ossessivo e possessivo, disincarnato in un istinto materno soffocante. In una parola, Wendy. Elegante, composta, affettuosa, fredda. Freddissima. Perfettamente calata nei panni di moglie di un aristocratico e di madre dei suoi figli. Ama Peter, sì. Ma non come Peter vorrebbe, non come meriterebbe di essere amato. La totale amnesia cui lo ha costretto è una malattia terminale dell’anima. Lo consuma, lo abbatte, lo svuota giorno dopo giorno. Finché qualcuno bussa alla porta dell’adulto che è stato costretto a diventare, del talentuoso illustratore che tratteggia fate, velieri, bambini e principesse indiane (o meglio, native americane) talmente vividi da sembrare veri. Quel qualcuno è James Hook, una splendida, tenebrosa, devastante incarnazione di Capitan Uncino. E tutto comincia a precipitare, prima lentamente, quasi impercettibilmente, poi la frana delle mura che imprigionano Peter si fa fragorosa, rovinosa, inarrestabile. Wendy se ne accorge, si oppone, sembra vincere. Sembra. Ma la crepa è troppo ampia, filtrano colori, suoni, immagini, polvere dorata di fata, piume, la gioia selvaggia del volo. Peter sapeva volare come un uccello. Wendy lo ha trasformato prima in un aquilone, trattenendolo, poi lo ha costretto a terra, gli ha tagliato le ali, lo ha reso pesante come la pietra nascosta nella radice etimologica del suo nome. Di fatto ha voluto salvarlo da sé stesso (così si racconta) spegnendone la luce. Hook a quella luce non può e non vuole rinunciare. L’odio-amore che lo lega al nemico di sempre è la sua ragion d’essere. Per questo affronta il mondo reale e si cala in una Londra che equivale all’Ade di una versione moderna di Orfeo che non si rassegna alla perdita. Hook usa l’uncino per abbattere ogni barriera. Egoista? Forse, tanto quanto lo è stata Wendy che conosce la verità e che ha deciso di sotterrarla sotto droga e convenzioni, sotto l’affetto e l’esercizio di un feroce controllo. Però Hook lascia a Peter la possibilità di scegliere per entrambi. E Peter sceglie. Non posso e non voglio rivelarvi il finale. Vi dico solo che l’interpretazione dipenderà molto dal vostro stato d’animo, da ciò che siete disposti a credere, dalla voglia che avrete di soffrire e, insieme, di sperare. Aggiungo solo che, per me, Hook assume le vesti di un Orfeo che ce l’ha fatta in un modo che non consola, pagando un prezzo altissimo. “Ricordare ti spezza, Peter. Ma dimenticare… Oh, dimenticare è peggio.” Nessuno, mai, dovrebbe essere costretto a dimenticare sé stesso. Anche se quella versione di sé è aliena a tutto ciò che viene considerato giusto, accettabile, normale. Menzione d’onore per Michael, fratello medico di Peter e Wendy, e per Jane, figlia di Wendy dotata di una sensibilità cui la madre ha deciso di rinunciare. E ancora: la scrittura. Quella di Federica Soprani è una scrittura colta nel senso più ampio del termine. Dietro ogni scelta lessicale, dietro la struttura di ogni frase, si vede chiaramente lo spessore di una cultura che ha saputo nutrirsi di storie, di letture, di studio, di approfondimento, di interpretazione di miti, leggende, vicende storiche. Fino a sublimarsi in qualcosa che, diciamocelo chiaramente, non è per tutti. In un’epoca che pretende nuove storie tutte uguali, che si nutre di stereotipi un tanto al chilo, lo spazio per chi, invece, propone livelli di significato più profondi è sempre più esiguo. Mi viene da pensare che, in fondo, gran parte della narrativa che ci viene somministrata equivalga a Wendy: vuole tenerci a terra, comodi, inconsapevoli, dimentichi di cosa potrebbe darci la lettura se non fosse stata epurata da ombre e ferite. Federica Soprani, come Hook, viene a snidare il Peter Pan che è in ognuno di noi, e lo strattona finché non ricorda che una volta sapeva volare.
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