cos’è un giardino? / di Silvia Petronici
Giardini Di Connessione, come opera di arte pubblica, pone la domanda su cos’è un giardino. Dalla risposta dipende l’esito di tutto il processo attivato dall’opera. È una domanda che si rivolge alla comunità dei partecipanti, ma anche a tutti coloro che fruiranno di quello speciale spazio verde oggetto delle cure e dell’attenzione di tante persone.
Quindi, provando a rispondere, diciamo che un giardino è prima di tutto uno spazio verde. Ma non uno spazio verde qualsiasi, uno spazio circoscritto da una qualche forma di recinto, come dice la sua stessa etimologia; dal latino fino alle lingue germaniche, infatti, la radice della parola giardino ha a che fare con cingere, recintare, racchiudere.
È uno spazio protetto entro confini fisici ben visibili al cui interno è presente una varietà di specie botaniche.
Ma fin’ora si è parlato del profilo esteriore del giardino non del suo significato o della ragione per cui il giardino esiste come opera dell’uomo da quando abbiamo memoria.
Il senso e la funzione del giardino, in effetti, sono la vera domanda posta dall’opera di Giorgia Valmorri che nel contesto generale del progetto riserve urbane assume tra l’altro un’importanza particolarmente elevata.
Riserve urbane prova a indagare i luoghi dimenticati della diversità, dove, al confine tra due sistemi come nei residui di vuoto urbano o nelle aree indecise, la natura sperimenta nuove alleanze, mostra strategie insolite di sopravvivenza e accrescimento, resiste, colonizza, prende spazio in equilibrio con lo spazio.
Ecco che da questa ricognizione emergono molti giardini imprevisti, luoghi circoscritti da confini determinati dalle circostanze, luoghi ricchi di specie botaniche, di alberi o piante piccolissime e magnifici fiori nati da semi portati dal vento.
Per parlare del giardino tutto questo, però, non basta; c’è ancora qualcosa che manca per comprendere o anche solo per osservare la sua complessità. Il giardino è un sistema, un insieme ricco di scambi, mediazioni, incroci e funzioni tutte connesse nella dimensione dell’abitare. L’abitare è una categoria che si può applicare al vivente, in generale - agli esseri umani, agli animali come alle piante - significa prendere spazio, fare proprio un posto, orientarsi in esso stabilendo percorsi e confini, conoscere se stessi e il mondo sulla base dei dati provenienti dalla propria posizione e dalla geografia di emozioni e sentimenti che da essa si ricava.
In questo ecosistema, dove eco ha opportunamente a che fare con la casa (dal greco oikos), l’umano è presente e non solo come autore della dimenticanza che ha creato il vuoto dove il giardino è nato, ad esempio, ma come soggetto attivo e interattivo che disegna con le sue scelte e le sue azioni il giardino.
Nel giardino osserviamo le forme dei vegetali crearsi e mutare e in qualche misterioso modo siamo da essi osservati. Questa è sicuramente la prima relazione che si può sperimentare nel giardino, osservare qualcosa che reagisce alla nostra presenza anche se in maniera impercettibile e spesso inintelligibile. Da questa relazione appena percettibile deriva quella con se stessi, favorita dal silenzio, dagli spazi sempre mutevoli ricavati nei percorsi tra le piante che ricordano l’andamento ondivago dei nostri pensieri. Occupare, anche se transitoriamente, uno spazio nel giardino ci mette in relazione con lo spazio stesso che il giardino occupa. La via, il quartiere, la città. I semi dimorano nella terra e da lì si sviluppano, le piante dimorano nel giardino mutando e esprimendo al massimo grado la propria vitalità, il giardino dimora nella città e lì respira, si apre e si chiude consentendo lo scambio, la relazione, la meraviglia.
Le persone, a loro volta, giardinieri o ospiti del giardino, si incontrano nel giardino, su una leggera altura, condividendo una seduta, passeggiando per perdersi nel verde. Ecco che il giardino diviene, in maniera esplicita, un luogo di relazione come del resto tale è, comunque, fin dall’inizio, quando si decide di realizzarlo creando uno spazio con specifiche caratteristiche per favorire e godere della relazione con la natura.
Il giardiniere è colui che, operando nel giardino, ne determina la forma. Pertanto la forma del giardino è un costrutto culturale, è un risultato al quale si giunge attraverso scelte, azioni, attese. Il giardiniere fa o non fa, ostacola o favorisce, apre, chiude, discrimina, salva e, in tutto questo, osserva, pensa, si mette in relazione con le piante di cui è custode. Il punto fondamentale è appunto questo. La forma del giardino non è imposta alle piante, il loro comportamento osservato e compreso dal giardiniere favorisce alcune scelte e ne rende inefficaci altre fino a condurre il giardino al suo equilibrio che infine è la sua forma. Una forma, come ci insegna il filosofo e paesaggista francese Gilles Clément, dinamica, mai uguale a se stessa ma stabile e in buon equilibrio con tutto ciò di cui si compone: varietà di piante, varietà di umani, minerali, acqua, vento, sole, qualità del terreno, usi e funzioni attribuite allo spazio o derivate dallo spazio, contesto ambientale, geografico, politico e tutto il resto che non si vede ma che c’è.
Da queste riflessioni sul senso della forma aperta nel giardino, del suo naturale movimento e del nostro ruolo nel comprendere e lavorare insieme alla natura, Clément conclude, aumentando il campo di osservazione, che tutti noi siamo giardinieri. E parla proprio di giardinieri planetari, il giardino di cui siamo responsabili, infatti, circoscritto da un solido recinto gassoso, è la Terra. Il pianeta che ci ospita, la casa che possiamo abitare.
Ecco che in qualche modo abbiamo risposto alla domanda iniziale su cos’è un giardino. Un luogo in cui il nostro rapporto con la natura prende letteralmente forma, si definisce e senz’altro ci definisce. Dalla personalità del giardiniere dipende la sorte del giardino. Da noi tutti dipende il futuro della Terra.
Le azioni comprese nello sviluppo dell’opera pubblica Giardini Di Connessione guardano al formarsi di una comunità di cura del giardino come di un fenomeno del giardino stesso, una sua emanazione, un aspetto della sua naturale evoluzione. Giardinieri planetari che nel giardino circoscritto dalle antiche mura della città si prendono cura del futuro.
Fare un giardino è pertanto un’opera che richiede una raffinata sensibilità verso l’appena percettibile, il lentissimo, il possibile e l’inatteso. La stessa sensibilità che l’artista Giorgia Valmorri mette al servizio di un’autentica, sincera e coraggiosa opera di arte pubblica fatta di relazioni, di equilibri delicati tra le persone come tra le piante e il resto di ciò che abita il giardino.
Un ecosistema resiliente, una forma aperta e dinamica che deriva la sua bellezza, per usare una categoria estetica, senza soluzione di continuità dall’equilibrio che l’ambiente e le persone che lo abitano sono in grado di trovare a partire dalle circostanze create dalla visione dell’artista ma poi con la loro spontaneità, nel tempo, una stagione dietro l’altro, una fioritura dopo l’altra.














