La porta della villetta si chiuse alle loro spalle con un click che risuonò come un colpo di pistola.
Anita rimase immobile, nuda, tranne che per le scarpe, tenendo per mano Felpudo. Non respirava. Ansimava. Come quando cavalcava il cuscino e doveva fermarsi un secondo prima.
Dario si tolse il cappello con la solita calma, appendendolo al gancio. Regola numero uno: mai mostrare l’ansia. Eppure, era difficile tenere il controllo davanti a quella bellezza, a come lei avesse deciso di affidarsi, donarsi, basandosi solo su una sensazione, nata quando lui l’aveva vista e riconosciuta. Per la fiducia che gli aveva dato senza condizioni.
Una porta che si chiude. Un giardino nella notte di Siviglia. Una donna nuda sotto la luna, libera per la prima volta. Nel capitolo 4 di L'I
La porta si chiuse con un suono sordo. Una corda che si spezza sotto troppa tensione, i due capi che frustano l’aria nel separarsi. Da una parte Anita, il corpo ancora attraversato da scosse che non sapeva nominare. Dall’altra Dario, a fare i conti con qualcosa che non aveva previsto. Due animali della stessa specie che si erano appena annusati e ora restavano a fissare la porta chiusa, ognuno dal proprio lato, già affamati di tornare a mordersi.
Anita aveva iniziato a camminare in direzione della feria con le gambe che faticavano a reggere il passo. La vescica, tenuta a bada per ore, si ribellò di colpo. Come se il suo corpo, lontano da lui, non avesse più motivo di obbedire.
Mentre il corpo la tradiva, la mente non faceva altro che tornare a quanto era successo nelle ultime ore. A come lui aveva preparato tutto in ogni dettaglio, a come l’aveva accolta, a come l’aveva ribaltata in modi che non si aspettava. Il solo pensiero la faceva fremere di nuovo, le faceva contrarre il ventre, venire voglia di stringere le gambe. Anche se avrebbe desiderato altro, molto altro. Eppure, non del tutto consapevolmente, lei aveva scelto quella strada e ora doveva semplicemente accettarla.
Con tutte le difficoltà che il suo corpo e la sua mente le stavano mettendo lungo il percorso, cercò di accelerare il passo per arrivare il prima possibile al camerino dei ballerini. Aveva bisogno di una doccia e di cambiarsi. Ma più di tutto aveva bisogno di fare pipì.
Dario era rimasto a fissare la porta per qualche minuto. Sapeva che non si sarebbe riaperta. Lo sapeva. Eppure, restava lì, a fissare quel rettangolo di legno come se potesse materializzare Anita dall’altra parte per pura forza di volontà.
Poi si era mosso, aveva iniziato a rimettere in ordine tutto, mangiucchiando qualche tapas e sorseggiando un po’ di vino, mentre la mente stava ripensando a quel momento in cui si era ritrovato in quel punto dove il controllo si sfilaccia. Il pensiero era tornato ad anni fa, a quella donna che glielo aveva fatto perdere. L’aveva persa. Cazzo, l’aveva persa. E non c’era stato modo di tornare indietro, di riprendersela, di cancellare quel momento in cui il dominio gli era scivolato tra le dita come acqua.
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Dario si svegliò con il piano già completo nella testa. Cinque ore di preparazione, ogni dettaglio calcolato, ogni oggetto al suo posto. Qua
Ore 7:00 Dario si svegliò nudo come si era addormentato, le lenzuola aggrovigliate attorno al suo corpo. Il confuso ricordo della notte poco distante gli fece allungare una mano tra le gambe. Il cazzo turgido gli diede la conferma che quanto ricordava non era solo un sogno. Al solo ricordo di lei inginocchiata sull’erba che gli succhiava il cazzo, sentì un fiotto di sangue inturgidire ulteriormente la sua mascolinità. Si strinse appena, non per venire, solo per sentire quanto fosse reale. Diavolo, lo era.
Si forzò con disciplina a uscire dal letto. Una pisciata complicata, causa semi-erezione. Poi una rasatura veloce, ma precisa. Lo specchio gli rimandava l’immagine di un uomo che aveva dormito quattro ore e stava già pianificando le prossime dodici. Aveva cinquantatré anni ma quella fame negli occhi era la stessa di quando ne aveva venticinque. Anzi, più determinata.
La doccia fu il suo primo vero momento di lucidità. Bollente, avvolgente, quasi meditativa. L’acqua che scivolava sulla pelle era il suo caffè vero, quello che accendeva i neuroni. Si fermò sotto il getto, occhi chiusi, lasciando che il calore sciogliesse i nodi tra le scapole. In quei dieci minuti la mente lavorava meglio che in ore di riunioni.
L'Indole dello Struscio – Capitolo 1: La Collisione
Siviglia. Feria de Abril. Un vestito da flamenco color giacaranda, un cuscino viola di lino ruvido, e una donna che da settimane vive sul filo del piacere negato.
Poi uno scontro. Due mani forti che la afferrano. Un profumo di cuoio e legno antico.
"Tutto bene?"
Una voce calda come una coperta quando hai freddo. E Anita, per la prima volta da mesi, dimentica il flamenco.
Leggi il primo capitolo → https://www.dagoheron.it/lunghi-racconti-erotici-dago/lindole-dello-struscio/capitolo-1-la-collisione/