Roma, 13 marzo 2020
(quale giorno di "quarantena" fa)
Ci è stato chiesto di rimanere in casa fino al 3 aprile, cioè per altri 21 giorni, tre settimane. Tre settimane tra le mura di casa.
Casa. Una parola di cui si parla tanto, per la quale ci sono solo lati positivi. Casa è dove sei al sicuro e dove nulla può ferirti, farti stare male, un luogo dove rifugiarsi. Sì, noi persone siamo molto poetiche, ci piacciono le belle parole e ci fanno sentire parte di un dramma shakespeariano e distaccati dalla vita vera, quella che, nonostante siamo immersi nelle nostre fantasie teatrali, viviamo ogni giorno.
Eppure, non appena una voce ci ha detto di farlo, di restare in casa, di limitare gli spostamenti, di mostrare un modulo quando andiamo a fare la spesa per non farci fare una multa, non appena qualcuno ci ha chiesto di fare questo, tutte le belle frasi sul concetto di “casa” sembra che ce le siamo dimenticate.
“A casa? Senza uscire? E che sono un criminale io che devo giustificarmi perché mi vado a fare una passeggiata?”. “Ma chi me lo dice? Il governo. Ah il governo! Eh si svegliano solo ora!”.
Sì, probabilmente la maggior parte di noi ha reagito, seppure non a parole, in questo modo.
Quanto ci aveva dato soddisfazione il dire, nei giorni scorsi, che non sanno fare niente quelli lì che ci governano, che se devono chiudere le scuole e le università allora devono chiudere tutto, che non ci dovevano permettere di prendere il treno allora. E poi, siamo stati smentiti. E chi se lo aspettava… toccava trovare qualcos’altro di cui lamentarsi ora. E l’abbiamo trovato infatti.
Siamo così abituati alla monotonia e alla normalità che ogni provvedimento un po’ più risolutivo è visto come una delle scene di quei drammi che sì ci piacciono tanto, ma che sono troppo impegnativi per noi, per affrontarli veramente.
Ogni volta che i programmi tv si sono interrotti in questi giorni per mostrare in diretta le conferenze stampa in cui si annunciavano nuove misure per contenere il contagio del virus, tutti ci siamo guardati negli occhi e abbiamo visto lo sconcerto e l’incredulità nello sguardo di chi ci era accanto. Prima di tutto ci siamo chiesti cosa potevamo e cosa non potevamo fare con le nuove leggi, solo dopo qualche attimo ci siamo resi conto che ce lo stavamo chiedendo, e abbiamo realizzato che no non era un film sull’apocalissi o su chissà quale catastrofe che si abbatte su Londra o su New York, non era una scena vista al cinema: eravamo noi, sul divano, col pigiama indosso e il telecomando in mano.
La normalità è tale che non ci accorgiamo di quanto sia essenziale per noi fino a quando ne siamo privati. E questo è accaduto pochi giorni fa, quando abbiamo realizzato che avremmo passato le prossime tre settimane senza quello che era sempre stato, appunto, normale.
Il giorno dopo, anche i meno atletici hanno pensato che andare a correre non era contro il decreto appena entrato in vigore, e sono andati a vedere se avevano ancora qualche tuta o maglia da palestra nel cassetto. Perché noi siamo fatti così, non ci sta mai bene nulla e dobbiamo trovare qualcosa che giustifichi la nostra voglia di evadere, di non accettare la realtà.
Casa. Che bella parola, eppure noi a casa non ci volevamo proprio stare. Ma non perché non ci piaccia, ma perché ci è stato imposto e a noi non piace quando ci impongono le cose, a noi non piace essere controllati.
Ma non ci hanno “rinchiusi” perché siamo criminali, non abbiamo fatto nulla di male.
Anzi, possiamo fare del bene.
Ed ecco subito il messaggio positivo che ci solleva dalla nostra insofferenza e ci fa rialzare, convincendoci che no, non abbiamo fatto del male, ma anzi ci viene chiesto di aiutare. Ecco riaprirsi il sipario sulle scene di quei drammi immaginari, nel palcoscenico della nostra testa; ecco di nuovo che abbandoniamo la realtà e ci innalziamo a ruolo di eroi. Eroi della quarantena. Eroi italiani.
Ecco, sta in quella parola il succo della nostra positività. Italiani.
Ma no, non perché gli italiani siano più solidali di altre popolazioni, ma perché questa parola rappresenta una parte di noi, ci fa sentire parte di un tutto, e all’uomo piace sentirsi parte di qualcosa di grande. All’uomo non interessa la solitudine o l’egoismo, come a volte fa credere, gli interessa invece non sentirsi solo. E il solo fatto di essere nella medesima situazione di altri sessanta milioni di persone lo fa stare bene con se stesso. Questo ci dà la forza di andare avanti, di mettere da parte il nervosismo e di tornare a vedere le notizie al telegiornale, i post su Facebook su qualche nuova iniziativa dedicata a questi giorni di quarantena.
Sapere di essere in molti, di condividere le stesse frustrazioni e paure degli altri, ci basta per dire “sì, facciamolo”.
Siamo i primi a dire che l’ “Italia va a rotoli”, che non siamo buoni a nulla, e che dovremmo prendere esempio dagli altri Paesi. Ma ora no, ora che l’Italia ha bisogno di noi, ora che ci sentiamo utili e che abbiamo l’occasione di sentirci dire che stiamo facendo bene, che stare a casa è una dimostrazione di tenacia, ora no: l’Italia è splendida ed è splendida perché ne facciamo parte noi.
È per questo, per sentirci parte di quest’Italia buona che la gente si è affacciata al balcone ed ha intonato l’inno italiano, che in mezzo a tutte le incoerenze che diciamo si fa spazio, ci si pone davanti e ci ricorda che apparteniamo a qualcosa e quindi tanto male non siamo. Non siamo male come nazione, come italiani, ma non siamo male neanche come singoli.
Queste parole non sono solo per l’italiano, sono per l’uomo. Perché tra qualche giorno saranno i francesi a provare queste sensazioni, e guarderanno il tricolore bianco, rosso e blu con occhi diversi, gli stessi con cui gli americani guarderanno la bandiera a stelle e strisce. Siamo tutti patriottici quando serve a farci stare bene, quando il patriottismo ci dà uno scopo da inseguire.
Siamo inseguitori di scopi noi uomini, siamo alla ricerca di un fine che ci faccia sentire utili.
E questo stare a casa molti di noi lo hanno preso proprio così, come la ricerca di un fine, di un obiettivo. Riuscire a fare quel puzzle che sta nella scatola da quando ce lo hanno regalato, provare quella ricetta trovata su un blog ma che non abbiamo mai sperimentato perché non avevamo tempo, recuperare i capitoli che ci mancano da studiare, finire quel libro impolverato che con la scusa del “sono stanco” non riprendiamo mai, abbandonandoci alle stories di instagram.
E se questo ci fa stare meglio e ci fa superare questo sconvolgimento della nostra cara e amata normalità, allora va bene, facciamolo.
Non è sbagliato, è umano, è nostro. Siamo noi.