Sulla strada di scuola, che durava circa venti minuti, inventavo lunghe storie che di giorno in giorno diventano più ampie e continuavano per settimane intere. Le raccontavo da solo, a voce non troppo alta, ma abbastanza perché si udisse un certo borbottio che soffocavo soltanto quando incontravo persone che mi erano antipatiche. Conoscevo la strada talmente bene che non badavo più a niente intorno a me, dovunque io guardassi, a destra o a sinistra, non trovavo niente di speciale da vedere, e invece nelle mie storie sì. In esse succedevano cose emozionanantissime, e quando le avventure erano troppo avvincenti e inattese perché io potessi continuare a tenerle tutte per me, a casa le raccontavo ai miei fratellini, che aspettavano avidamente la puntata seguente. Le mie storie erano tutte legate alla guerra o, per essere più esatti, al modo di superarla. Alle nazioni che volevano la guerra bisognava dare una bella lezione, cioè bisogna sconfiggerle molte e molte volte, perché finalmente si decidessero a smetterla. Incitate dagli eroi della pace, le altre, le nazioni buone, si univano e si dimostravano a tal punto superiori che alla fine vincevano. Ma la vittoria non era facile, venivano ingaggiate durissime interminabili e aspre battaglie, con scoperte sempre nuove e inauditi stratagemmi. La cosa più importante di queste battaglie era che i morti resuscitavano sempre. (P. 196)