"Che cos'era bestiale, se la bestia era in noi come il dio?" A pronunciare la frase è il centauro Chirone mentre conversa con Mercurio nei Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese. Il centauro ricorda con struggente nostalgia il tempo dei Titani, in cui non esisteva alcuna separazione tra umano, animale e divino. Come spiega Chirone stesso: "La montagna il cavallo la pianta la nube il torrente – tutti eravamo sotto il sole."
Divinità e animalità non sono poli opposti, ma due espressioni della stessa energia vitale che scorre nel mondo. Non è un caso che a pronunciare queste parole sia proprio Chirone. Il centauro, creatura ibrida metà uomo e metà cavallo, è l'incarnazione fisica e tangibile di questa perfetta sintesi perduta tra l'intelligenza e la forza istintuale della bestia. Con l'avvento degli dèi olimpici — che in Pavese rappresentano la ragione, le convenzioni sociali, ma anche l'inesorabile distacco dalla natura —questa unità si spezza per sempre.
Pavese, utilizzando il velo del mito, fa luce sulla vera tragedia dell’uomo moderno: la consapevolezza e l’alienazione. Nel momento in cui l'uomo si distacca dalla natura e inizia a giudicarsi attraverso la lente della ragione, inizia a percepire i propri istinti naturali come "bestiali", provandone vergogna. Ma i desideri più crudi, la fame di vita, non sono il frutto di una forza malvagia. Come dice Chirone, sono in noi "come il dio", ovvero hanno lo stesso identico diritto di esistere della nostra parte razionale. Scisso a metà, l’uomo moderno, è costretto a reprimere la sua natura istintuale per compiacere alle regole sociali, a rinchiudere “la bestia” in una gabbia interiore, a cercare di separarsene come un novello Jekyll che per mantenere la sua posizione di stimato medico separa chimicamente le sue due nature, dando vita a Mr. Hyde, essere deforme e malato in quanto represso e affamato da tutta la vita. La sua tragedia è credere invano di poter isolare e controllare quell'istinto. La stessa dinamica si ripete in modo viscerale nel personaggio Marvel di Bruce Banner, intelletto puro, scienziato brillante che passa la vita a reprimere la sua rabbia per apparire pacato. È l'incarnazione del Super-Io che non si concede mai di "sentire" veramente. L'incidente con i raggi gamma non crea Hulk dal nulla; distrugge semplicemente la gabbia in cui Banner lo aveva rinchiuso. Hulk è la personificazione dell'Es freudiano: è forza primordiale, reazione istintiva al dolore. Il conflitto tra Banner e Hulk è l'esasperazione moderna della frase di Pavese. Banner odia Hulk, lo teme, cerca di "curarsi" da lui. Ma Hulk gli salva costantemente la vita. Solo quando Banner accetta di integrare Hulk l'individuo trova finalmente la pace, ricreando quell'armonia da centauro: l'intelligenza del dio nel corpo della bestia.











