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@colibri44love
La notte tra il 18 e il 19 giugno i militanti del gruppo guerrigliero comunista peruviano di Sendero Luminoso , rinchiusi nelle carceri di #Lurigancho, #ELFronton e #SantaBarbara si ribellano al durissimo regime carcerario a cui sono sottoposti, riuscendo a neutralizzare e prendere prigioniere alcune guardie.
Le richieste dei carcerati: il riconoscimento di status di prigionieri di guerra, il miglioramento del vitto,l'accelerazione dei processi e le visite familiari,ma soprattutto il rifiuto del trasferimento nella nuova struttura-lager denominata Castro Castro, in costruzione nei pressi di Lima, in cui temevano di essere uccisi.
Nel 1986, al governo in Perù c'è Alan García Pérez esponente del partito di centro-sinistra, la cui risposta è durissima, vengono fatte intervenire le forze speciali dell'esercito in tutte e tre le strutture carcerarie e praticamente tutti i detenuti fatti prigionieri verranno successivamente massacrati.
A Lurigancho i prigionieri, che sono riusciti ad impadronirsi del carcere, vengono avvisati dal direttore che hanno 10 secondi per arrendersi, in caso contrario ci sarà l'intervento della Guardia Repubblicana.
Dieci secondi dopo la squadra fa saltare la porta metallica ed esplodere una parete ed entra nel carcere. I detenuti rispondono alle esplosioni delle granate e alle raffiche di mitragliatrice lanciando di molotov. Durante la strenua resistenza portata aventi dai prigionieri per molte ore muoiono una trentina di carcerati.
Quando gli altri si arrendono ed escono dal carcere con le mani alla nuca, un membro dell'esercito spara ad un detenuto arreso: si susseguono spari alla bocca o alla nuca.
Tutti i 126 carcerati che hanno preso parte alla rivolta, anche coloro che si sono arresi, vengono portati nel cortile del carcere e fucilati.
A El Fronton, invece, i senderisti riescono a prendere prigioniere sei guardie carceraire e ad impadronirsi delle loro armi: e la resistenza prosegue per tutto il giorno.
Alle sei del pomeriggio prende il via l'operazione da parte delle forze della Marina, che bombarda i padiglioni del carcere. I prigionieri, sapendo che la rivolta a Lurigancho è stata sedata nel sangue e che tutti i detenuti sono stati uccisi, si rifiutano di arrendersi.
Dopo numerosi tentativi di dialogo falliti, il giorno successivo si realizza un nuovo assalto, che costringe i sopravvissuti ad arrendersi.
I detenuti escono dichiarando la resa, ma vengono suddivisi a gruppi di cinque, portati nel cortile del carcere e fucilati. A El Fronton muoiono 140 compagni.
Nel carcere femminile di Santa Barbara le rivendicazioni delle detenute sono le stesse: l'operazione viene portata avanti dalla polizia. Alle undici l'irruzione avviene da tre punti, la porta esterna, il terrazzo e il dormitorio delle guardia.
Le compagne, barricare in una sezione del carcere, si difendono con lance e frecce costruite artigianalmente. Le truppe entrando sparando raffiche di mitragliatrice che uccidono due detenute che sono costrette, dopo ore di durissimi scontri, ad arrendersi definitivamente.
Cheyenne Rebelde
Che occhi sognanti aveva Meloni per Trump quando si sono incontrati.
Sorrisi, pacche sulle spalle come vecchi amici. E poi quella dichiarazione straordinaria: “Trump? Rapporto immutato, entrambi difendiamo l’interesse nazionale”.
Un dettaglio che per Trump la difesa del suo interesse nazionale (“nazionale” = il suo e quello di pochi miliardari) passi dal generare danni immensi ai cittadini italiani che Meloni dovrebbe rappresentare. C’è gente che da due anni paga lo scotto di dazi, borse impazzite e oggi carburante ed energia alle stelle. Cittadini e imprenditori. Senza contare gli insulti che ha rivolto al nostro Paese. Abbiamo – e stiamo – pagando noi per le azioni di questa personcina.
