Ci sono momenti in cui non voglio spiegare niente a nessuno.
Non voglio giustificarmi, non voglio raccontare, non voglio difendere la mia stanchezza come se fosse una colpa da espiare. Voglio solo starmene zitta, chiusa nel mio silenzio, in quella specie di bolla mentale dove il tempo si ferma e i rumori si attutiscono, dove nessuno può chiedermi “Che hai?”, “Perché sei così?”, “Che ti succede?”.
Voglio solo un po’ di pace. Ma non quella pace finta che si ottiene spegnendo il telefono o uscendo a fare due passi. No. Quella vera. Quella che ti fa respirare a fondo senza sentirti un peso, quella che non ti fa sentire in colpa nemmeno per un secondo, quella che ti fa dire “Sono al sicuro” senza doverlo fingere. Un po’ di pace mentale è tutto quello che chiedo, e invece ogni giorno mi sveglio con la testa già piena. Piena di voci, di doveri, di aspettative non mie, di sguardi che chiedono troppo e danno troppo poco.
Vivo come se fossi in debito con il mondo intero, anche se non ho fatto nulla. E ogni giorno è come se mi svegliassi con già il fiato corto, con le spalle contratte, con il cuore che fa fatica anche solo a battere al ritmo giusto. Il corpo va avanti per inerzia, ma la mente no. La mente si blocca, si rompe, si spezza. La mente urla, ma lo fa piano, così piano che nessuno la sente. E allora continuo a camminare come se niente fosse, come se fossi “forte”, come se essere rotta dentro fosse un dettaglio trascurabile, come se bastasse una dormita per ricomporre tutti i cocci che mi porto dentro da anni.
C’è qualcosa di profondamente ingiusto nel modo in cui alcune persone riescono a vivere leggere, mentre altre, come me, si trascinano ogni giorno come se portassero un’intera casa sulle spalle. E non è nemmeno questione di eventi, perché ci sono persone che nella vita hanno avuto molto meno eppure sorridono. Ma io no. Io ho imparato a sopravvivere, non a vivere. E questo lo dico con tutta l’onestà di chi ha provato a fare entrambe le cose e ha fallito. La verità è che vivere, per me, è sempre stato un lusso. Qualcosa che potevo guardare da lontano, ma non toccare. Come la felicità, come la serenità, come l’amore che non fa male, come la famiglia che ti protegge anziché ferirti.
Famiglia. Una parola che mi pesa addosso come una maledizione. Chi mi ha messo al mondo ha dimenticato di spiegarmi come si fa a vivere senza sentirsi uno sbaglio. E quelli che avrebbero dovuto amarmi incondizionatamente mi hanno insegnato solo la condizione: “Ti voglio bene se fai come dico io”, “Ti ascolto se stai zitta”, “Sei importante finché non mi dai fastidio”. Cresciuta tra urla, silenzi, rancori, porte sbattute e parole dette male. Cresciuta con la sensazione che, in fondo, nessuno avesse davvero voglia di conoscermi per quella che sono. E allora ho imparato a nascondermi. Ho imparato a vestirmi di sorrisi, a indossare l’abito della ragazza forte, quella che sopporta tutto, quella che tanto si abitua, quella che “Ce la fai, dai, sei sempre andata avanti”. Ma io non volevo solo andare avanti. Io volevo vivere. E invece sto qua, a rincorrere giorni che non voglio più vivere, momenti che non sento miei, affetti che sembrano doverli elemosinare.
L’amicizia. Parola dolce e tagliente. Una parola che ha preso il sapore della delusione. Di chi ha promesso di restare e poi ha cambiato strada senza voltarsi. Di chi diceva “Ti capisco” ma poi spariva quando c’era da restare nel buio. Di chi parlava tanto ma ascoltava poco. Quante volte ho cercato conforto, quante volte ho creduto che qualcuno potesse davvero vedere quello che avevo dentro. Ma forse il mio dolore è troppo silenzioso, o forse sono io che mi sono stancata di bussare a porte chiuse. E allora adesso ho smesso. Mi isolo. Mi chiudo. Mi proteggo. Mi rinchiudo nei miei silenzi come fossero l’unico posto sicuro. Anche se, paradossalmente, è proprio lì che rischio di morire.
Perché la verità, quella che nessuno vuole sentire, è che morire non mi fa più paura. Mi fa più paura vivere così. Mi fa più paura svegliarmi ogni giorno con il nodo in gola, con l’ansia che scivola sotto pelle, con la sensazione di essere fuori posto in ogni stanza, anche nella mia. Mi fa più paura non essere capita, dover sempre spiegare, giustificare, difendere una stanchezza che è diventata cronica. Mi fa più paura dover resistere ancora, anche oggi, anche domani, anche quando non ho più niente da dare.
E allora lo ripeto.
Non chiedo tanto.
Chiedo solo un po’ di pace mentale.
Una tregua. Un respiro. Una giornata in cui il mio cuore non faccia fatica, in cui i miei pensieri non mi rincorrano fino a notte fonda, in cui la mia mente non sia un campo di battaglia. Una giornata in cui sentirmi abbastanza. Una giornata in cui non debba nascondermi, in cui non debba temere lo sguardo degli altri, in cui possa essere solo... io.
Ma questa pace non arriva.
Forse non è mai esistita.
Forse per alcuni è solo un miraggio.
E io, da questa parte del mondo, continuo a guardarla da lontano.
Col cuore stanco.
Con gli occhi vuoti.
Con la voglia di urlare e il bisogno di sparire.
E con l’unico pensiero che mi accompagna sempre, ogni notte, ogni giorno:
“Un po’ di pace mentale è tutto quello che chiedo.”