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@iamontiptoe
This is how constellation appear in our sky.
Blurred boyfriend.
Castelvecchio view from ponte della vittoria. Verona.
Ponte Pietra under the moon.
Bologna
Cammino fra le strade di questa città che vorrei definire casa.
Invidio tutti che quelli che, oramai, sono assuefatti dai colonnati ricolmi di graffiti e dagli archi con le vecchie giallognole luci.
Per me è tutto nuovo, eppure così familiare. Come se fossi già stato qui. Una vita o due fa. O in una ancora da vivere.
Sto contemplando il susseguirsi di volte.
Fisso questi componimenti fino a vedere sfocato.
Sono qui da secondi, minuti, ore… Non ne ho idea.
Le linee curve che li compongono cominciano a sfaldarsi sotto i miei occhi e assumono forma nuova. Ciò che era armonicamente arco ora è teso, dritto. Ciò che era retta ora è arco, onda, profilo di mattoni impilati casualmente.
Il colore è mutato.
Pare abbia tentato di lasciare la sua sede dimenticando qualche dettaglio.
Tutto è in toni di grigio, eccetto quel verde di graffito sulla colonna. O quel giallo di macchia nell’angolo che ora è punto focale dell’immagine che mi si presenta, e non più dettaglio trascurato.
Nulla è rimasto com’era. Ora compone la nuova dimensione che mi si profila e crea senza sosta dinnanzi. Una nuova realtà che mi avvolge e mi circonda.
Sono onirico, in questo denso spazio di insensate forme.
Scale sbagliate, di gradini ineguali, che scendono dal soffitto e mi attraversano nella loro creazione. Mi appoggio una mano al petto aspettandomi dolore, ma sono di sogno, impalpabile.
Le luci giallognole, che prima trovavano sede sotto le arcate ed illuminavano gli stretti vicoli, ora non sono che cupi globi galleggianti. Tentano invano di portare luce che, però, ha perso la capacità di illuminare con la perdita del colore. Grigio pallore che ricopre cose grigie.
Un’informe cancellata d’un verde foresta mi passa sopra la testa e si fonde con un muro di foglie da cui piovono neri, tetri fiori appassiti di gelsomino.
In un momento, i globi gocciolano grigio e riacquistano colore.
Le linee, che mi volteggiano, intorno riprendono forma d’arco, di colonna.
Tutto cola grigia neutralità, che va a formare il pavimento su cui poggio i piedi.
E da questo sgorgare di fluidi spuntano i toni aranciati degli intonaci, i rossicci e i bianchi sporchi delle piastrelle.
Ed io, di nuovo di carne, torno a poggiare i piedi sul mosaico di pietruzze su cui stavo prima. Sotto gli stessi portici, fra le stesse mura.
Le persone ricominciano a scorrermi intorno.
Guardo l’ora e scopro da quanto sono fermo qui.
Per quanto ho viaggiato fra il sogno (o l’incubo?) che la mia mente ha creato.
E se invece fosse questo il sogno?
Se invece l’ordine fosse lo sfaldarsi del disordine?
Se proprio qui, di fronte a me, oltre un’impalpabile parete, ci fosse qualcuno. Qualcuno come me, identico, ma esattamente come istanti fa. Se ci fossi io, che mi risveglio dal sogno d’una città in toni d’arancio e ritorno al mio familiare incolore.
Se potessi, per un attimo, allungare la mano ed attraversare questo immaginario muro. Prima con timore e poi, con sicurezza, infilarci anche la testa e guardare. Portare i miei occhi al di là dello specchio. Passare dall’altra parte e sentirmi a casa nella città del caos e non voler più tornare. Fare parte di multiformi sostanze, fare parte di un sogno che prende forma intorno a me.
E se davvero fosse possibile, abbandonare questo luogo che bramo, lo farei?
Voglio attraversare e chiedere al me parallelo di venire al posto mio, nel mio mondo di preoccupazioni colorate delle più imprevedibili emozioni.
