Ho avuto una nonna sola, Anna. Bella come una regina con i suoi occhi verdi illuminati dall'oro. Tra tante cose, mi ha insegnato anche il culto dei morti. Nella sua casa in campagna, tra gli ulivi e i corbezzoli, aveva una nicchia vicino alla cucina in cui teneva le foto dei suoi genitori, dei suoi parenti e dei suoi amici che erano morti, gli portava dei fiori che coglieva dal suo giardino, ci parlava. Quando mi raccontava storie me li mostrava. Da bambina mi spaventava un po' questo rito, pensavo a che cosa violenta fosse una foto. T'immortalano in un momento qualsiasi della tua vita e poi per sempre sarai quell'immagine che non hai scelto. Con il tempo ho capito che era il suo modo di tenere il suo mondo con sé, di non far vincere la paura, di portare i morti nei discorsi dei vivi. Mia nonna Anna è morta a cent'anni nel suo letto di ciliegio, circondata dai suoi affetti e non prima di aver raccontato decine di storie, non solo alle sue figlie e ai suoi nipoti. Ha avuto una vita avventurosa, anche se non si è mai mossa dal paese in cui è nata. Ogni volta che penso a lei e a mio nonno Teodosio mi viene in mente una frase di Hikmet che dice "A settant'anni, ad esempio, pianterai degli ulivi non perché restino ai tuoi figli, ma perché non crederai alla morte pur temendola". Per questo mi sta devastando la notizia di questi anziani che muoiono da soli, nelle case di riposo. Senza che ci sia nessun controllo, cura e attenzione per questi luoghi. https://ift.tt/2UHgwYc











