cari professori, io ho quindici anni. è il terzo anno che frequento un liceo e comprendo totalmente che per non perdere mai l'allenamento, così come in una corsa, sia necessario studiare gradualmente. Ma cari professori, nella scuola italiana c'è una carenza di parte ricreativa che pesa agli studenti. Io il tempo per scrivere, disegnare, ampliare le mie passioni e leggere i miei libri non lo ho e voi non me lo potete offrire. Poi, quanto è lecito, lo stato concede le vacanze. Capite? vacanze. Quel momento in cui per un istante le pagine da studiare passano in secondo piano e forse in primo luogo vediamo le vie del centro illuminate e le fette di panettone. E poi, cari professori, io vorrei passare del tempo con la famiglia. Non posso e non voglio soppiantare la gioia di un pranzo con gli zii per la lenta agonia di qualche libro. I miei genitori non sono co-insegnanti o distributori di voti, proprio quelli che tanto classificano ma non determinano un individuo. Forse la tranquillità di un alunno è più importante di una media scolastica e voi, cari professori, dovreste capire che essa è il risultato del tempo impiegato per formare noi stessi come persone ricche di passioni e interessi, che sì, emergono dallo studio ma anche dalla realtà che ci circonda. Se potessi il 7 gennaio mi giustificherei con un "forse ho provato a respirare". Perché alzando gli occhi dai libri ho visto che il mondo scorre e io sono incastrata fra la scrivania e la sedia. E no, cari professori, di scuola non si può morire.
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