Quando sparsero le ceneri del Rais sullo specchio d’acqua cristallina davanti alla tonnara, le nuvole coprirono a lungo il sole. Lontano, dietro le montagne basse e rocciose, si sentì anche il rombo di un tuono. Pareva che da lì a breve sarebbe piovuto, ma dal cielo non venne giù nemmeno una goccia, quasi che le lacrime versate da Anna - e non solo da lei – fossero state già troppe e non ci fosse più acqua da sprecare.
Ci si sarebbe aspettato che qualche tonno passasse sul fondo a rendere onore al nemico, ma il mare era placido e rispecchiava il cielo plumbeo, quasi che il tempo volesse fermarsi riempiendosi solo di funereo silenzio.
Anna non volle salire sulla barca, restò in piedi sulla spiaggia con i piedi nudi ben piantati nella sabbia e guardava da lontano: indossava pantaloni larghi e leggeri e una camicia che le stava troppo larga e che non c’entrava niente, ma che era stata di Jachinu: per tutti il Rais.
Al funerale c’era andata vestita di nero, ma da lì in poi non avrebbe tenuto il lutto e molti in paese avrebbero avuto da sparlare, ma suo marito “o su sciatu” non avrebbe voluto, e lei lo sapeva e lo avrebbe anche questa volta accontentato.
La sera che le diedero la notizia non aveva pianto e non si era disperata, semplicemente aveva svuotato la tinozza che utilizzava per lavarlo quando tornava da pesca, aveva disfatto la tavola già apparecchiata, poi aveva recuperato qualche vestito pulito ed era andata rassegnata in una sala del piccolo posto di soccorso, dove posavano i corpi freddi in attesa.
Non aveva voluto che nessun beccamorto se ne occupasse, prese le spugne e il sapone e fece da se, lavando dalla salsedine la pelle bruna e dura come il cuoio di Jachinu, sbrogliandogli i riccioli e rivestendolo con qualcosa di pulito e dignitoso.
Sapeva che sarebbe stata l’ultima volta e lo fece con cura, prendendosela con calma e senza pregare, fu lei a dargli l’estrema unzione, cospargendogli i muscoli d’olio alle mandorle, come faceva sempre prima di fare l’amore.
In quella lunga cerimonia rivisse tutti i ricordi: quando erano scappati insieme, la loro prima notte e il matrimonio riparatore, e poi gli anni successivi, le sue lunghe attese, e quella tinozza dove lei lo lavava tornato dal mare, la camera da letto che odorava di liquirizia e di gelsomino e tutte le volte che si erano donati l’uno all’altra, prima con eccessiva ingordigia, negli ultimi anni con una dolcezza che nessuno avrebbe mai immaginato.
Quando lo aveva conosciuto non era ancora il Rais, tra i giovani era certo il più capace, ma a lui spettava il compito di portare il pescato a don Salvatore che in parte se lo rivendeva e in parte lo cucinava nella taverna che, d’estate, era affollata dai primi turisti che avevano scoperto l’isola. Quando don Salvatore aveva visto le occhiate che Jachinu scambiava con sua figlia Anna, ne era stato subito contrariato, così avevano pensato di fare una bella fuitina, rifugiandosi in montagna da commare Anselma, levatrice e fattucchiera, prostituta a tempo perso, che i giovani amanti li accoglieva proprio tutti.
Di lì a poco Anna e Jachinu si erano maritati, andando a vivere in una casetta vicino alla tonnara: così Jachinu era ritornato ad andare per mare e Anna aveva ripreso a gestire la pescheria e la taverna di famiglia. Di figli non erano arrivati, ma si occupavano l’uno dell’altra senza riserve, quasi a compensare quella mancanza. Jachinu faceva trovare la colazione pronta Anna, quando prima dell’alba usciva da casa, lei invece lo aspettava la sera, per accudirlo come un picciriddu, anche se ora era diventato per tutti il Rais.
Di tentazioni ce ne erano state, sia per Jachiunu quando d’estate le belle turiste del nord se lo mangiavano con gli occhi, sia per Anna che aveva i seni prosperosi e un bel sedere, tanto che quando passava si giravano tutti, ma le avevano superate e ci scherzavano sopra la notte, quando prima di fare l’amore in ogni maniera lei gli ungeva la pelle abbronzata.
Quando Anna gli strinse la cravatta nera guardò soddisfatta suo marito per l’ultima volta, baciò quelle labbra fredde senza più sciatu e se ne andò senza passare nemmeno dalla chiesa, che suo marito i padrini proprio non li sopportava.
Al funerale c’erano tutti a salutare il Rais, come nella canzone di quel cantante del nord, c’era anche commare Anselma, che quei due li aveva benedetti come fosse la vergine Maria.