Qual è il posto delle donne sui muri delle nostre città?
Voglio dire, al giorno d'oggi i diritti galoppano ed emancipazione sociale e culturale sono il pane quotidiano su cui noi, Western People of Mondo Ricco, affondiamo i nostri aguzzi, avidi, incapsulatissimi dentini.
Se pensiamo in valore assoluto al peso che avevano le donne cinquant'anni fa e lo compariamo con quello di oggi, possiamo ammettere che – almeno da un punto di vista giuridico – un avanzamento ci sia stato.
Ma questo progresso formale, si è realizzato poi anche nel quotidiano, nello spazio concreto delle nostre adrenaliniche esistenze?
Insomma, la pari dignità della donna rientra a pieno titolo nel comune sentire dei nostri frenetici lifestyle?
Il modo migliore per scoprirlo è senz'altro un attento scandaglio dei torbidissimi fondali del web, là dove uno può anche perdere sé stesso e il proprio lume - senza tanto stare a faticare, anche.
Oppure piazzarsi sul divano ed accendersi Rai Uno... ma questa ormai è storia vecchia. (Commozione).
Quello che io propongo è invece un rapido giro dei muri della propria città, una sorta di Grand Tour del mattone... perché credo sia un sistema più autentico per scoprire la verità su una questione già molto dibattuta, è vero, ma ancora scarsamente avvertita come urgente.
Il muro è più autentico – per me – di internet e televisione, per due ordini di ragioni che poi forse sono la stessa:
il web, essendo partecipato da miliardi di persone potenziali, crea dinamiche di emulazione molto potenti e dunque tende a distorcere i comportamenti, enfatizzandoli e caricandoli d'aggressività (mi pare che Max Weber parlasse in questi termini dei comizi nelle piazze, quando c'era Lui...).
La televisione crea un filtro potente tra chi la fa e chi la osserva e manca in ogni caso di sincerità. Con buona pace di Alessia Marcuzzi e compagnia danzante.
Passando dalle parti di Piazza Spalato (oggi Insurrezione) un primo spunto ci viene incontro ammiccando dalla littoria, maschissima colonna del lato INPS.
Molto bitch-friendly la scrittina glitter tatuata nella vicina Galleria Borromeo.
Assumiamo dunque che il genere d'offesa che si rivolge abitualmente a una donna sia di natura sessuale.
Se si vuole offendere un uomo ci si attacca di più alla sfera intellettuale: gli si dà della testa di cazzo, del coglione, del merdaccia, magari.
Unica eccezione rilevante è “frocio”, seguito dalle sfumature dialettiche di “finocchio” e “rottinculo”, ma anche qui c'è un'origine femminil-sexuale nell'accusa, perché nell'immaginario collettivo il “ricchione” lo piglia, certo non lo dà.
Per quanto riguarda i graffiti, invece, troviamo alcuni esempi carini sparsi tra centro e prima Arcella.
C'è quest'opera di un'artista del Collettivo Jeos di cui ora mi sfugge il nome, in via Tunisia (zona Pedro)... che celebra la bellezza della donna anche nell'età critica della post-menopausa.
C'è questa figura di donna molto elegante (via Altinate) e completamente estranea a dinamiche sessuali...
C'è questo masterpiece di C 215, che magari uno lo sente per la prima volta, ma che è un bomber vero del graffitismo di strada...
e che di passaggio a Padova (quando? perché?) bomboletta questa donna che per emancipazione, consapevolezza, austerità (non per bellezza né pregio, certo) ricorda La Fortezza del Botticelli. (Siamo verso il Ponte di Ferro).
Ma forse allora quelle scritte brutte brutte e infamanti infamanti di prima erano solo un caso – pensi – une estemporaneo revival di tempi bui, sì, ma ormai superati.
Forse l'emancipazione formale, legale, pansessuale della nostra societas viene avvertita dai più, da una maggioranza silenziosa ma disegnante che non si riattiva solamente l'otto marzo, ma vigila continuamente sul corretto svolgersi both di tempo e di diritti, insieme.
Forse ci siamo, sì, forse ci siamo davvero – ti dici.
Poi passi in via Vescovado e fuori da un bar trovi questo.