Dostoevskij scriveva:
«Mi tormentava il fatto che nessuno mi somigliasse e io non somigliassi a nessuno.“Io sono solo, e loro sono tutti.”»
A volte sento anch’io quella stessa fitta, come un eco che attraversa i secoli e va a posarsi sul mio petto.
Perché c’è un punto preciso, dentro di me, dove la solitudine fa nido.Non è una solitudine rumorosa: è sottile, elegante, educata.
Sa aspettare.E aspetta sempre qualcuno.
Mi dicono che siamo completi così, che dovremmo bastarci, che nessuno deve completare nessuno.Lo ripetono come fosse un mantra moderno, una verità nuova.
Io ci ho provato a crederci, lo giuro.
Ho provato a convincere il mio cuore che non gli manca niente, che non deve cercare, che non deve desiderare quel “qualcuno” che non si vede mai arrivare.
Ma anche mentre lo ripeto, dentro di me qualcosa si muove e dice il contrario.
Forse è per via di quel mito antico che Platone racconta con una bellezza che non si dimentica:
Gli esseri umani, un tempo, erano uno.Un’unica creatura, doppia e perfetta.Quattro braccia, quattro gambe, due volti che guardavano insieme nella stessa direzione.E così forti, così pieni di sé, da far tremare persino gli dèi.
Così Zeus li spezzò in due, li divise, e da allora ogni metà vaga nel mondo cercando l’altra, senza sapere dove si trovi, senza sapere se la riconoscerà.
Io questo non riesco a dimenticarlo.Mi torna in mente nei giorni quieti e soprattutto in quelli stanchi.Mi torna quando cammino tra la gente e all’improvviso sento che non somiglio a nessuno, proprio come diceva Dostoevskij.
E mi domando ,con quella malinconia che non fa piangere, ma brucia sottovoce,dov’è la mia metà?In quale punto del mondo respira?Con chi ride, in quale direzione guarda, a quale pensiero appartiene?
Non è fame d’amore, non è bisogno.È un richiamo.Una nostalgia per qualcosa che non ho mai avuto,eppure mi manca come se mi fosse stato strappato.
















