La sepoltura dei morti - La morte come rituale di passaggio
Gli umani non sono l'unica specie a seppellire i propri morti; la pratica è stata osservata negli scimpanzé, negli elefanti e persino nei cani.
La sepoltura è un rituale di chiusura. Un percorso di consacrazione della Vita, per il quale si conferisce un certo valore alla vita che non è più e alla vita che è ancora, per essere in grado di superare, oltrepassare. Questa proiezione del superamento scandisce un momento importante nella comprensione della vita stessa, che è movimento e trasformazione. Dischiudere la morte, significa capire profondamente la vita.
Oggi, è vero, si è sempre meno capaci di chiudere; e persino la percezione, che salta da una sensazione all'altra non ne è in grado. Senza la negatività di una chiusura si giunge a un'addizione e a un accumulo infiniti dell'Eguale, rendendo tutto provvisorio e incompleto. Essere in grado di chiudere significa anche dare il giusto senso alle cose, senza rischiare una perdita di identità nell'infinito processo di accumulazione.
Bisogna morire, bisogna tramontare, bisogna crepuscolare, per poter rinascere. Bisogna trovare la forza di affrontare la morte: per vivere bisogna essere disposti a morire.
«Laggiù è l'isola dei sepolcri, la silenziosa; laggiù sono anche gli avelli della mia giovinezza. Là voglio portare una corona sempreverde della vita».
Con questa decisione nel cuore attraversai il mare.
(Friedrich Nietzsche. Così parlò Zarathustra, Un libro per tutti e per nessuno. Milano, Adelphi, 1976.)
Nella paura della morte, nella paura del movimento e della danza, nella paura della trasformazione non dimora la vita, ma solo una forma di sopravvivenza. È la presenza della morte che innesca la vita autentica, che spinge la nave in mare aperto, verso l'ignoto. La morte va portata dentro la vita per andare verso il senso più profondo delle cose, verso la trasformazione, verso la trasformazione nell'Altro. Dove ci sono sepolcri ci sono risurrezioni. Bisogna avere la forza di danzare tra i sepolcri. La danza è un'atto di rottura e chiusura: serve avere delle buone scarpe da ballo per fare una rivoluzione, poiché la rivoluzione arriverà danzando, proprio nei luoghi dove dimora la morte.
Da qui voglio ricominciare.
(Un film bomba sul tema, che consiglio vivamente di recuperare: Gaspar Noé, Enter the void, 2009, Francia, Germania, Italia, Canada, 154' min)
La cosa incredibile del tatuaggio è che fissa l'essere in un punto, raccontando l'anima e la storia. È un canto che, al di là dell'ego dell'esecutore, delinea un percorso del riconoscimento, attraversato in due. Così che anche nel tatuaggio a mano diventa un duplice riconoscimento, e si confonde con il respiro e va a passo d'uomo e dischiude una bellezza che non tutti riescono a comprendere. Il riconoscimento, un conoscere se stessi nuovamente - là dove non si pensava di essere, o di narrare - permette di fluire e divenire nel momento. Il fiore reciso vive nel momento. Dimora interamente nel presente, senza curarsi del prima e del dopo. Diventa interamente Tempo, senza opporsi a esso. Con questi frammenti ho puntellato le mie rovine.
Provided to YouTube by AltafonteNi Toda la Tierra Entera · Isabel ParraSaludos a Todos℗ 2019 Isabel ParraReleased on: 2019-04-12Composer: Isabel ParraLyricis...
Si era posato nel tramonto, in quel momento di verità della sua vita, perché per nessuno, come per uno spiaggiatore, il tramonto sembra cadere ogni volta non solo sul giorno breve di ore, ma su quello lungo della vita. E per lo spiaggiatore dev’essere ogni volta come trovarsi in punto di morte e ricordarsi del tempo vissuto, a rivedere tutta la propria vita, come se il mare gliela rovesci, ondata su ondata, lì davanti, sulla riva, anni e anni, fra scoppi di spume che durano attimi. E non ha con chi parlarne e dev’essere questo il morire dello spiaggiatore: cancellato dal mondo come le sue impronte di piede su cui sbava il mare, sperso per l’eternità nel silenzio tonante del mare. E quando, per avventura, gli capita di abboccarsi, proprio a quell’ora, con qualcuno, un marinaio per esempio, lo spiaggiatore parla, parla della sua vita vissuta e di quella anche non vissuta, non solo del vistocogliocchi reale, ma anche di quello immaginato: per intrigliarsi con quella vita che non visse, arriva a fare carte false, inventa deisse e incantesimi, diventa menzognaro; è vecchio e sfantasìa di cose che non conobbe mai, come un muccuso di cose che non conobbe ancora, si fa insomma furfantello di una vita che non visse, come si fa furfantello di una morte che ancora non morì.
