Andare via da Roma ti obbliga a vedere cose che prima ignoravi.
Roma è una città bellissima.
La sua bellezza sta nella sua complessità.
È difficile non innamorarsi delle cose belle, ma contraddittorie. È difficile non innamorarsi di una donna che fa i capricci per attirare l'attenzione, così come di una che si finge forte per non attirarne troppa sulla sua anima fragile.
È difficile non infatuarsi dell'uomo ombroso e sfuggente, se non fosse che una volta svelati i suoi misteri, ti lascia un sentimento di amarezza in bocca, quasi come se sarebbe stato meglio il rimpianto di non scoprirlo mai.
Come Roma. Roma è un'amante inebriante. Quando ci vivi, sei immerso. Il tuo cuore batte al suo ritmo, ne comprendi il lessico multiculturale, l'alfabeto scritto nelle buche e nei graffiti, ansimi insieme a lei di paura, di stupore, di piacere. La comprendi come comprendi una parte di te stesso.
Quando te ne vai, è come se avessi lasciato la cosa più bella per ripiegare su misere brutte copie. Passi il tempo a desiderarla, a desiderare di farne ancora parte.
E poi ritorni. Quella è la parte più brutta.
Andare via da Roma ti obbliga a notare tutti quegli aspetti che prima volutamente ignoravi. È come rifare l'amore con il tuo amore senza più amore. Bello, ma doloroso. E soprattutto, malinconico.
Ma è anche come tornare dall'amante è trovare questo infuriato; Roma non perdona. Roma è crudele e gioca solo con le sue regole. Tu che sei uscito, hai perso il ritmo, sei uno strumento scordato in un'orchestra che suona il rock. Il tuo rumore si perde nel caos, sempre bello, sempre affascinante, ma ormai incomprensibile. Non leggi le note, non ti muovi con la città. I cittadini se la prendono con te, come se fosse colpa tua che vai ormai a tempo con un'altra città.
C'è chi ti urla contro e chi ti ride in faccia. Nessuno si ferma, corrono tutti dietro il ritmo della città. Nessuno offre il suo aiuto, a Roma ce la devi fare da solo, sperando di non farti fregare.
Quando vai via da Roma, ti rendi conto dell'immondizia, dello sporco, del traffico. Ti rendi conto della lotta per la sopravvivenza dei cittadini che ogni giorno ha come teatro una scenografia che va dai tempi dei gladiatori a quelli dei Cesaroni, indifferente alle loro difficoltà come loro a quelle altrui.
E poi, ci sono quegli angoli di pace, che sembrano sfuggiti al tempo ed al ritmo della città. Sono gli angoli poco frequentati, dove il cameriere di sorride sollevato se entri. Sono i vuoti urbani lasciati a se stessi, dove forse, puoi passare del tempo a ritrovarti. Sono i luoghi incolti agli angoli dei quartieri, dove si infratta chi è in cerca di un amore fugace.
Non sono sempre spazi belli, ma sono gli unici che mi salvano, quando torno a Roma e mi sento fuori posto, poi guardo meglio, e, fa male ammetterlo, trovo fuori posto lei.