Quel maledetto 23 luglio 2026. Quella notte dalle 01. Tra 23 e 24.
La pressione al petto è costante.
È quel “peso” a dirmi che ci sei e ti porterò sempre con me finché non ci rincontreremo di nuovo.
Siamo destinate e lo sai. Siamo due anime che percorrono la vita e l’oltre insieme.
Vivrò spezzata, rotta dentro, ma è la forza dell’amore che ci lega e non voglio rinunciare ad una vita che tu mi hai reso migliore con fatica negli anni. Tutte le lacrime che mi hai tolto. Tutta la solitudine che mi hai tolto. Tutti i momenti felici che mi hai dato. Le risate. I giochi. Le passeggiate. Ma anche i momenti brutti che abbiamo affrontato.
Mi fermo e guardo le foto e i video, sorridevi, i tuoi occhi erano innamorati di me e io di te. Video in cui facevi le cose che ti caratterizzavano e sorrido perché sei tu.
Ora mi sento sola, a volte ho quei momenti di calma, che odio. In quei momenti di calma sono felice di averti vissuta e so che non posso far nulla per cambiare le cose. In altri istanti, beh, è proprio quel “non poter far nulla”, è proprio quel non poterti rivedere, toccarti.
Vorrei costruire nuovi ricordi con te, invece da quell’ultima foto non si aggiunge nulla. Sto creando io dei ricordi per noi, ma ho sempre quel vuoto. La gola stretta da delle mani più forti di me. A volte manca il respiro.
Mi manchi, tanto. Sei la mia stella, ma sei sempre stata tutto, continuerai ad esserlo.
Mi sento incredula e a volte ho quella calma addosso mista a rassegnazione che mi fa sentire in colpa quando in realtà è solo il mio corpo che elabora che non c'è e che non posso fare niente. Che è la vita, che è così che è colá. E poi quei momenti in cui crollo. In cui non accetto, in cui quel vuoto diventa uno spazio fatto per comprimermi. Silenzio. Ma a preoccuparmi sono quei momenti calmi, in cui faccio le cose di sempre e non dico che non ci penso, perché ci penso sempre, ma mi sento male al pensiero che la vita procede e a volte in quei
Momenti procedo anche io senza lei e mi sembra così assurdo, perché ho sempre visto la mia vita accanto a lei sempre come se fosse normale che io e lei camminassimo insieme. Se finiva lei, finivo io. E invece sono qui, con questa sensazione a volte di rassegnazione mista a calma, che mi disintegra ancora di più del pianto.
Sono grata alla vita di averla avuta nella mia vita, voglio che viva dentro di me e sia fiera e felice. Non voglio disintegrare il bene che mi ha fatto. Ma sento quel vuoto. Quel vuoto dentro che non si riempie. Mi sento bucata dentro.
Semplicemente, stupendamente Kim
Giulia aveva ventotto anni e una cagnolina bianca dal pelo riccio che si chiamava Kim.
Da piccola aveva detto a sua madre che avrebbe fatto la veterinaria.
Lo aveva detto con quella certezza che hanno solo i bambini — non un sogno, una certezza, ferma come un fatto del mondo. Avrebbe salvato tutti gli animali. Avrebbe avuto un camice bianco, le mani capaci di sistemare le cose rotte.
E aveva capito che il lavoro del veterinario non è solo salvare. È anche guardare in faccia una famiglia e dire non c’è più niente da fare. È tenere in mano una vita che se ne va e non poterla trattenere. La responsabilità — enorme, silenziosa — di poter sbagliare.
Aveva smesso di volerlo fare prima ancora di provarci. Non per pigrizia. Per paura di fare del male senza volerlo.
Non aveva mai detto a nessuno che forse era anche per questo — perché sapeva già, in qualche modo, che amare gli animali fa male. Che prima o poi ti chiedono tutto.
Era fine novembre, Giulia aveva tredici anni, e quella era una giornata di festa.
Si erano dati appuntamento per vederla — solo per vederla, così aveva detto suo padre. Solo per capire.
Era così piccola che le entrava in una mano. Una mano da bambina, già piccola di suo, eppure lei ci stava dentro tutta — bianca, riccia, con quegli occhi neri come bottoni di bambola che guardavano su senza paura.
Giulia l’aveva presa in braccio.
