rimettere piede in quella casa era un po' come avventurarsi nel labirinto del Minotauro, ogni cosa perdeva il suo spessore, la sua importanza, dissolvendosi in una coltre di ricordi e rimpianti. ho approfittato del termine delle vacanze invernali per recuperare le mie ultime cose: foto lasciate sulla scrivania, le mie coperte preferite. Percorro con le dita gli scaffali ricolmi di vecchi libri e quella collezione di robot che da piccolo trattavo come fossero oro. Mi lascio andare ad un lieve sospiro prima di chiudere definitivamente la porta in legno della mia stanza e dirigermi verso il piano di sotto sebbene i movimenti siano bruscamente interrotti da un suono così familiare da farmi fremere tutta la spina dorsale in un brivido che mi raffredda persino il cuore. Con una certa esitazione scendo gli ultimi gradini fino a raggiungere il soggiorno dove, vicino al camino, riposa il mio pianoforte bianco, rimasto intoccato fino ad ora. Gli occhi, spontaneamente, si strabuzzano nel vedere la figura di mio padre seduto su quel pianoforte intento a suonare quella ninna nanna che mia madre mi cantava sempre da piccolo. E' un suono dolce, delicato ed incredibilmente lento. Nonostante quell'incredibile dolcezza, sotto quelle note, riesco a percepire un velo di m a l i n c o n i a che mi blocca il respiro insieme alle parole che rimangono incastrate in gola. Lui non mi guarda, non si è accorto della mia presenza. Lo sguardo nero, che è il mio sguardo, è inchiodato sulla tastiera. Nessun sentimento traspare da quegli abissi, nessun senso di sconforto, rabbia o tristezza. L'unico segno di vita è visibile solo nelle labbra sottili curvate verso il basso in quella smorfia di disapprovazione che ormai ho imparato a considerare una costante in quel viso invecchiato ed indurito dal tempo e dalla vita. Mi ritrovo completamente assorto da quella melodia, probabilmente è per questo che non mi accorgo delle mani di mia madre toccarmi con delicatezza il braccio. Punto lo sguardo spaesato verso di lei non potendo fare a meno di riporre tutte le domande che non riesco a dire in quello sguardo. Lei sembra capire perché annuisce prima di trascinarmi verso la cucina nel più silenzioso dei movimenti. «come mai così sorpreso? non penserai certo che tutto il talento tuo e di tuo fratello venga da me» dice quelle parole con una tale leggerezza da costringermi ad alzare lo sguardo su di lei. non so quando sia successo esattamente ma mi ritrovo seduto al tavolo della cucina, in sottofondo la ninna nanna ed il rumore di mia madre che inizia a preparare il the. Non rispondo, continuo a guardarla con quello sguardo interrogativo aspettandomi una di quelle mille storie che da bambino mi raccontava sempre. «Ti ricordi quel cassetto? Quello con il doppio fondo nella nostra stanza. Non scherzavo quando ti dicevo che li dentro c'erano i sogni di tuo padre» la sento ridacchiare mentre con quei suoi movimenti evanescenti si siede di fronte a me. I gomiti poggiati sul tavolo ed il mento fra le mani. Il viso dolce e gentile dritto di fronte a me, quasi volesse tranquillizzarmi con quello sguardo. «Quando rimasi incinta di tuo fratello io e tuo padre eravamo troppo giovani, troppo ingenui per curarci di una nuova vita. Volevamo essere musicisti, girare il mondo e vedere ogni cosa. Il sogno di tuo padre era quello di diventare un grande compositore conosciuto sia nel mondo babbano che magico. Ma fummo incoscienti e quel sogno ci sfuggì dalle mani prima che potessimo rendercene conto» la sento sospirare con nostalgia mentre un piccolo sorriso le tinge le labbra sottili, quasi stesse rivivendo quei tempi. «i tuoi nonni ci costrinsero a sposarci e lui dovette rinunciare a tutti i suoi sogni per poter mantenere la sua nuova famiglia. Tuo nonno riuscì a farlo studiare e lavorare al San Mungo arrivando fino a dove è ora. Vi ha costretto ad imparare a suonare degli strumenti un po' per capriccio, perché voleva vedere in voi tutto quello che lui non ha mai potuto avere ed un po' per fiducia perché sperava di avere qualcosa di così profondo che vi unisse a lui. Immagino che i modi, però, siano stati terribilmente sbagliati» si lascia sfuggire una seconda risatina cristallina e spensierata. quasi si sentisse svuotata da un peso troppo grande che non riusciva più a reggere. Continuo a fissarla senza dire nulla mentre la vedo togliersi una catenina dal collo con una chiave come pendente. Non mi dice nulla, me la porge soltanto quasi si aspettasse che io sappia già cosa farci. Non sono sicuro ma provo comunque. Cullato dalla ninna nanna salgo di nuovo al piano superiore, questa volta non mi fermo di fronte alla mia stanza ma piuttosto vado avanti fino alla stanza dei miei, puntando verso il famoso comodino con il doppio fondo. Ho provato così tante volte ad aprirlo che il sentire scattare la serratura mi provoca un piccolo gemito di sorpresa. Le dita, tremanti, alzano il piccolo ripiano in legno rivelando quei sogni ormai perduti.