La premier, se avesse realmente avuto a cuore l’interesse nazionale di questo Paese, si sarebbe presentata a muso duro da questo pazzo furioso. Non certo con sorrisi.
Ma dato che il pazzo in questione le ha scritto la prefazione al libro che ha poi venduto negli USA, e dato che il vice del pazzo in questione (Vance) ha scritto un’altra prefazione al secondo libro anch’esso venduto negli USA, dove a quanto pare c’è ampio mercato per i libri di Giorgia Meloni (soprattutto se le case editrici sono vicine al suddetto caso clinico), viene da chiedersi quale interesse nazionale abbia in testa la Premier quando parla con Trump.
Ce lo dirà il tempo.
Ma intanto è giusto che gli italiani mettano a fuoco la situazione.
Leonardo Cecchi
“Gli sbirri sono diversi da tutto il resto dell’umanità, perché hanno dentro la voglia di servire, di essere sotto padrone. Non capiscono niente della libertà e hanno paura degli uomini liberi. Il loro pane è il nostro dolore, figlio mio, come si fa a venire a patti con quella gente?”
(Nicolai Lilin)
Il 18 giugno del 1984 il governo britannico scatenò contro i lavoratori una repressione di inaudita violenza. La resistenza degli operai, delle loro famiglie, con una grande partecipazione delle donne e di intere comunità durò oltre un anno e rimane uno degli episodi più duri della lotta di classe in Europa di ogni tempo.
È stato il più lungo sciopero di massa dell’Occidente dai tempi della Prima guerra mondiale: un anno esatto fra il marzo ’84 e quello dell’85. Fu una guerra di classe, combattuta su un campo di battaglia vasto quanto la Gran Bretagna: nelle brughiere di Scozia, Galles, Yorkshire e Kent si fronteggiarono 165.000 minatori e alcune decine di migliaia di poliziotti.
Alla fine si conteranno 2 morti, 1750 feriti ufficiali, 11.312 arresti, 5.653 processi per direttissima, un migliaio di licenziamenti per rappresaglia.
La lotta ebbe inizio allorché, nel marzo ‘84, Ian Mc Gregor, presidente del NCB – l’ente pubblico del carbone, che gestiva l’industria estrattiva britannica pressoché completamente nazionalizzata e amministrava i 176 pozzi dove lavoravano 120.000 dei 183.000 occupati nel settore – diede il via al piano del governo #Thatcher, annunciando la chiusura di 20 pozzi, con la perdita immediata di 20.000 posti di lavoro.
Il NUM, diretto da Arthur #Scargill – comunista, carismatico, eccezionale oratore – rispose dichiarando una settimana di sciopero. Poi le settimane diventarono due, tre, quattro; la Thatcher non cedette ma neppure i minatori: tre mesi, sei mesi, un anno.
Nei primi anni Ottanta il carbone era divenuto troppo costoso e i sindacati troppo potenti per chi, come la Thatcher, intendeva aprire una nuova era nei rapporti sociali del suo paese. Il negoziato non era un’opzione. Il sindacato dei minatori chiedeva una politica di sovvenzioni statali, Thatcher aveva una visione opposta
In poche settimane tutti i pozzi del paese furono bloccati, eccetto nel Nottinghamshire, dove si costituì anche un sindacato giallo. I picchetti volavano da un sito all’altro, provando ad aggirare i presidi stradali di una polizia da stato di assedio. I lavoratori venivano pestati, arrestati, fotografati e identificati; i media si scatenarono, e ci fu una raccolta fondi per quanti volevano tornare al lavoro, giacché le famiglie avevano appena subito un taglio dei benefit di 15 sterline alla settimana.
La legislazione sugli scioperi fu modificata, limitando fortemente i comportamenti consentiti ed estendendo i poteri degli organi giudiziari e delle forze di polizia: i lavoratori in lotta vennero in sostanza equiparati dalla legge ai terroristi dell’IRA, cosa che suscitò gravi critiche anche all’estero.
Intorno alla lotta si coagulò tuttavia un imponente movimento di solidarietà.
