Intervista a Ugo Dighero _ a cura di: Martina Perra, Giulia Santoni e Leonardo Luti
[intervista a Ugo Dighero ] INTERVISTATORI: Salve Ugo, secondo lei è considerato ancora opportuno riproporre un testo degli anni '60 e soprattutto il messaggio che offre a tutti noi è ancora attuale?
Ugo:Ottima domanda! Ciao, ovviamente la mia risposta è sì. Infatti ritengo che un testo del genere non possa mai diventare noioso o scontato, perché è molto poetico, magmatico e divertente. Il messaggio di per sé non esiste, ma è presente una buona e strutturata argomentazione satirica sulla politica del tempo e come diceva Dario Fo la satira è un aspetto libero, assoluto, del teatro. Inoltre sono argomenti universali e che vanno al di là del tempo perché sennò non si potrebbero riproporre.
INTERVISTATORI: All'estero come pensi sia possibile rendere l'interpretazione del testo più comprensibile?
UGO: Partendo dal fatto che Dario Fo, componendo quest'opera, utilizza una “nuova” lingua inventata da lui, ossia il Grammelot, penso che sia indispensabile basarsi su una comprensione da parte del pubblico incentrata non solo sul significato delle parole in sé, ma anche e soprattutto sull'impostazione scenica e quindi sulla gestualità, creando monologhi che possano essere intelligibili.
INTERVISTATORI: Hai dovuto imparare il Grammelot come se fosse una vera e propria lingua o come se fosse “una poesia da imparare a memoria”?
UGO: Inizialmente potrebbe sembrare come qualcosa da imparare per così dire “a pappagallo”, ma dopo aver preso dimestichezza e dopo essermi esercitato tanto, ho capito che di fatto è una lingua come le altre e in quanto tale deve essere studiata nello stesso modo, sebbene sia inventata. Nei miei primi studi sul grammelot ho cercato di scrivermi le parole così come si dicono, ma poi ho preso confidenza e mi sono mosso con più libertà.
INTERVISTATORI: Hai mai incontrato Dario Fo?
UGO: Sì, ho avuto la fortuna di fare la sua conoscenza e devo dire che sono rimasto davvero colpito dalle sue idee e i suoi pensieri relativi al teatro e non solo. Ritengo infatti che sia una persona straordinaria e proprio per questo ho deciso di mettere in scena una sua opera che racconta come il popolo sia stato derubato, defraudato da secoli della proprio cultura. Quando ci incontrammo avevamo due progetti, uno televisivo che però non è andato in porto e una volta organizzammo una festa e in quell’occasione recitai “Il primo miracolo di gesù bambino” durante il quale avevo inizialmente un po’ d’ansia ma poi ho visto che rideva e mi sono rilassato. Fo mi ha dato un po’ di dritte dopo lo spettacolo, ma è stato molto contento.
INTERVISTATORI: Perché hai scelto di rappresentare due testi, ossia “Il primo miracolo di Gesù bambino” e “La parpàja topola”, apparentemente diversi? C'è un nesso logico tra i due?
UGO: La mia è stata soprattutto una scelta di gusto e poi perché erano due pezzi di trenta minuti ciascuno e quindi molto equilibrati.inoltre, entrambi sono pezzi di affabulazione pura in cui chi racconta interpreta anche tutti i protagonisti che dialogano tra loro, quindi bisogna usare tutte le tecniche, soprattutto la commedia dell'arte, con le maschere. Bisogna entrare ed uscire velocemente da tutti i personaggi; è un arzigogolo virtuosistico in cui si deve essere veloci e preparati. I brani sono scritti sapientemente con dei tempi comici favolosi.
INTERVISTATORI: Che cos' è che rende il testo poetico nonostante la volgarità in alcuni punti?
UGO: Ti riferisci a entrambi i testi o in particolare ad uno?
INTERVISTATORI: In particolare alla parpaja topola.
UGO: No, ritengo che non sia assolutamente un testo volgare in quanto, come già avete detto, è un testo pieno di poesia che rende la volgarità implicita e di conseguenza di libera esposizione. La protagonista è la patata ed è proprio qui che sta il gioco: riproponendo un’opera apparentemente oscena, che in realtà è di una poesia e tenerezza infinita e poi la volgarità è molto relativa e soggettiva.
INTERVISTATORI: Grazie mille per la sua disponibilità e collaborazione. Speriamo in un incontro futuro!