(Stefano D’Arrigo, Horcynus Orca (1975), Rizzoli, Milano 2003)
La nuda parola, la profonda e inquieta forma, il fluire turbinoso della più intensa bellezza e la permanenza del classico e del monumentale: Horcynus Orca è forse uno dei romanzi più rappresentativi del pensiero del Novecento, un poema epico – moderno – affascinante e vorticoso.
Il corpus dell’intreccio si sviluppa complessissimo in un oceano di parole e sensazioni, accompagnate da un linguaggio innovativo e sperimentale.
È la lingua stessa, la parola, ad essere posta al centro dell’espressione poetica di D’Arrigo. Un nuovissimo tessuto linguistico ed espressivo, che prende forma e si addensa in tutta l’opera attraverso un’operazione meravigliosa di armonizzazione di più lingue. Il lettore, in un romanzo che racconta vicende di mare e di morte, si ritrova a navigare fra le parole “vive” di una neo-lingua che ha radici filosofiche, composta dall’intonazione del dialetto siciliano con l’italiano comune e con quello letterario e colto.
Queste strutture linguistiche non collidono fra loro, il testo è una perfetta armonia delle parti, un “tutt’uno” denso e autosufficiente: le parole sono private della forma e divengono materia, realtà concreta e visibile, marasma sensoriale. Sull’estetica del linguaggio D’Arrigo stesso fornisce dettagli illuminanti in un’intervista rilasciata nel 1985:
«Ho costantemente cercato di fare coincidere i fatti narrati con l’espressione, la scrittura con l’occhio e con l’orecchio, rifiutando qualunque modulo che mi apparisse parziale, astratto o intuitivo, cioè non completo e assoluto. Non ho rinunciato a nessun materiale linguistico disponibile perché sono partito dall’obiettiva sicurezza che i luoghi della mia narrazione – luoghi topografici ma soprattutto luoghi del testo – restino un fondamentale punto d’incontro e filtraggio delle lingue del mondo. Naturalmente, ogni volta che ho adoperato neologismi o semantiche inedite mi sono preoccupato di fornire immediatamente il corrispettivo metaforico, di scrivere, riscrivere, rifondare il periodo e ‘mirare’ il vocabolo finché non giudicavo d’avere raggiunto l’espressione completa: fino al momento in cui guadagnavo la certezza che il risultato ottenuto fosse quello giusto e definitivo, che la totalità lessicale, sintattica e semantica fosse realizzata, che, sulla pagina finita, la scrittura ‘parlasse’».
La dilatazione del flusso narrativo può disorientare il lettore, che in questa piacevolissima navigazione, si ritrova improvvisamente immerso in un oceano oscuro, spesso insolcabile, anche a causa della particolare struttura “topografica” dell’opera.
Non vi è una scansione in capitoli, la narrazione è un unicum quasi indivisibile in tutte le sue 1080 pagine. Il racconto apre il sipario sulle condizioni universali dell’animo umano, il mare diviene scenario di vita, sostanza e forma al tempo stesso, un vorticare eterno e intensissimo di sensazioni, una seminale storia d’amore, di guerra, di morte, di catarsi e perdizione. Nei luoghi più bui e luminosi della materia umana il lettore non si ritrova a vivere una semplice lettura del testo, ma, nel momento in cui ha di fronte l’opera, partecipa attivamente agli eventi, annulla la propria identità fino a configurarsi egli stesso come materia raccontata. Dagli abissi cupi e sanguigni dei flussi di coscienza, alle descrizioni meravigliose e poetiche, Horcynus Orca si impone con insuperabile e quieta grandezza come un vero e proprio epos moderno; e come uno dei più straordinari romanzi mai scritti. La grandezza di Stefano D’Arrigo, che nel lavoro di una vita ha regalato al pensiero umano un’opera di tale valore, non può che sorprendere e lasciare senza fiato.
E rimetti a noi i nostri dati. L'autodigestione della cosa umana immersa negli algoritmi
Touch, touch
I remember touch
(DAFT PUNK, Touch, Random Access Memories, 2013)
Eccomi tornato. Ero solo andato a comprare le sigarette.
In questi anni è successo di tutto: ho viaggiato, perduto moltissimo, amato, come mai prima nella mia vita, subito molte violenze, capito che la vita che mi appartiene veleggia in direzioni tutte loro, non sempre comprensibili, amato, amato e ancora amato, nel meccanismo stellare della notte, nel buio delle finestre del cranio, ho lottato e ho provato a tatuare anche l'anima.