Ovunque spuntarono i tavoli coi barattoli gialli della raccolta fondi; giovani, donne, studenti costituirono combattivi comitati di appoggio; ogni città si gemellò con una miniera; centinaia di volontari formarono “picchetti volanti” per presidiare i pozzi e impedire l’ingresso dei crumiri (assoldati dal governo e protetti dalla polizia).
Il 18 giugno 1984, nello Yorkshire scozzese, ebbe luogo quella che passerà alla storia come “la battaglia di #Orgreave”, l’evento forse più drammatico nel corso del lungo sciopero dei minatori britannici contro le politiche economiche e sociali del governo Thatcher.
In quel lunedì di giugno la percezione che gli inglesi avevano dei governanti, della polizia e del Paese cambiò per sempre.
Fu una battaglia, parte di una guerra che sembrava mossa dal governo contro il suo stesso popolo.
Era un bel giorno d’estate e circa 5000 minatori, giunti lì a interrompere la fornitura di carbone raffinato alla cokerie, si erano radunati in un campo presso l’impianto della British Steel Corporation, quando migliaia di poliziotti arrivarono convergendo da tutte le parti della nazione.
La cavalleria fu spedita alla carica e fece irruzione nel campo al gran galoppo. Il dispiegamento di forze dell’ordine, cani e cavalli non aveva precedenti.
La polizia, in pieno assetto militare, assalì, arrestò, picchiò selvaggiamente i minatori, per poi abbandonarsi alla devastazione di case e villaggi.
Dopo un anno senza paga, senza aver ottenuto niente, con il NUM irrimediabilmente sconfitto e migliaia di famiglie sul lastrico, nel marzo ‘85 Scargill fu costretto a dichiarare la fine dello sciopero.
In pochi anni quasi tutte le miniere del Regno Unito chiusero i cancelli, nel 2000 ne rimanevano solo 13, mentre il numero di addetti scendeva da 181.000 a 8.000, quasi tutti a gestione privata, col Regno Unito che importa oggi 40 milioni di tonnellate di carbone l’anno.
Per la chiusura di 60 pozzi, il governo Thatcher spese 900 milioni di sterline l’anno, due volte e mezzo più delle sovvenzioni necessarie a mantenerli in vita.
Dietro la guerra senza quartiere contro i minatori non ci furono infatti meri motivi economici, ma precise scelte politiche: l’obiettivo vero era lo smantellamento del Nemico Interno, vale a dire quel vasto settore pubblico e nazionalizzato che vantava sindacati molto forti.
Fu un evento tragico e violento, nel quale il governo di un Paese scagliò tutte le sue forze contro cittadini-lavoratori che pagavano le tasse e li distrusse.
Ma il sacrificio di quella gente capace di resistere così a lungo per salvare la propria comunità e tutte le altre che vivevano solo di carbone è ancora oggi ricordato e celebrato come un esempio di solidarietà, di un modo diverso di vivere.
Quando il 3 marzo 1985 la dirigenza del NUM (il sindacato dei minatori) delibera con 98 voti a 91 la fine dello sciopero, quei “musi neri”, ormai estenuati e a malincuore, decidono di tornare nei pozzi, accompagnati però dalle fanfare e dai gonfaloni sindacali.
Entrano a testa alta, fieri di quel loro orgoglio operaio, consci di aver scritto comunque una pagina di storia. Nell’unica maniera che era stata loro concessa: quella di chi si oppone”.
- Testo: Silvia Boverini - Immagine by Cheyenne Rebelde -
NON C'È DI CHE - Per Meloni, i 36 miliardi di evasione fiscale recuperati nel 2025 sono merito del suo governo. Ma quei soldi, spiega Gabanelli, sono il frutto di controlli e di norme introdotti da governi precedenti
Trovate voi le differenze.
Ignazio La Russa in una trasmissione tv, alcuni anni fa, affermò che i soldati italiani prigionieri della Germania che, in seguito all’8 settembre 1943, dissero "NO" all'arruolamento nella Repubblica Sociale avevano fatto “una scelta di comodo”, solo per non “rischiare la vita”. Peccato che decine di migliaia di loro non fecero mai ritorno.