Voglio passare e perdere la capacità di provare dolore. Essere impalpabile nel cuore, carne e mente.
Ma chi mi trattiene?
Muovo con decisione i primi passi verso l’oblio incolore.
E ce la faccio.
Sono di qua.
Mi ritrovo di fronte il mio riflesso stupito. Lo afferro e lo spingo con forza nel mio mondo. Richiudo l’uscita e mi godo la creazione di una cascata di cristalli di ghiaccio a qualche metro sopra la mia testa. Sembrano gocce di cristallo d’un lampadario dell’ottocento. Scivolano giù dalle rocce rigagnoli d’acqua, che volteggiano come bracci di metallo, per poi dividersi in grappoli iridescenti e sfaccettati. I legami si sfaldano e piovono su di me frammentandosi in milioni di granelli di sabbia soffice, tutto rigorosamente incolore.
Più a destra, uno scivolo di sedie informi si spezza e precipita nei meandri dell’infinito vuoto sotto di me.
Ed è qui che mi rendo conto d’essere fatto di carne.
Ed inizio a precipitare.
Senza sosta.
Mi manca il fiato.
Guardo da ogni parte con sorpresa che si trasforma in disperazione.
Di fianco a me precipitano cose. Sto scivolando giù insieme ad altre bizzarrie.
Un orologio con lancette che puntano in ogni direzione ed i numeri, che sono equazioni, svolazzano confusamente intorno. E d’un grigio ardesia ed argento. Il pendolo è un cappio. Ad ogni rintocco la vernice del legno si scrosta e forma una linea. Come d’un unghia che gratta il legno d’una cassa, cercando la libertà.
L’orologio sanguina nera melma. Questo fluido denso forma agglomerati, che si trasformano in piccole mani. Mani che tentano di afferrarmi. Ed io mi scosto. Ma esse sono più libere nei movimenti di me in questo vuoto precipitare. E mi prendono, mi stringono. Mi pizzicano la pelle. Macchiano dove toccano. Mi sento cosparso di petrolio. Non respiro.
Sotto di me: il nulla.
Ai lati, linee multiformi e tubi e molle, vasi, barattoli, macchie, sfere, forme geometriche.
Mi rassegno all’infinito precipitare.
Chiudo gli occhi.
Non voglio guardare, ma qualcosa mi spinge a sollevare le palpebre.
Con sorpresa, nel riaprili, scorgo la mia città.
Sento i piedi che poggiano su di un solido terreno.
Comincio a passeggiare e poi correre, sempre più veloce, fino a perdere il fiato, fino a sentire il cuore esplodermi nel petto.
Attraverso vie e portici, urto persone, scivolo, incespico e mi rialzo e tutto, ogni cosa intorno a me, pare splendida.
Come ho fatto ad essere così sciocco? Come ho potuto volere andare via?
Sono a casa.
E giuro, non partirò mai più.
Tiny Florence Planet.
Mountains from the city.
C’era una bizzarra casetta in centro. Dai soffici colori panna, avorio e latte. Emanava un curioso profumo di biscotto, un dolciastro familiare. Il tetto sembrava di trucioli e fette biscottate, il prato di glassa e zucchero. Contornata di grigi e anonimi palazzoni, spiccava come un ciuffo d’erba fra cemento e asfalto. I passanti non la notavano, se non come quelle strane sensazioni di cose che si muovono agli angoli del campo visivo. Ci abitavano morbide persone comuni. Si alzavano la mattina unticce poiché i muri ed i pavimenti erano fatti di fresco burro di malga. A colazione strofinavano il pane sulla parete della cucina illuminata dal sole, per poi stenderci un velo di marmellata di fragole. Calzavano pantofole dalla suola a forma di piccoli sci, per muoversi comodamente slittando da una stanza all’altra. Vestivano di abiti di carta da forno, per poi utilizzarli come superficie di cottura per dolci e tartine. Vivevano allegri e spensierati. Ma poi venne il riscaldamento globale. Venne una calda giornata estiva. Venne lo sciogliersi e il gocciolare. Vennero ustioni, dolore ed urla. Venne lo sfrigolare come pelle di pollo in padella. Venne l'odore di carne bruciata, mescolata al profumo di biscotto e crosticina di tortino gratinato. Venne la morte e la casa sparì. Venne un grigio palazzo a colmare il vuoto. E nessuno dimenticò, poiché nessuno aveva visto e nessuno aveva notato, quelle bizzarre aranciate forme umane, adagiate in una pozza di fumante burro fuso.
