L'ultima volta che ho visto mio zio D. è stato il 23 dicembre 2016, credo. Mi sembra di ricordare così, mi sembra che fosse il ventitré e non il ventiquattro, perché il giorno della vigilia di solito non metto piede fuori casa fino al cenone, salvo qualche incursione, salvo forse comprare un regalo di Natale in ritardo, una volta per esempio sono uscita a cercare un profumo da mio padre per mia madre, perché mio padre pensava bene di comprarlo il 27.
Quindi penso fosse il 23 dicembre, eravamo nel salottino del piano di sopra, dove ora ci sono delle poltrone rosse che forse c'erano anche allora.
Mio zio D. ha riso insieme a me di mio cugino, che aveva appena preso un cucciolo di cane insieme alla sua compagna, procurandosi le ire di mezza famiglia che vive a 300 km da lui ma che comunque aveva un'opinione molto precisa di quel cane, un'opinione negativa ovviamente. Il cane peraltro è stato chiamato Caos.
Mio zio quel giorno mi ha parlato della sua personale resurrezione, del fatto che sentiva che concluse le terapie sarebbe cominciato qualcosa di nuovo, una nuova vita; ora, mi è venuto naturale scriverlo come se fosse accaduto a me, ma ora ricordo meglio ed è stato mio fratello a raccontarmi questa conversazione tra di loro, dopo che mio zio è morto tre giorni dopo il 23 dicembre.
Mi sarebbe piaciuto che quella conversazione lui l'avesse avuta con me, la nipote umanista, la più affettuosa, la più ciarliera, la poetessa, la sinistrorsa, senza alcun dubbio la più sentimentale e come tante volte abbiamo appurato (o hanno appurato) la più appiccicosa. Sarebbe stato logicamente più naturale, mi verrebbe quasi da polemizzare.
Invece con me zio si è ritrovato a parlare di diritti di proprietà e società in accomandita semplice.
Mio zio insieme a mia madre e mia zia gestiva la SAS che porta il nome di mio nonno, una persona che ha continuato a invocarlo più volte di notte anche dopo che mio zio non c'era più: non per cattiveria, ma per Alzheimer, ma urlando il nome di D. così tante volte che avrei davvero voluto mollargli un ceffone una sera, mentre non prendeva sonno.
Io in quel periodo stavo studiando diritto privato, o diritto commerciale; la logica vorrebbe che fosse diritto commerciale, ma io ho in testa il manuale di diritto privato, rosso come le poltrone che forse c'erano già nel salottino o forse sono state messe dopo.
Per curiosità, per applicare la teoria nella mia vita e nella vita di questo negozio che è stato vulcano dimora e officina di 11 di noi, adesso 9, ho cominciato a fargli domande sul suo status di titolare, o meglio di socio accomandante. Qualche risposta me l'ha saputa dare, qualcuna me l'ha data un po' sbilenca, quasi indisponibile.
Ancora ripenso con una lucidità chiarissima a quando mia madre giorni, o settimane o mesi dopo, mi ha detto che chissà, forse una certa risposta non proprio esatta mio zio me l'aveva data pensando che io stessi indagando sulle divisioni della società per capire il mio ruolo in tutto questo. A volte ripensare che nel nostro ultimo dialogo mio zio mi credesse una potenziale arraffona, che gli faceva il malocchio pensando alla propria fetta di torta, quasi mi toglie il respiro. Ma poi, sarà andata davvero così? Lo avrà davvero pensato di me? Di me che ero la più affettuosa, che da piccola mi mettevo sulle sue ginocchia mentre decidevamo che ogni polpastrello del suo dito corrispondeva ad un pulsante per attivare uno specifico particolarissimo metodo di fare il solletico, diverso dagli altri, come se lui fosse una macchina di una divertentissima tortura a base di risate. Io che non ho mai pensato che potesse morire, che la ritenevo una preoccupazione quasi paranormale.
Alla vigilia sono uscita solo per il cenone, ma a chiamarlo cenone sembra grottesco, quanto la serata che è stata. Mio zio non c'era, l'ambulanza è venuta a prenderlo nel pomeriggio per un malore. Mia madre, mio padre, mia zia, mio zio erano corsi con lui in ospedale.
Noi eravamo incastrati a mangiare quantità imbarazzanti di cibo con mia nonna e mio nonno. A mia nonna tremavano le mani, noi abbiamo passato metà del tempo a ridere di cose che non avrebbero dovuto farci ridere.
Mio nonno ad un certo punto si è fatto la pipì addosso. Mio nonno era di stazza grande, aveva una sedia a rotelle per navigare lungo i corridoi di una casa che non si ricordava granché. Quando ha urinato, a noi è scappata una risata, inadeguata, isterica, un'altra risata nervosa in una serata nervosa. Certe volte non riesco a credere di aver riso anch’io, ma forse ho riso soltanto io. Mia nonna per la prima volta in 23 anni di vita, ne avevo ventitré, ci ha gridato contro. Ci ha detto su, si dice in Veneto. E io ricordo il mio sguardo che da giù, dal pavimento bagnato, sale su e si ferma sulla tovaglia a quadretti rossi e bianchi su cui trionfavano gli antipasti ancora avanzati (sarebbe stato troppo cibo anche con tutti i presenti), le linguine di pesce, mio fratello che sta bloccato perché siede dalla parte del tavolo che pone lui tra il tavolo e il muro e quindi anche volendo non si può muovere agilmente. Il mio sguardo si ferma sul tavolo e prende metà del corpo di mio fratello, gli altri non li prende nemmeno. Lo vedo lì fermo e poi la mia memoria si ferma.