Quando ero bambina
le mie fantasie sono cresciute libere
come l'edera del cascinale,
l'edera dell'ormai vuoto
cascinale in cui ho vissuto.
E mentre l'edera divorava
mattoni e mattoni rossi,
rigogliosa,
sono spuntate sulla mia schiena
due agili ali.
E io potevo volare,
così come mi accadeva in sogno,
potevo volare sopra i boschi di acacia
con le rondini di marzo,
e il quieto silenzio del muschio
sui muri stanchi
mi era compagno.
Volavo, e coglievo la mela selvatica
aspra e generosa,
e facevo saltare i grilli
e carezzavo i campi di grano.
Ali forti,
che mi portavano sulle alte nubi del tramonto,
dove aspettavo nella quiete
l'arrivo della sera.
Lì esistevo.
Mai mi sono sentita sola.
Ma ora, com'è difficile camminare
con delle grandi ali,
come pesano,
sono scomode sui sedili del treno.
Le trascino,
e i piedi delle strade affollate
ne conoscono la morbidezza.
Stringo i denti e dimentico,
confondendole col peso dei giorni,
mi lascio portare,
arresa alla fatica che ormai costa
volerle dispiegare.
Eppure
ancora conservo, segreta,
nel cuore
la lontana promessa
di una terra natale.