Dopo l'8 settembre 1943, i militari italiani presenti nei territori controllati dalla Germania furono disarmati e catturati dalla Wehrmacht. Di questi, oltre 650.000 vennero deportati nei campi di prigionia e di lavoro del Terzo Reich. Per volontà di Hitler furono classificati come "Internati Militari Italiani" (IMI), una categoria giuridica creata appositamente per sottrarli alle tutele previste dalla Convenzione di Ginevra. Ai soldati italiani venne proposta una scelta netta: aderire alla RSI e quindi vendersi alla Germania nazista, oppure affrontare l’internamento: circa il 90% dei militari catturati rifiutò la collaborazione. Il loro rifiuto venne ripagato con fame, freddo, malattie, percosse e ritmi di lavoro massacranti. Tra il 1943 e il 1945 morirono oltre 50.000 internati, molti altri portarono per tutta la loro vita nel fisico e nella mente il prezzo della prigionia.
Per lungo tempo questa vicenda è rimasta in secondo piano nella memoria pubblica italiana.
Quei soldati ricordavano al paese la guerra fascista, con i suoi fallimenti e crimini. Ma gli IMI erano perlopiù umili lavoratori e non soldati di professione, trascinati in un conflitto che non volevano combattere e che col loro coraggio avevano riscattato quella storia orribile.
Dimenticati dalle istituzioni, anche e soprattutto dai vertici militari, gli IMI vennero ovviamente espulsi dalla retorica patriottarda delle destre, che non potevano e non possono accettare il loro rifiuto del nazismo.
—
Degli IMI parla il nostro libro “Mio nonno diceva sempre di No”. Partendo dalla riscoperta del diario di suo nonno, l’autore racconta questa storia che non dobbiamo più dimenticare.
da Cronache Ribelli
Amici di destra, mi rivolgo a voi.
Perché, giuro, per quanto mi sforzi non riesco proprio a capire una cosa.
Probabilmente è colpa mia, eh, magari voi sapete spiegarmela.
Il concetto di “remigrazione” nasce in Germania.
Ed è una battaglia portata avanti dall’AFD, che non sta al governo.
Trump, ad esempio (che invece governa), dice di aver fatto tutte le cose che aveva promesso: deportare i “clandestini”, ridurre il prezzo di tutto e via dicendo.
Poi è ‘na cazzata, chiaramente, tanto è vero che attualmente ha il consenso più basso di qualsiasi presidente della storia americana (anche secondo i sondaggi “di destra”), ma almeno lo dice.
Finge che sia vero, hai visto mai che qualche vaccaro del Tennessee ci caschi.
Voi no.
Voi andate in piazza a gridare “REMIGRAZIONE!” come se al governo ci fosse la sinistra.
Ma a governare in Italia c’è la Meloni, c’è la Lega di Salvini, c’era Vannacci fino a dieci minuti fa.
E in tutto questo cosa ha fatto la destra per “remigrare” la gente? Una fava.
In termini numerici, il governo Meloni ha rimpatriato meno persone all’anno sia del governo Conte che del governo Gentiloni.
Non me lo sto inventando, eh.
Sono dati pubblici: stanno sul sito del ministro dell’interno.
Solitamente ‘ste pantomime si fanno quando si sta all’opposizione, voi siete al governo.
Volete la “REMIGRAZIONE”?
Fatela.
Remigrateli.
Costruite i CPR e deportateli tutti.
“EH MA NON CE LO FA FARE L’EUROPA!”.
Eh, no, questa è ‘na cazzata, amici.
Se l’Italia rimpatriasse (ops, scusate, oggi si dice “remigrasse”) tutti gli irregolari, l’UE non direbbe nulla. Ma niente proprio.
Sono politiche che gestiscono i singoli Stati.
L’UE non c’entra una mazza.
Cioè: al momento, da noi, governano gli eredi dell’MSI e la Lega di Salvini.
Persino il generalone Vannacci c’ha qualche scappato di casa in Parlamento.
Ma voi fate finta che non sia così e andate in piazza a gridare “REMIGRATELI TUTTI!” come se qualcuno ve lo impedisse.
State al governo, fenomeni, forse non ve l’hanno spiegato.
Se la remigrazione “si può fare”, fatela.