Corro portando tra le mani come un carbone acceso l’istante che agonizza. Insieme a me se ne vanno le stelle e questo mulinello di materia intorno al niente. Con i palmi ardenti ho trasportato il gioiello dal remoto per offrirtelo come uno specchio: quello che vedi non è il tuo viso ma un fiume in piena che si porta tutte le anime tranne la tua e la mia. Il nostro incontro ci ha lasciato fuori dallo spazio, dal tempo e da noi stessi. Siamo definitivamente l’istante che non muore.
Siamo definitivamente l’istante che non muore - Alejandro Jodorowsky Prullansky
Shortfilm by Marc Riba & Anna Solanas
Fanno ombra sui passi non ancora percorsi dei figli mai concepiti mai neanche immaginati.
Buio sul voler guardare lontano perché infondo il nulla da vedere ci aspetta.
Gomma sporca strofinata su di un futuro come un muro che pulito non è mai stato.
Quello che ci resta: Briciole confuse.
Capitolo 2: Arthur Porcupine si presenta
<<La vita umana è come un pendolo che oscilla incessantemente fra il dolore e la noia,
passando per l’intervallo fugace, e per di più illusorio, del piacere e della gioia.>>
Perché non fare una digressione durante l’attesa del bramato caffè? Quale momento peggiore per distorcere il tempo, allungarlo, e rendere questa vita un poco più sofferente?
Dunque, mi presento: Il mio nome è Arthur S. Porcupine e sì, sono io a raccontare questa storia. Ovviamente racconto in terza persona poiché rende il tutto molto più affascinante, misterioso. Al diavolo la modestia, posso parlare di me e dire quel che mi pare senza risultare vanesio. Ma probabilmente è qualcosa che avrei dovuto evitare di spiegare, che, come mio solito, ho spiegato lo stesso per motivi a me sconosciuti se non per l’intenso desiderio di farmi odiare da chicchessia.
Arthur Porcupine è uno pseudonimo. Sia mai che le elucubrazioni smodate ed inutili sulla mia decadente persona finiscano sotto gli occhi di persone a me circostanti, sia mai che possano ficcare il naso o rendersi conto di poterlo fare, sia mai, sia mai!
Perché proprio questo nome? Ovviamente per lo stimatissimo Arthur Schopenhauer e il suo dilemma del porcospino. Ma non annoierò il lettore con filosofeggianti agglomerati di parole casuali atte a far sembrare la mia persona una qualche entità pensante degna di nota. Lascerò che vi informiate, che cogliate le analogie fra le mie disgrazie e le sue. Tenete bene a mente che io sì, sono un porcospino, ma uno senza spine.
Sia messo agli atti che la mia pigrizia è artefice della mancata spiegazione, e che se anche mancate di informarvi, la vostra vita scorrerà lo stesso nella medesima direzione, alla medesima variabile velocità, nel medesimo miserabile modo.
Dunque, dicevo: Mi chiamo Arthur S. Porcupine, ed ho 29 anni. Ho passato con successo la crisi Cobain, o quasi. Ed ora mi appresto a raggiungere il traguardo Gesù. No, non ho la presunzione di ritenermi figlio di una qualche divinità, divinità stessa, messia, cose a caso prive di senso. Ci tenevo solo a dare qualche checkpoint di modo da non sentirmi perso nel lungo viaggio della disperazione, o vita (come gli altri di solito prediligono chiamarla).
