Bebe sapeva di legna bruciata, nicotina e alcool rancido, nonostante il profumo da poco che si spruzzava addosso tra un cliente e un altro. Teneva le banconote arrotolate nel fodero della borsetta e la notte che la portai a casa lasciò il fuoco acceso per qualche altra puttana.
Uno come me, che la conosceva con il suo vero nome, poteva solo offrirle lenzuola pulite, una doccia calda e una buona colazione quando si sarebbe svegliata.
Quando Bebe è morta al suo funerale non c’era nemmeno sua madre, solo io e Don Andrea , che prima che se ne andasse l’aveva unta e comunicata.
Ogni volta che Bebe balla come un ectoplasma fra le volute di fumo della mia sigaretta, so che non scrivo per piacere a tutti i costi.
Non sono dolce o buono da amare, ma spigoloso da far imprecare.
Scrivo per servirvi nostalgia giĂ masticata, malinconie mal digerite, la mia cinica pervicacia.
Sono idolatra di nostra Signora Provocazione, mi nutro dell’altrui sbigottirsi, dell’indecente e segreta eccitazione, dell’inconfessabile, delle maldicenze.
Ogni volta che immagino Bebe lì china a scaldarsi le mani davanti al falò, mi irritano i sentimentali, quelli che sorridono sempre, quelli troppo belli, quelli troppo spocchiosi quelli che – con una come Bebe – magari ci vanno, ma non le chiedono nemmeno il suo nome.
Ecco cosa divento, se ripenso a Bebe.