Sogno, arrivo a Marrakech
E’ mattina prestissimo, mi alzo di scatto con gli occhi già vispi attendendo da almeno un’ora il suono della sveglia. Mi lavo velocemente, mi metto un velo di trucco e mi vesto a strati con l’outfit già scelto la sera prima. Io e Anne ci incrociamo in corridoio con i nostri mega zaini da 40 litri pronte a partire.
Anne è la mia coinquilina da circa un anno, ha deciso di seguirmi a capofitto in questa avventura: un viaggo low cost con zaino in spalla in Marocco.
Era da quasi due anni, che sognavo di andare, ma per un motivo o per l’altro avevo sempre rimandato. Quel giorno di pioggia, seduta nel sedile posteriore di auto a noleggio, alla radio passò il brano “The à la Menthe” di La Caution, versione strumentale. Quella melodia mi attraversò letteralmente il cuore e si irradiò in tutto il corpo fino a farmi venire la pelle d’oca. Chiusi gli occhi e mi lasciai trasportare in un luogo sconosciuto, pieno di colori, sorrisi e profumi nuovi. Da quel giorno una cosa mi fu chiara: dovevo scoprire il Marocco con tutti i miei sensi.
Bar, colazione veloce, metro, autobus, aeroporto, attesa. Purtroppo mascherine. Ebbene sì, notizie del coronavirus in espansione stanno già attraversando il paese e noi fuggiamo prima che chiuda tutto.
Imbarco bagagli, gates, pranzo anticipato, attesa, imbarco, decollo.
Guardo fuori e la foschia copre leggermente i campi pieni di brina, chiudo gli occhi e mi lascio trasportare dai pensieri fino all’arrivo.
Una voce metallica ci avvisa di prepararci all’atterraggio. Fuori il sole spacca le pietre e io respiro profondamente. L’emozione prima di toccare il suolo di un altra terra mi fa sempre battere il cuore e lì, in quel momento sospeso nel vuoto, finisce sempre la prima fase del viaggio: il sogno.
Tocchiamo terra marocchina con i piedi e una piacevole aria calda e secca ci avvolge e ci coccola come una coperta di lana e un caminetto fanno d’inverno appena rientri in casa. Palme e geometrie magrebine ci accolgono all’aeroporto di Marrakech e tutto sembra, tranne che il mese di Febbraio. All’uscita cambiamo gli euro in Dirham e cerchiamo Alex, il terzo compagno di viaggio arrivato direttamente da Londra. Il nostro caloroso tassista si districa imprecando tra le strade trafficate della Ville Nouvelle, la parte nuova della città, e ci porta velocemente fino all’ingresso della medina dove un simpatico ometto vestito con una tunica blu e le mani rugose carica le nostre valige su un carretto e ci fa segno di seguirlo attraverso stretti vicoli tortuosi. Non parla la nostra lingua ma il suo sorriso parla per lui. Con gli occhi curiosi di chi ancora ha tutto da vedere, seguiamo l’anziano fino al nostro Riad dove ci accoglie un ragazzo simpaticissimo di nome Ahmed.
Per fortuna parla in inglese, essendo Marrakech una città molto turistica, e riusciamo a chiaccherare senza problemi del più e del meno. Ahmed ci fa vedere la mappa della città con le varie attrazioni, noi sappiamo già tutto ma lui è così entusiasta che lo lasciamo parlare e alla fine ci da ottimi consigli.
Il riad è molto elegante, con una piscinetta di maioliche verdi al centro, circondata da tavolini e sedie in ferro battuto dove si può fare colazione e pranzare. Vetrate circostanti delimitano l’area cena al chiuso e una specie di reception dove Ahmed ammette di dormire su un piccolo materasso durante il turno di notte. Noi sorridiamo un po’ stupiti e lui ci spiega che viene da una famiglia berbera del deserto, perciò quando è a Marrakech preferisce lavorare giorno e notte senza riposo e farsi una settimana intera di vacanza per andare a trovare i suoi parenti. La famiglia nella loro cultura è importantissima e sono tutti molto uniti, perciò anche se negli ultimi anni i giovani si sono spostati nelle grandi città per lavorare, tornano sempre a casa!
Passiamo mezza giornata nel Riad per farci fare l’henné da una ragazza del posto, al prezzo di 100 Dirham a testa riusciamo a farci fare un tatuaggio su entrambe le mani. Non è precisissima, sta ancora imparando, ma rispetto ai 300 chiesti in piazza Jemaa El Fna va benissimo e ci accontentiamo, cercando di chiaccherare con Inaam in un misto di gesti, inglese e francese. Nel frattempo fanno capolino alcuni curiosi personaggi: il fratellino di nome Hakim, che scorrazza di qua e di la in cerca di attenzioni; Latifa, tutta timida, non parla per niente e si limita a sorriderci con la scopa in mano mentre tiene in ordine il giardino; infine un’amico di Ahmed, completamente avvolto di teli bianchi immacolati che lasciano una gradevole scia di profumo di sapone. Quest’ultimo, come nei giorni a seguire scopriremo, è di origine nomade berbera e indossa un enorme Tagelmust bianco, un tradizionale copricapo adatto al clima del Sahara.
Ci viene cordialmente servito un tè alla menta, il primo di moltissimi. E’ piacevolmente zuccherino con un fondo leggermente erbaceo e fresco lasciato dalla menta, insospettabilmente adatto nel trovare conforto dal calore del pieno pomeriggio e considerato dai locali un gesto di cortesia imprescindibile verso i propri ospiti.
La sera, dopo una doccia e un breve pisolino di 20 minuti, andiamo al Restaurant Kui-Zin in Rue Amsafah.
Alla fine di una rampa stretta e alta di scalini, ci accoglie una splendida terrazza decorata con tappeti e lampade forate, dei musicisti che suonano dal vivo i loro strumenti e una ragazza che si esibisce nella tradizionale danza del ventre. Un ricco buffet ci consente di assaggiare un po’ di tutto: cous cous con verdure, tajine di pollo con le prugne, pastilla, tanjia di agnello, mèchoui, fettine succose di arancia e cannella, corni di gazzella e altri dolci tipici. Essendo centro della Medina non si può consumare alcool, quindi optiamo per un tè alla menta con ghiaccio. Simpatici gatti gironzolano tra i tavoli senza mai importunarti fino a che non decidi di dargli un pezzetto di cibo. Non sappiamo se è considerata cosa buona o no, perciò per non offendere nessuno decidiamo di farlo di nascosto e il micetto sembra apprezzare molto, non lasciandoci più per tutta la serata!
Una piacevole brezza fresca si alza al calare del sole, le melodie arabe si perdono nell’aria a ritmo dei tamburi, veli colorati si mischiano coi giochi di luci delle lampade, il profumo dei cibi speziati ci avvolge i sensi e pieni e soddisfatti ritorniamo al nostro piccolo Riad.