Perché portare avanti gli slogan elettorali quando siete voi a decidere significa solo che considerate talmente coglioni i vostri elettori da pensare che non lo capiscano.
E forse c’avete pure un po’ ragione, in effetti
Però la verità è che siete l’unica destra al mondo che manifesta contro sé stessa.
Che inventa slogan elettorali populisti quando governa, fingendo che esista un nemico immaginario che vi impedisce di fare quello che vi piace gridare in giro.
Volete la remigrazione?
Siete convinti che sia una cosa fattibile?
Ok, fatela.
Remigrate quanto volete.
Nessuno ve lo può impedire, purtroppo.
Altrimenti zitti.
Shhh.
Cialtroni.
Di @emilianorubbi
Angelina Jolie.
Da Themis & Metis
Spiace, ma anche no, correggere il surreale ministro alla giustizia Carlo Nordio e rammentargli che il libro più importante del nostro sistema giuridico è la Costituzione Italiana.
Costituzione, peraltro, antifascista. Specifico - antifascista - perché da tempo qualche giurista alla Ignazio Benito Maria La Russa va cianciando che la parola “antifascista” non è presente in Costituzione.
Vero come, però, è altrettanto vero che nella Bibbia non c’è la parola la parola “monoteista”, ma sfido chiunque a sostenere che il cristianesimo religione monoteista non sia.
Tornando a Nordio, il nostro ministro, per polemizzare con chi chiede il patentino antifascista agli scrittori che vogliono presentare propri volumi in pubbliche fiere, se ne è uscito con questa frase, sbagliata appunto: “Forse gli organizzatori non sanno che il libro più importante per la nostra giustizia, cioè il codice penale, reca la firma di Mussolini”.
Frase che svela, spiegando tante cose, che il ministro della giustizia in carica è fermo al codice penale fascista e non si è accorto che nel frattempo c’è stata la Resistenza, la Liberazione e, appunto, la Costituzione.
Qualcuno lo aggiorni e già che c’è gli dica che anche le Leggi razziali non sono più in vigore, pure quelle firmate dal dittatore Benito Mussolini.
William Beccaro
“La censura è incompatibile con qualsiasi società democratica”
Prendo nota Presidente. Dunque immagino che lei voglia chiedere scusa ad Antonio Scurati e Serena Bortone perché nel 2024, alla vigilia del 25 aprile, Scurati voleva recitare nel programma di Bortone un monologo antifascista. Gli è stato impedito. Si chiama censura preventiva.
Chieda scusa a Sigfrido Ranucci per aver tentato di mettergli il bavaglio, attraverso tagli di risorse, di puntate, cambi di palinsesto e varie minacce di querele e richieste di non messa in onda dei suoi servizi da parte di esponenti della sua maggioranza. Anche questa si chiama censura preventiva mediante intimidazione.
Chieda scusa a tutti i giornalisti che avete querelato per aver osato fare il loro mestiere: il cane da guardia del potere. So che non siete abituati ad accettare critiche, ma si chiama “censura indiretta” ed è oggetto di una direttiva europea, la direttiva anti-SLAPP che il nostro Paese deve recepire entro l’anno.
Se davvero considera la censura incompatibile con la democrazia, faccia una cosa semplice: recepisca subito la direttiva europea anti-SLAPP e protegga chi ogni giorno informa i cittadini nonostante le pressioni del potere.
E già che oggi ha riscoperto questo afflato per la libertà di pensiero, recepisca anche il Media Freedom Act, il regolamento europeo per proteggere il pluralismo e l’indipendenza dalla politica dell’informazione. In particolare nel servizio pubblico, quindi nella Rai.
A proposito di Rai, quando la facciamo ripartire la commissione di vigilanza bloccata dalla sua maggioranza perché vuole imporre il Presidente della Rai senza consenso delle opposizioni? Questo si chiama controllo dell’informazione ed è l’antenato di ogni forma di censura.
Siete senza vergogna.
Vedo che l’effetto referendum è passato. Ora siamo dinanzi al meno produttivo effetto Vannacci. “Alzi la mano” chi è più fascista.
Vittoria Baldino