Ho un peso sul petto. Un peso che non può essere spostato. Non ce la faccio più. Mi sento morire, minuto dopo minuto.
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Ho un peso sul petto. Un peso che non può essere spostato. Non ce la faccio più. Mi sento morire, minuto dopo minuto.
All'improvviso, come un colpo di sonno, dopo una curva, dritto in acqua. Finito giù, ho cominciato la risalita a nuoto. Non so perché, la superficie dell'acqua sembra allontanarsi ad ogni bracciata, ma l'ossigeno è finito.
“Io non lo so se esisto. A volte esisto troppo, a volte per niente.”
Maruska Albertazzi, “Qualcosa di lilla”.
[spesso] niente.
L'ennesima prova di un fallito ambulante. Chissà se la morte.
IO. NON. CE. LA. FACCIO. PIÙ.
Come si fa? Come si fa a vivere così? Sto impazzendo, mi sto logorando, sto lentamente morendo dentro e fuori.
Sono ormai l'ombra di me stesso e forse neanche più quella.
Ho bisogno di piangere. Ho bisogno di sfogarmi. Ho bisogno di togliere il peso dal cuore. Non ce la faccio più. Non ce la faccio più.
Solo, sempre solo, tutto solo e da solo. Ho bisogno, bisogno di aiuto. Sopravvivo aspettando la fine. Sopravvivo aspettando una fine che arriverà e che finalmente mi farà respirare, spero.
La mia è solo mancanza di coraggio. Ma allo stesso tempo è anche un amore smisurato.
Vorrei finire qui, chiudere, tagliare. Nessuno ne risentirebbe, nessuno farebbe domande. Forse all'inizio, poi passerebbe tutto come passa una folata di vento.
Ma ho un amore smisurato. Un amore al quale non vorrei rinunciare, per nulla al mondo.
Sono combattuto, ma malato. Giù. Io so cosa vuol dire toccare il fondo e decidere di restarci.
Il filo resiste ancora. Forse troppo.
La corda sta per spezzarsi del tutto. Un solo filo è rimasto, non so quanto resisterà. Più un addio, che un arrivederci.
Avessi saputo che sarebbe finita così, lo avrei fatto? Avessi saputo che avrei vissuto questo, lo avrei fatto? Avessi saputo che io sarei stato così, mi sarei fermato? Tutte domande senza una risposta. O, meglio, hanno una risposta, ma ho paura a dirla ad alta voce: significherebbe che è tutto vero e nulla è frutto della mia immaginazione.
Non so se esistano paure come quella che sto vivendo io adesso. Non lo auguro. Credo di non volerlo augurare a nessuno. So solo che il mio è un pianto senza fine: non si vede, ma c'è.
Ho paura e non so come uscirne. Ho paura e mi sto lasciando divorare. Ho paura e sto impazzendo. Ho paura.
Non chiedo aiuto, non fraintendete. Ho solo bisogno di dirlo, di dare corpo a questa voce dentro di me.
Non giudicatemi, so già di essere un debole miserabile, ma adesso devo resistere, adesso non più solo per me.
L'ho già scritto: presto finiranno gli arrivederci e sarà solo un addio.
[Così sembra quasi di voler sparare sulla Croce rossa. Giuro, nulla mi costringe a ciò e nulla è ciò che vorrei vivere sulle mie spalle. Questa è la vita che ho e che mai ho desiderato. Questa è la vita che mi sono meritato e che mai avrei immaginato di meritarmi. Una gioia, grande, unica. Una gioia che mi riempie, ma solo se con me. Una gioia che mi distrugge, però. Una paura costante di perderla. Una paura costante di non esserne all'altezza, di non esserne capace, di deludere.
Vivo una vita fatta di insoddisfazione. Costanti.]
[Prima o poi finiranno gli arrivederci. Sarà solo un addio.]
[Una bolla di paura costante. Ci sguazzo dentro e a volte sprofondo, facendo fatica a risalire, a respirare. Non è una metafora, è la mia gridata e imascoltata realtà, lasciata lì anche da chi ha mente ed orecchie.] [Da mancare il fiato, le forze, come in questo momento.]
Sinéad O'Connor, from her book titled "Rememberings," originally published in June 2021
[Mine too.]
[Come devo fare? Perenne, senza fine. Terrore e miseria. Non voglio alcun aiuto, solo l'idea che esista.]
[Esisto in un'assenza che nessuno vede, nemmeno io]. Il problema non è la solitudine, ma morire consapevoli di essere soli.
[Fatto, sopra. Una illusione di una vita senza vuoti.]
[STENTI].