Lavoro in una grande, grandissima azienda, di cui non farò il nome, ma che sono solito chiamare Impero Del Male, Aldilà, Eterna Condanna, Oltretomba, Regno Dei Morti, Inferi, Tartaro, Ade, Geenna (grazie Treccani) et similia. La vita stessa è come quest’ufficio! Credi di essere finito nell’antro più lugubre ed orrido dell’inferno ed invece è il mondo reale. La sofferenza, l’aria densa che appesantisce i polmoni, fatta di percezioni, di realtà opprimente. Angoscia che permea l’aria. Il nome di questo luogo è sinonimo di straziante dolore, è samsara con karma perennemente negativo. Ogni giorno sempre le stesse cose, ogni giorno gli stessi problemi. Ti mangia l’anima, risucchia la linfa vitale, ti trascini a casa consunto, esasperato, morente, pronto al ripetersi costante degli eventi.
Tutto ciò illumina la mia giornata di nero, nel senso più positivo del termine.
Ma cosa dicevo? Ah, già, mi chiamo Arthur S. Porcupine e la S. non ho idea per cosa stia, è che da quel senso di importanza, una parvenza di eleganza, un tono al tutto. Ho 29 anni, ma non nella mia testa. Età mentale oscillante dai puerili desideri alle senili necessità.
Mettiamo tutto nel mixer con un filo d’olio, inforniamo su teglia da forno precedentemente imburrata ed infarinata, 180 gradi per 30 minuti ed otterrete questo: una vera schifezza antropomorfa che racconta di sé non sforzandosi neppure di rendere la sua vita qualcosa di affascinante, ricca di avventura ed emozione. No. Narro della mia incapacità a fare del dannatissimo caffè.
Ottimo lavoro Arthur, davvero ottimo lavoro.
Commozione generale, applausi, sipario.
I was travelling by train in order to find something not to be found
Fan art of Sym, a puzzle game that explores social anxiety disorder.
Considerazioni su di una insensatezza
Sogno ad occhi aperti una realtà d’orrore.
Pennuti colorati che volteggiano nell’aria. Sopra la gente, fra la gente. Si adagiano su di loro, sul terreno. Ma i volatili dagli sgargianti colori mutano in orrendi marchingegni di plastica e metallo che mutilano la gente, che bruciano, tagliano, sfregiano bambini, sogni, speranze.
Sogno ad occhi aperti, ma non è più un sogno. Incubo che è realtà.
La realtà che mi circonda è fatta di queste terribili creature che godono nel perpetuare il dolore altrui facendosi carico dell’arduo compito di avere ragione. L’insensibile ai più. L’essere umano.
Gioca con la vita che non è sua, perché gli si permette di farlo.
Se ne sta rintanato al calduccio di una confortevole abitazione quando intorno a lui, ancora e ancora, strumenti di morte elargiscono sentenze gratuite.
Mai coi veri responsabili.
Ma il senso qual è?
Cosa spinge noi, sciocche masse ignoranti, a chiudere gli occhi? A guardare da un’altra parte? Voltare la testa, passare oltre, allungare il passo, giudicare.
Cosa è accaduto alla strabiliante sensibilità e capacità di pensiero che ci contraddistingue dal resto degli animali? E oserei chiamarci animali se ciò non concernesse offesa a delle creature che non inventano nuovi modi per ammazzarsi.
Il disgusto mi pervade.
Mi pervade come quei pennuti colorati che esplodono sul volto felice di un bambino, che pensa d’aver trovato un giocattolo, un piccolo svago ad una vita di povertà, fame e dolore. E che invece si ritroverà cieco, si ritroverà mutilato … o non si ritroverà affatto su questa terra.
Pioggia di dolore su innocenti sotto forma di razzi, bombe e marchingegni creati per dio sa quale motivo.
Pioggia, come le lacrime che ognuno di noi dovrebbe versare.
Ma siamo arsi dentro.
L’indifferenza ci prosciuga.
Ed è così che finiremo: arsi di negligenza.
Resterà solo povere di noi, una polvere che proverà vergogna d’essere.