Intervista a Noëma Kosuth
Fotografa esordiente e figlia dell'artista Joseph Kosuth, Noëma ci parla di sé, della sua vita e professione tra retaggi famigliari e ricerca personale
Figlia di Joseph Kosuth, pioniere dell'arte concettuale e della curatrice d'arte Cornelia Lauf, la ventunenne Noëma, nata a Gent e globetrotter per indole, fin da piccola partecipe all’ambiente artistico dei genitori, rispondendo con coinvolgimento e ricettività agli stimoli. Un’infanzia passata tra gallerie e mostre contribuisce a creare in lei un forte entusiasmo nei riguardi dell'arte e della comunicazione, che ha reso tangibile studiando al London College of Communications e occupandosi della direzione artistica di alcuni magazines.
Adesso che sta per terminare il suo percorso di studi al Central Saint Martins di Londra, si è avvicinata alla fotografia, alla creazione di gioielli, e allo studio di numerosi soggetti orientati verso il mondo del design. Pozzanghere, vetrate luminose, finestre isolate e lenti d'ingrandimento si trasformano in ottime superfici riflettenti...ignari soggetti delle sue fotografie.
Joseph, con il suo autentico, graffiante e incisivo approccio all'arte ha influenzato generazioni di artisti. Ti senti "vicina" alla sua conceptual art?
Si. va da sé che il suo lavoro ha avuto la sua parte nell'influenzare il mio approccio e la mia visione dell'arte. Direi che ciò vale per chiunque si avvicini alla creazione di un lavoro “concettuale”, ma nel mio caso ha avuto un peso maggiore, dato che lui è mio padre. Tuttavia, ciò non definisce necessariamente il mio lavoro. Ho sentito molti chiamarlo simpaticamente “il padre dell'arte concettuale”, appellativo al quale con un certo umorismo lui ha sempre risposto di vedersi più come la “madre”.
Credi ci sia ancora qualcuno in grado di correre dei rischi, di rincorrere una nuova ricerca espressiva sotto il punto di vista artistico?
Indubbiamente, penso sia difficile. Frequentando la scuola d'arte, spesso ho sentito studenti dire che si sentono abbattuti e privi d'ispirazione, perché “tutto è già stato fatto prima d'ora”. Vorrei pensare che le persone si siano sempre sentite così e che, comunque, nuove idee continuino a nascere. Sicuramente questo sentimento si è rafforzato adesso che è nata l'era d'internet. Le informazioni viaggiano più rapidamente, non solo c'è un maggiore bisogno di produrre più velocemente le proprie idee, ma anche nell'esporle e presentarle devono essere viste per prime.
Jackson Pollock diceva "penso che oggi più la pittura è immediata e diretta, più numerose sono le possibilità di arrivare ad esprimere la propria idea". Credi che questo pensiero possa trasferirsi anche al campo della fotografia?
Penso sia difficile paragonare la fotografia alla pittura, anche perché oggi quest'ultima è percepita da molti come un mezzo morto per esprimere idee. Ci siamo evoluti verso un differente modo d'esprimere significati. Io lo apprezzo ancora, se usato in modo furbo o senza particolari pretese, per puri scopi estetici, ma al giorno d'oggi il corpus principale della pittura sembra limitarsi a riprodurre pensieri in un formato non più così rilevante. C'è questa frase di Duchamp, che lui disse circa settant'anni fa, e che io trovo ancora molto appropriata: “Al momento il grande problema dell'arte in questa nazione, e apparentemente anche in Francia, è che non c'è spirito di rivolta – non ci sono nuove idee che si formano tra gli artisti più giovani. Stanno seguendo le strade già battute dai loro predecessori, cercando di far meglio ciò che i loro predecessori hanno già fatto”. La fotografia può essere usata senza limitazioni, e si può giocare con il formato a proprio vantaggio, su questo sono d'accordo. Credo che questo genere d'approccio dovrebbe essere usato in relazione ad ogni mezzo e pensiero. Mai limitarsi a guardare qualcosa per come appare o utilizzare uno strumento nel modo in cui è progettato per essere usato. Se tutti facessero questo, vivremmo in un mondo totalmente ottuso e burocratico.
Cosa pensi del futuro della fotografia? C'è ancora spazio per un'arte che sia emozione e partecipazione?
Penso che la fotografia sarà sempre presente e ricoprirà sempre un ruolo importante nell'arte. Nei suoi riguardi si nutre una considerazione differente rispetto agli altri mezzi. La sua importanza si percepisce nel modo in cui viviamo questa cultura telematica. Credo che ormai la nostra società sia profondamente radicata nelle immagini e dipendente da esse, sopratutto come mezzo di comunicazione, per cui hanno assunto un ruolo basilare sotto il punto di vista sociale. Questo non ha limitazioni, che si sia o meno artisti.
Londra è probabilmente il maggiore vivaio d'astri nascenti di arte, musica e moda. So che ami moltissimo la musica e ancor di più andare ai concerti.
Quando si tratta di musica, Londra è un ottimo luogo in cui vivere, un luogo che ti offre sempre l'opportunità di assistere alle performances degli artisti che ti piacciono. In quest'ultimo periodo ascolto molto “Seeds”, il nuovo album dei “Tv on the radio”. Durante Art Basel a Miami li ho sentiti suonare ad alcuni parties. Un momento indimenticabile, quest'anno, è stato incontrare Patti Smith dopo averla vista esibirsi con John Cale, alla Cartier Foundation di Parigi. John Cale è un vecchio amico di mio padre, la cui amicizia risale al periodo in cui vivevano a NY negli anni '70. È sempre piacevole vederlo sul palco.
