House intruders (don’t call the police)
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House intruders (don’t call the police)
kinda weird that u can think about someone as much as u want and they have no idea
Dancing on my tiptoes
by Brandon Moreno
via weheartit
“Ring for Two” by conceptual jeweler Otto Künzli — 1980.
Tartarughe all’infinito e palline di pongo.
Ho finito di leggere “Tartarughe all’infinito”. Come, del resto, il 90% della popolazione young adult readers.
Questa non sarà una recensione. Per quanto si tratti di un libro meritevole di lodi, John Green non ha bisogno che Nicole Londino stia qui a dirvi perché dovreste leggere il suo libro. Probabilmente lo avete già fatto, no? Quindi lo sapete già.
Il fatto è che… le spirali di pensiero di Aza mi hanno portata a fare qualche considerazione sull’ansia. Sull’ansia vera. Sull’ansia che ti impedisce di vivere, non quella hashtaggata sotto i post sui social – che, manco a dirlo, di ansia sono totalmente privi.
Ci ho pensato. E ripensato. Soffro di ansia anch’io? Può essere. Come Aza Holmes? No, quello no. Ma allora posso considerare la mia ansia vera oppure è solo una copertura per il mio nervosismo generale?
La buona notizia è che mi sono data una risposta. La cattiva notizia è che, be’, la risposta è la seguente: esistono un fantastilione di ansie diverse, che albergano in menti diverse e che agiscono sui corpi in cui sono ospiti in modi diversi. Meaning: sì, potrei avere l’ansia. E potresti averla anche tu. Ti ucciderà? Forse sì, forse no. Per saperlo devi conoscere il tuo tipo di ansia, come agisce sulla tua mente e sul tuo corpo. Magari non è nulla di grave, o magari la sottovaluti. Chi lo sa, eh?
Perciò non resta che fermarsi un attimo e guardare il quadro generale.
Mentre leggevo “Tartarughe all’infinito”, io ho guardato il mio, di quadro generale. Negli ultimi mesi mi sono resa conto di essere cambiata. Peggiorata e migliorata. Sopra ogni cosa, però, ho ritrovato uno schema: vado avanti settimane felice e spensierata, poi a un certo punto seguono giorni che definirei grigi, giorni in cui cerchi di dirti “è tutto ok”, ma in cui lo stomaco risponde “ah, tesoro, sicura?”. Ai giorni grigi seguono i giorni neri. Finché esplodi e torni al bianco. E al grigio. E di nuovo al nero. E via così per… tipo… sempre.
Ho dato un nome alla mia ansia. Pallina di pongo. Sì, Pallina di pongo. Perché è così che la sento. È piccola nei giorni bianchi. C’è, ma non disturba nessuno. Poi il bianco si sporca, e Pallina di pongo attira a sé altri piccoli pezzi di pongo. Rotola un po’, di qua e di là, in zone che non sono nemmeno di sua competenza, finché aggiunge pezzetti nuovi, diventa più compatta e, soprattutto, più grande. Pesante. I giorni grigi diventano grigio scuro. Pallina di pongo raccoglie polvere, detriti, pensieri invasivi/intrusivi, manco fosse un cazzo di Swiffer in una casa piena di peli di gatto.
Pallina di pongo sta lì. Raccoglie tutto. E quando dico tutto, intendo TUTTO. Pallina di pongo è incredibile, perché è capace di attaccarti addosso le gioie altrui sottoforma di fallimento personale. Loro ci riescono, tu no, vedi? Pallina di pongo riesce a prendersela per ogni cosa, trova un modo diverso (e sempre negativo) di interpretare la situazione. Non era una discussione, è che non ti vuole più nessuno, vedi? Pallina di pongo è magica perché, senza neanche farsi notare, è passata da Pallina a Massa Enorme Che Ti Schiaccia Il Petto.
Così poi succede. Succede che un litigio stupido si trasformi in una crisi di panico; succede che nei momenti più impensabili il tuo corpo vada in corto circuito e puff, cadi per terra; succede che inizi ad avere paura di fare le cose. Di uscire, di cercare lavoro, di immaginare il futuro, di parlare in pubblico. Cose che prima facevi senza pensarci diventano… insostenibili. Finché smetti di farle.
Sta qui la magnificenza di Pallina di pongo: si autoalimenta. All’infinito. Non si stanca mai. Mai.
Perciò, ecco. Vorrei dire - e lo dico - che John Green ha fatto bene a mettere l’amicizia alla base di questo romanzo; che la salute mentale in un libro per ragazzi è cosa buona e giustissima; che ho adorato il modo in cui Aza a volte intuisca di essere in un libro, di essere solo un personaggio, le suppliche al suo autore di farla uscire e basta. Sul serio, adoro quando il confine autore-personaggi traballa.
Ma sopra ogni cosa, ho adorato il fatto che la semplice lettura di un libro mi abbia portato a pensare alla mia ansia come a una Pallina di pongo. Perché così, anche solo vedendola (metaforicamente) mentre si ingrandisce, sento di avere un piccolo controllo in più. Controllo che prima non avevo. Esploderò comunque, tra qualche settimana. Sicuro. Ma almeno saprò che i giorni bianchi torneranno ancora e ancora. “C’è speranza, anche quando il cervello ti dice che non c’è”. Grazie, John.
Perciò, ragazzi, ecco. Mettiamoci in testa una cosa, perché è importante. Quando una persona è malata di tumore, siamo tutti dispiaciuti perché sentiamo che, in qualche modo, è una cosa che ti capita e basta. Ti viene un po’ a sfortuna, un po’ per colpa delle circostanze ambientali e tutte quelle robe lì.
È la stessa. Identica. Cosa. Con la salute mentale. Uno non si intristisce volontariamente. Uno non pensa quel che pensa perché lo sceglie, come dice Aza. Non siamo pazzi e non basta dire “su con la vita!” per guarire. Se uno è ricco e famoso e poi si ammazza, non è uno stronzo presuntuoso. È solo un povero disgraziato che non è riuscito a curare la sua bastardissima malattia.
Pass it on.