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@ikedayaka
割れたものを抱いて生きよ… 💭
日が過ぎていく。
days going by.
𝐈𝐥 𝐩𝐫𝐞𝐳𝐳𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐦𝐢𝐚 𝐨𝐦𝐛𝐫𝐚.
Dicono che l'arte contenga l'infinito, ma quella notte, sotto il diluvio di Osaka, l'universo intero si era ridotto al perimetro del suo corpo bagnato. Due metri e quattro centimetri di buio contro una linea sottile di pelle bianca, fragile e tagliente come vetro.
Ayaka.
Era tornata dal regno dei morti con un chip tra le dita e la mafia alle calcagna. Voleva che la odiassi, pretendeva che la canna della mia pistola sulla sua fronte fosse l'ultimo atto di una tragedia già scritta.
Il ticchettio dell'orologio tattico scandiva i secondi. Un battito freddo, matematico, l'unica cosa razionale nel silenzio di quel bunker.
Riuscivo ancora a sentire dentro di me i vecchi insegnamenti del clan. Mi parlavano di apatia, di calcolo, di come la mente debba restare ghiaccio quando la carne grida.
Ma in quel momento, la logica sembrava più distante. L’unica cosa reale era il peso di quell'accordo sporco.
Non potevo permettermi errori... C’era in gioco l'onore dei Takeda. C’era in gioco la vita di quella ragazzina. E soprattutto, il mio controllo.
Ayaka Ikeda sapeva che non le avevo concesso uno scambio equo. Non lo faccio mai. Le stavo offrendo una via d'uscita dal fango, un'identità che non fosse solo quella di un fantasma. Lei, in cambio, mi stava offrendo ciò che aveva promesso sul tetto di quel treno in corsa:
Combattere. Proteggere.
La Giuditta di Klimt era... tra le mie mani, l'oro strappato dalla cornice d'acciaio.
— Fuori era l'inferno. Lo sentii nel comunicatore, nelle frequenze interrotte, nel rumore sordo dei corpi che cadevano.
Vidi attraverso i monitor nove uomini armati andarle incontro dal corridoio opposto, ma la sua ombra rimase ferma. D'altronde era stata addestrata per questo, forgiava la sua fragilità come un'arma letale, devota a un principio di precisione e spietatezza che conoscevo fin troppo bene.
Le sue dita stringevano il nunchaku con una rabbia che mi apparteneva. Sentivo le ossa dei russi spezzarsi attraverso il microfono, un contraccolpo alla tempia, un ginocchio sfondato. Qualcuno di loro ha riso, sottovalutando quella silhouette minuta nell'oscurità. Un errore fatale. Perché ogni uomo che aveva osato calpestare Ayaka Ikeda stava imparando a sue spese la stessa, sanguinosa lezione...
Che la sua carne non era debolezza. Era una trappola.
Poi arrivò quel maledetto sparo. Non lo vidi, ma la frequenza del suo respiro si spezzò nel mio orecchio, aprendo un vuoto nello stomaco che non sapevo di avere.
Le sue ginocchia cedettero sul cemento, e per un istante il rumore della pioggia coprì tutto il resto. Stava perdendo sangue...no, stava perdendo troppo sangue.
« あー...くそ »
Ma non voleva fermarsi, non ancora, non finché io ero là dentro a stringere quella tela sotto il braccio. Ha continuato a farli cadere uno ad uno, rallentando, morendo tra le ombre, mentre io guadagnavo la via d'uscita.
Solo per me. Solo per me, che l'avevo condannata prima ancora di capirla.
Quando sono uscito e ho visto il suo corpo cedere nel buio, la mia apatia è diventata furia. L'ho trascinata in quella grotta, strappandole i vestiti per strappare quel piombo dalle sue viscere nude.
“Il ricordo di te...” ha sussurrato, prima che la sua luce si spegnesse tra le mie braccia.
Abbiamo vinto la nostra guerra, Ayaka. Ma da stanotte la tua vita non ti appartiene più. Resti viva solo perché l'ho deciso io.
@ikedayaka
Sentivo il sangue pulsare nelle mie orecchie. Un battito sordo, costante, quasi assordante nel silenzio di quel bunker.
Riuscivo ancora a sentire dentro di me la voce del mio maestro. Mi parlava di concentrazione, di equilibrio, di come il corpo dovesse diventare un’estensione dell’arma e l’arma un’estensione dell’anima.
Ma in quel momento, tutto sembrava più distante. L’unica cosa reale era il peso di quella missione.
Non poteva fallire… C’era in gioco la mia vita. C’era in gioco la vita di Daichi. E soprattutto, la sua fiducia —
Daichi Takeda non mi aveva concesso uno scambio equo. Non davvero. Mi stava aiutando a ricostruire qualcosa che credevo perduto: un nome, un volto, un’identità che non fosse soltanto quella di una spia in incognito. Io, in cambio, gli stavo offrendo ciò che avevo sempre saputo fare meglio:
Combattere. Proteggere.
La Giuditta di Klimt era… l’oggetto dello scambio.
— Era dentro. Lo sentii nel comunicatore, nel cambio d’aria, nel movimento impercettibile dell’aria.
Vidi nove uomini armati e grossi il doppio di me entrare dal corridoio opposto, ma il mio sangue rimase freddo, d’altronde non era la prima volta ed io ero stata addestrata per questo, forgiata come un soldato di prima categoria, devota a un Dio di lame affilate, disciplina e coraggio.
Le mie dita strinsero il nunchaku con naturalezza. Il primo uomo mi venne addosso con troppa sicurezza. Un errore… per lui, ovviamente. Il primo colpo gli spezzò la mascella e, prima ancora che toccasse terra, il secondo aveva già ricevuto il contraccolpo alla tempia. Il terzo? Oh, lui tentò di aggirarmi, ma il legno del mio giocattolino gli sfondò il ginocchio.
« Tutto qui? » rise uno di loro. « Mandano una donna a proteggerlo? »
Le provocazioni mi scivolavano via, d’altronde le avevo già sentite troppe volte, nulla di nuovo. Tra l’altro, ogni uomo che aveva sottovalutato Ayaka Ikeda aveva finito per imparare la stessa lezione…
Che essere donna non mi rendeva più fragile. Mi rendeva più letale, più veloce, più scaltra.
Il quarto cadde soffocando nel proprio sangue. Il quinto cercò di spararmi, ma fui più veloce, perché il nunchaku gli si avvolse attorno al polso, glielo spezzò, e l’arma scivolò via.
Poi arrivò lo sparo. Non lo vidi. Lo sentii. Un proiettile mi squarciò il fianco, aprendomi in due come se la mia carne fosse carta.
Le mie ginocchia tremarono, e per un istante il battito nelle orecchie coprì tutto il resto. Stavo perdendo sangue… no, stavo perdendo troppo sangue.
« あー …くそ »
Ma non potevo fermarmi, non ancora, non finché Daichi era là dentro, non finché stava correndo con la tela sotto il braccio e una via d’uscita ancora da guadagnarsi. Strinsi i denti fino a sentire il sapore ferroso del mio sangue — sarei morta? Forse. Ma quegli uomini, uno ad uno continuarono a cadere nonostante ogni colpo fosse più lento del precedente.
Ma cadevano, mentre io restavo in piedi.
Solo per lui. Solo per lui, che non mi credeva neanche.
Solo quando fui certa che Daichi avesse le vie libere, solo allora, il mio corpo cedette, e… non ci fu altro che buio.
@d-takeda