Hai trascorso i primi quattro anni della tua vita in Belgio e i successivi dieci a Roma. Tra i mille viaggi ti sei concessa il tempo di dedicarti a passatempi "infantili", ai giochi con le bambole?
Ho vissuto a Roma per quattordici anni, dopo essere stata in Belgio, ma facevo la spola da New York all'Italia, e continuo a farlo ancora adesso. Ho avuto un'infanzia, ma credo che mi sia stato chiesto di crescere più rapidamente rispetto agli altri bambini. Per di più penso che l'Italia aiuti, in un certo senso, a crescere più in fretta. Ricordo d'essere passata dal giocare con le bambole in compagnia di mia sorella al correre in moto alle feste, come se fosse da un giorno all'altro.
Estati elleniche: quali sono gli angoli della Grecia che ti hanno incantata?
Dall'età di dieci anni ho trascorso le mie vacanze a Spetses, ogni agosto dell'anno, per circa sette anni. È un'isola davvero meravigliosa, non molto turistica se messa a confronto con il resto della Grecia, infatti molti greci si trasferiscono lì per l'estate. Apprezzo particolarmente la quasi assenza di auto – solo cavalli, carretti e moto. Ripenso a Spetses con il cuore pieno di ricordi...mi piacerebbe ritornarci.
Le geometrie di un giardino all'italiana. Le foglie sovrapposte di una kenthia verdeggiante. Un serpente adagiato sul ramo di un albero. Piante che si riflettono sulle finestre dei palazzi. Che dimensione assume la natura, nelle tue foto? Estetica, narrativa?
Credo di guardare inconsciamente alla natura negli ambienti urbani. È uno sguardo un po' nostalgico rivolto a qualcosa verso cui non ho accesso diretto ogni giorno. Trovo che ci sia una similitudine tra la città e una giungla di cemento dove i cavi elettrici possono essere percepiti come le radici aeree di un albero.
Che strumenti utilizzi per scattare?
In questo momento uso la mia Contax T2 e l'iPhone, per fotografare. In generale trovo molto attraente la bassa qualità e la semplicità di una foto scattata con l'iPhone...ed è anche rilevante in quanto è una riflessione accurata del nostro tempo.
Al Palais de Chaillot di Parigi, in occasione del Bal des Débutantes, indossavi un meraviglioso abito di Vivienne Westwood dai toni autunnali che si sposavano con eleganza all'atmosfera old-fashioned dell'evento. C'è un brand nel quale trova massima espressione il tuo stile personale?
È stata un'esperienza fantastica, sono felicissima d'aver avuto l'opportunità d'indossare un abito couture di Vivienne Westwood. I miei designers preferiti sono soprattutto giapponesi...Ho molti pezzi vintage di Commes des Garçons e Yojhi Yamamoto e di recente sono stata ad un sample sale di Issay Miyake. Sono sempre circondata dalla moda, anche perché i miei amici più cari si occupano di womenswear al CSM.
Alcune foto possono apparire, inizialmente, slegate da qualsiasi tipo di suggestione o compiacimento visivo. Ci si potrebbe ricredere attenzionando il rosso esplosivo, o il vivace verde acido che permea le altre immagini. Cosa intendono suggerire quei colori?
Non pianifico uno schema di colori, direi che si tratta più di un colore che assume un aspetto particolare in un certo ambiente, o che è forte abbastanza da dipingere un determinato punto di vista. Mi vedo più come minimalista o massimalista, sia per quanto riguarda i colori sia per altro.
Dalla fotografia alla creazione di gioielli, il tuo spirito creativo è poliedrico. Cosa ti ha spinto verso il mondo del jewelry design?
Ho avuto l'opportunità di creare dei gioielli quando sono entrata in contatto con Marta Buccellati. Marta è stata così gentile da avvicinarmi alla meravigliosa arte dell'argento. Prima d'allora mi ero limitata a fare un paio di disegni semplici, a Bali, durante la mia visita agli argentieri. Ho creato solo qualche pezzo con lei, per un progetto personale, ma ne produrrò degli altri nell'immediato futuro. A questo punto della mia vita penso sia importante approfittare di tutte le tecniche disponibili e immagazzinarle in modo tale da potervi accedere in futuro per differenti scopi.
Pensati nel futuro…ci sono dei progetti ai quali ti piacerebbe legarti a lungo termine?
Ho un paio di progetti in cantiere, al momento, ma non li mostro al pubblico. Li considero ancora come un “work in progress” dato che mi sto dedicando a loro durante la laurea. Principalmente mi sto focalizzando sulla mia dissertazione che tratterà dell'esperienza e delle reazioni cognitive del visivo e del suo status come linguaggio, in relazione al ventunesimo secolo. Sto anche lavorando ad un progetto con un giovane architetto. La maggior parte del mio lavoro si incentra sul mio interesse verso la Visual Culture. Penso che l'ampiezza degli argomenti ai quali sto lavorando e i numerosi viaggi manifestino la mia costante e fervente curiosità per il mondo. Per questa ragione una volta messa insieme una solida base, in un paio d'anni, intendo dar vita ad un personale spazio curatoriale per i miei concepts e per quelli d'altri.
di Laura Abate
Pubblicato: 01 giugno 2015 - 06:30
http://www.vogue.it/people-are-talking-about/vogue-arts/2015/05/intervista-a-no%C3%ABma-kosuth













