11 maggio 2026
Sono sull’ennesimo aereo dentro le nuvole di un tramonto ghiaccio e confetto, sulla rotta che da 9 mesi scandisce il tempo della mia vita. Mi fermo a ponderare, riconsiderare, valutare – non certo per mia volontà, ma perché costretta da questo momentaneo lasso di tempo privo di connessioni, notifiche, calendari condivisi e messaggi vocali. Ammetto che vorrei essere virtuosa e staccare da ogni cosa, e invece la vivo come una costrizione che si accetta malvolentieri: un po’ perché ormai tutta la mia vita si condensa nei ritagli di tempo a margine, tra una corsa e l’altra, ed è un momento – l’ennesimo – di cui vengo privata per scambiare un messaggio nella bottiglia con le persone a cui voglio bene, un po’ forse anche perché sono esausta e non ho più né la voglia né la forza di fare bilanci o l’ennesima lista delle cose da fare e da spuntare.
Ne ho fin sopra i capelli del micromanaging che esercito su me stessa per riuscire a fare la funambola in questi mesi folli, tra fornitori e spese del matrimonio, aerei da prenotare e calendari da incrociare, corsi in palestra la mattina all’alba con ancora la valigia da disfare e saltuari aperitivi stanchi e frettolosi con qualche amica per non sparire (per non impazzire) – che diventano solo ennesime fatiche da incastrare negli esigui buchi di un lavoro che mi fagocita la vita e mi mette in tutti gli umori possibili (dans tous mes états, un’espressione che rende molto l’idea).
Ho l’impressione di vivere tutto quello che mi sta accadendo con una sorta di scarto esistenziale, e non capisco se è un filtro protettivo che mi permette di evitare l’esaurimento o la follia o se è uno sciopero passivo della mia emotività che scalpita ed esige cose irrealizzabili dall’oggi al domani, e allora per ripicca si ribella e si corazza di un misto di rassegnazione e passività. Forse sono solo molto più stanca di quanto non voglia accettare, e il sistema Claudia è entrato in modalità pilota automatico. Qualsiasi cosa sia, ultimamente vivo molto di più nella mia testa che nel mio corpo. Il mondo interiore mi incastra i pensieri nei meandri di mille eventuali possibilità e faccio fatica ad ancorarmi al presente, al nunc e soprattutto all’hic. Perché il mio qui non è più qui, già da un po’. Sono sospesa tra luoghi fisici e mentali, in un equilibrio precario in cui ogni giorno mi barcameno, per non sbilanciarmi troppo da una parte o dall’altra.
1 giugno 2026
Non sono una signora... O forse invece sì.
Perché tra un volo e l’altro, metronomi di quest’anno impazzito, ci siamo sposati.
Ti sei commosso. Il giorno dopo al risveglio mi hai detto “buongiorno mogliettina” e ci siamo cringiati insieme dell’effetto che fa.
Non mi sento una moglie, non mi sento all’altezza del termine, ma per te sono pronta a questo e a tutto quello che vorrai. Perché tutto questo è possibile solo con te – che invece sei marito da sempre: solido, responsabile, la roccia su cui posso contare ogni istante.
Non riesco a smettere di guardarti la fede, di toccarti la fede, che effetto pazzesco mi fa. Che belle le tue mani con la nostra promessa. Come la porti con nonchalance, come se fosse sempre stata lì, se quello fosse il suo posto da tutta la vita. Ti dico che la trovo sexy e ridi; non so se a esserlo è come ti sta o il modo sicuro e sereno con cui indossi la prova tangibile del nostro amore.
Le tue mani hanno suonato il piano per la prima volta con la fede al dito, e tutto ha avuto perfettamente senso. L’unico senso di questo tempo che non ne ha alcuno, siamo io e te.