Le ricerche sui segni tribali, stanno giungendo a un buon punto. Ieri ho scoperto una certa continuità nella rappresentazione tra uno dei segni più antichi, che ha come significato "figura umana" e quello che significa, nelle lingue-figurative di Puglia, incise nel tufo o in attestazioni più tarde sui trulli, "preghiera che dalla terra e dagli inferi si eleva al cielo". L'uomo, d'altronde, vive una costante tensione tra due grandi abissi:
Noi siamo nature vaste, karamazoviane, […] capaci di riunire in sé tutti i contrasti possibili e di contemplare contemporaneamente tutti e due gli abissi, l’abisso che è al di sopra di noi, cioè quello dei supremi ideali, e l’abisso che è sotto di noi, cioè quello della più abietta e più fetida degradazione.
(F. Dostoevskij, I fratelli Karamazov, GARZANTI)
Ma al di là di tutto, anche se ho quasi rischiato burnout, sono contento di aver deciso di continuare a condividere e di essermi riappropriato di questo strumento, che va a passo d'uomo. Qui ci si può prendere il lusso di fermarsi a pensare, e con calma scrivere qualcosa.
Il problema non è più quello di fare in modo che la gente si esprima, ma di procurare loro degli interstizi di solitudine e di silenzio a partire dai quali avranno finalmente qualcosa da dire. Le forze della repressione non impediscono alla gente di esprimersi, al contrario la costringono a esprimersi. Dolcezza di non aver nulla da dire: è questa la condizione perché si formi qualcosa di raro o di rarefatto che meriti, per poco che sia, di essere detto.
(G. Deleuze, Gli intercessori, in "Pourparler")
FRAMMENTI DEL MESE:
1) E anche la violenza subita, nera, travestita da necessità inventata, da scopo che ti sei tirato su fin nel cervello, fin nel tuo ideale tradito e nel male inflitto agli altri con così lacerante innocenza. Anche la violenza diventerà dato. In pasto alle tue architetture in rovina. Nel grande apparato digerente, che tutto inghiotte. La cosa e il suo opposto.
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2) Atarassia Gröp, La preghiera dei banditi, Non si può fermare il vento, 2006, Kob Records:
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3) Schegge di sonno, cunei,
conficcati nel nulla:
noi restiamo gli stessi,
la stella rotonda che
punta-intorno
è d’accordo con noi.
Paul Celan da Die Gedichte aus dem Nachlaß (Poesie inedite, 1948-1969)
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4) L’io come progetto, che crede di essersi liberato da obblighi esterni e costrizioni imposte da altri, si sottomette ora a obblighi interiori e a costrizioni autoimposte, forzandosi alla prestazione e all’ottimizzazione. Viviamo una fase storica particolare, in cui la stessa libertà genera costrizioni. La libertà di potere (Können) produce persino piú vincoli del dovere (Sollen) disciplinare, che esprime obblighi e divieti. Il dovere ha un limite: il potere, invece, non ne ha. Perciò, la costrizione che deriva dal potere è illimitata e con ciò ci ritroviamo in una situazione paradossale. La libertà è, nei fatti, l’antagonista della costrizione, essere liberi significa essere liberi da costrizioni. Al momento, questa libertà – che dovrebbe essere il contrario della costrizione – genera essa stessa costrizioni. Disturbi psichici come depressione e burnout sono espressione di una profonda crisi della libertà: sono indicatori patologici del fatto che spesso oggi essa si rovescia in costrizione. Il soggetto di prestazione, che si crede libero, è in realtà un servo: è un servo assoluto nella misura in cui sfrutta se stesso senza un padrone. Nessun padrone lo fronteggia e lo costringe a lavorare. Il soggetto assolutizza la nuda vita e lavora. Nuda vita e lavoro sono le due facce di una stessa medaglia: la salute rappresenta l’ideale della nuda vita.
(Byung-Chul Han, Psicopolitica, Nottetempo)
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5) Yma Sumac, Tumpa:
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6) Pucho And The Latin Soul Brothers, Super Freak (1972)
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7) Igor, Hallelujah
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E poiché in questa società tutto deve diventare dato: in culo ai potenti!
Tra gli album che riemergono spesso, quasi con una cadenza che scandisce la psicopatologia, c'è sicuramente Schwingungen, il secondo album in studio del gruppo tedesco Ash Ra Tempel, pubblicato dalla Ohr nel 1971. Un disco che contiene e racconta tutto l'universo, ovvero: la catatonia elettrica, intergalattica, dell'Io che sintetizza, sublima, imita il cosmo¹ - che è sempre ordine - e che scandisce e ripiega il divenire nel tempo.
Dal blues interglattico Look At Your Sun, passando per i sussurri elettronici, quasi punk (ma è presto, ci vorrà ancora qualche anno) di Flowers Must Die, per conlcudere con il trionfo della kosmische musik di Suche & Liebe, una delle composizioni musicali più interessanti della storia della musica, seconda forse solo all'intero album, capolavoro di ispirazione quasi assoluta, che è Paranoid, degli amati Black Sabbath.
¹Cosmo /'k¿zmo/ s. m. [dal gr. kósmos, propr. "ordine", e "mondo, universo" in quanto ordine universale]