E aveva sentito il calore. Quell’odore morbido e preciso che non sapeva ancora che avrebbe imparato a memoria, che avrebbe cercato nei momenti difficili, che a volte — ancora adesso, quindici anni dopo — le arrivava addosso e la riportava indietro a quel pomeriggio.
Era casa. Lo aveva capito subito, senza pensarci, senza doverlo decidere.
Se l’era portata in auto, seduta nel sedile posteriore, quel piccolo peso caldo tra le braccia. Non era previsto per quel giorno. Non importava.
Lungo la strada, sua madre accanto, avevano scelto il nome. Giulia voleva qualcosa con la K — Kimmy, forse. Ma poi no. Più semplice. Più giusto.
Semplicemente, stupendamente Kim.
Un anno dopo i suoi genitori si erano separati. La casa era diventata silenziosa in un modo nuovo, come una stanza da cui hanno tolto i mobili. Ma Kim era rimasta — sempre lì, sempre vicina, sempre con quegli occhi di bottone puntati su Giulia come se fosse la cosa più importante del mondo.
Aveva attraversato tutto con lei. I pomeriggi chiusi in camera con la musica troppo alta, la prima volta che aveva pianto per la solitudine che bruciava nel petto, le gioie e risate. Kim non chiedeva spiegazioni. Stava vicina e bastava.
Con lei non era mai stata sola davvero.
Adesso quei bottoni erano opachi.
Ciechi. Quasi sedici anni, il pelo ancora morbido, il respiro più lento e più faticoso. Stava male — non in modo improvviso, ma in quel modo lungo e inesorabile che è quasi peggio, perché ti dà il tempo di capire e non ti dà il tempo di accettare.
Giulia lo sapeva. Lo sapeva ogni mattina quando Kim la cercava senza vederla, ma la annusava, ma la sentiva, ma ci era ancora.
Ancora. Quella parola con il bordo tagliente.
Quella sera era seduta sul pavimento della cucina, schiena al muro. Kim le stava accanto, il muso bianco appoggiato sulla sua coscia, quegli occhi spenti che guardavano senza vedere eppure erano pieni — pieni di qualcosa che non aveva bisogno della luce per esistere.
Giulia le accarezzava le orecchie con un gesto antico, automatico. Quindici anni di quel gesto. Tutta la sua adolescenza dentro quel gesto. Ogni dolore che non aveva saputo dire ad alta voce, ogni felicità che non aveva avuto bisogno di spiegare.
Non riusciva a vedersi nel futuro. Ogni volta che ci provava incontrava quel punto buio — il momento che sarebbe arrivato e l’avrebbe disintegrata — e lì si bloccava. Si aggrappava a Kim. Lo sapeva. E proprio per questo il mondo le crollava addosso ogni giorno un po’ di più — perché aggrapparsi a qualcosa che sta per andarsene non è tenerla, è solo cadere insieme più lentamente.
La sua compagna si era seduta accanto a lei senza fare rumore. Spalla contro spalla. Non aveva chiesto niente.
Dopo un po’ aveva detto, piano:
Giulia non aveva risposto. Aveva abbassato la testa sul pelo bianco, aveva sentito il calore antico e familiare — quell’odore che conosceva da quando aveva tredici anni, quell’odore che era casa — il respiro lento che ancora andava e veniva.
Kim aveva socchiuso gli occhi, guardato in giro. Solo un po’. Come per dire ti sento, ci sono, sono qui.
Giulia non era guarita quella notte.
Ma si ricordò di quel novembre lontano — di una bambina con una mano piccola, di un peso caldo e morbido che ci stava dentro tutto. Di come non aveva avuto bisogno di decidere niente.
Era casa dal primo momento, pensò. Lo è ancora.
Giulia non sapeva come sarebbe stato il dopo.
Non riusciva a vederlo, non ci provava nemmeno. C’era solo buio oltre un certo punto, e aveva smesso di fissarlo.
Ma sapeva questo: il suo corpo voleva vivere. Non sempre lo sentiva come una scelta — a volte era solo inerzia, i giorni che scorrevano da soli. Eppure da qualche parte, sotto tutto, c’era qualcosa di reale. La sua compagna che si sedeva accanto a lei sul pavimento senza fare domande. Sua madre. Suo fratello. Pezzi di mondo che la tenevano ancorata anche quando lei non ci riusciva da sola.