Oggi sono andata al supermercato. Niente di speciale insomma, avevo comperato delle pile sbagliate e sono abdata a cambiarle.
Davanti a me diverse persone con i carrelli, ma io sono troppo timida anche per chiedere di passare “perché devo cambiare una cosa sola” quindi, purtroppo o per fortuna ancora non l’ho capito, mi sono messa in fila, buona buona ad aspettare.
Davanti a me una famiglia: padre, madre e figlioletto. I bambini sono meravigliosi e l’unica gioia del mondo, quindi sorrido al figlioletto che risponde con un sorriso molto timido e abbraccia poi il papà.
Cari lettori, non lasciatevi ingannare dalla banalità di ciò che vi racconto perché si sa, la parte avvincente di una storia si raggiunge dopo un minimo di preambolo.
Dunque, dicevo che il bambino batuffolo di ingenuità e zucchero filato mi sorride e timido abbracciai il suo papà, chiedendogli di scendere dal carrello.
Il bambino scende dal carrello e diventa perfetto attore di sé stesso cercando di apparire grande, dicendo ad alta voce: “Lo porto io il carrello, lo porto io, sono grande lo porto io”. Allora si gira piano piano e controlla se sono effettivamente rimasta impressionata dal suo essere grande. Gli sorrido e si rigira furtivo, sempre timido ma sicuramente non privo di una certa sicurezza di sé, avrà avuto massimo cinque anni.
Ed ecco che ci avviciniamo alla tragedia, al cuore spezzato e le lacrime.
Il bambino chiede alla madre se una volta a casa mangeranno: “Mamma ma a casa mangiamo? Ma a casa mangiamo? Mamma? Mamma a casa mangiamo? Mamma?”, nessuna risposta.
“Mamma a casa mangiamo? Mamma? Mangiamo quando siamo a casa?”, la madre guarda altrove e finge che il figlio non esista, finché non sbuffa e continua a non rispondergli. Vi chiederete: e il padre? Ebbene, il padre gli risponde quasi tutte le volte: “Si, mangiamo quando torniamo a casa. Si mangiamo. Si per cena. Si si si”, ma il bambino, in cerca della voce materna, continua.
Per quanto possa apparire un quadretto molto triste già così, questo non è ciò che ha fatto si che il mio cuore si spezzasse.
Il bambino si arrende, si lascia distrarre solo nel momento in cui la madre nota dei vestiti di carnevale. I vestiti sono divisi su due scaffali diversi: lo scaffale in alto: vestiti da maschietto; scaffale in basso: vestiti da femminuccia.
La madre li guarda uno per uno e sorridente, chissà come e perché, si gira verso il padre: “Carino questo da poliziotto?”, nessuna risposta dal padre, solo un sorrisetto buttato lì. L’osservazione della madre, tanto cercata qualche secondo prima, passa del tutto inosservata al bambino, che intento ad ammirare con occhi lucenti i vestiti dello scaffale di sotto, parla tra sé e sé: “principeeeeesaa, roooosaa, beeeeelloo, biancaneeeve”, non sono impazzita, di fatto si appoggiava su tutte le vocali e lasciava cadere la mascella. Ecco che l’attenzione della madre per suo figlio riaffiora miracolosamente, tanto da farle sgranare gli occhi e intonare con voce decisa e inorridita: "Ma cosa li guardi a fffareeeee”.
Il bambino raggiunge la sua famiglia, che ormai era il loro turno alla cassa.
La raggiunge in silenzio.