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@lepagliareditione
Early snow, Caspar David Friedrich
La tavola ricca di ogni ben di Dio: una cesta colma di pane e fragranti pizze fritte, da farcire con salumi e formaggi locali; un'insalata di pomodori cuor di bue - succosi, maturi, saporiti, come non ne mangiavo da tempo -, condita con bufala, basilico e un'insolita spennellata di olio al tartufo; per finire, una teglietta di patate raccolte nell'orto appena ieri, e un intingolo di peperoni, cipolle e zucchine che è le sette meraviglie; una bottiglia di rosso della casa e l'immancabile genziana a fine pasto. È la nostra ultima, intima cena abruzzese, cui seguirà l'ultima, malinconica notte alle pagliare, prima di riprendere domattina la via per la città. Per l'occasione, siamo tutti ospiti e a nessuno spetta l'incombenza delle stoviglie da pulire: un piccolo lusso concesso per addolcire il commiato, mentre ci si prepara al consueto "Addio monti" manzoniano. Alla vigilia della partenza si ha sempre motivo di tenersi su d'animo, l'uno con l'altro. "Se soltanto si potesse", mi ritrovo a pensare. "Se soltanto si potesse...", e il desiderio rimane inespresso, mentre con un sorriso accolgo l'affettuoso invito di una nuova amica a incrociare un'ultima volta i nostri calici, mentre in cielo si addensano scure nubi cariche di pioggia. Cambia il tempo. * lepagliareditione.tumblr.com #lepagliareditione #aunpassodadio
Proiettato come sono stato sinora verso il passato, la mia vita è stata fin qui una camminata di spalle: ho visto la strada già fatta, anziché quella da fare. La montagna insegna, altresì, ad avanzare con lo sguardo puntato all'orizzonte, là dove la terra lascia spazio alla vastità del cielo. * lepagliareditione.tumblr.com
Vien spontaneo domandarsi di fronte a tanta bellezza: E se fosse così ogni giorno? Se si potesse vivere di questo, di tramonti, di fatica e di aria sottile, tu mi seguiresti fino alla cima del monte? La risposta la raccoglie muta il vento, mentre placido annuisco, seguendo con lo sguardo l'ultima luce del giorno. • lepagliareditione.tumblr.com #lepagliareditione #aunpassodadio
Vien spontaneo domandarmi di fronte a tanta bellezza: e se fosse così ogni giorno? Se si potesse vivere organizzando il tempo con piccole cose, anziché arrabattarsi fra mille grattacapi, incombenze e scadenze in città? A questo penso, mentre mi godo il fresco seduto sotto la pensilina della pagliara, con in mano un bicchiere di vino. Che sia lontano dalle metropoli, mi domando, la tanto agognata via che conduce alla felicità? E, se così fosse, è in qualche modo possibile vivere di tutto agio in un luogo come questo, dove di agi (penso all'elettricità che manca in casa, ma anche e soprattutto all'acqua corrente) ve ne sono di così pochi?
Continua quello che hai cominciato e forse arriverai alla cima, o almeno arriverai in alto, a un punto che tu solo comprenderai non essere la cima.
Seneca
Che ti move, o omo, ad abbandonare le proprie tue abitudini delle città, lasciare li parenti e lo amici ad andare in lochi campestri per monti e per valli, se non la naturale bellezza del mondo?
Leonardo Da Vinci
Sfoglio il diario del grande alpinista Edward Whymper e non posso far a meno di ripensarmi seduto nel patio della pagliara ad osservare estatico il panorama. Eccola, la vetta che si erige fiera, sotto un cielo da cartolina svizzera appena drappeggiato da qualche nuvola sfilacciata dal vento; ecco l'antica dimora degli dei greci, fattasi col tempo altare sul quale offrire in sacrificio il figlio prediletto, Isacco, ricevere le tavole, apprendere dalla viva voce del divino i fondamenti del credo e approdare poi con l'arca per dar vita a nuova vita.
Entro in libreria. Inevitabilmente la curiosità mi guida verso il reparto "tempo libero e hobby" e mi ritrovo a scorrere le pagine di decine di volumi - tra romanzi, manuali e saggi - dedicati all'alpinismo. Incredibile quanto si sia scritto e quanto mi sia sconosciuto in proposito. Ci sarebbe da sedersi a terra a scartabellare, e così faccio in un lunedì sera qualunque in città, mentre oltre le finestre, in strada, le cicale si straziano dall'afa.
Sfoglio per primo il diario del grande alpinista Edward Whymper e non posso far a meno di ripensarmi seduto nel patio della pagliara ad osservare estatico il panorama. Eccola, la vetta che si erige fiera, sotto un cielo da cartolina svizzera appena drappeggiato da qualche nuvola sfilacciata dal vento; ecco l'antica dimora degli dei greci, fattasi col tempo altare sul quale offrire in sacrificio il figlio prediletto, Isacco, ricevere le tavole, apprendere dalla viva voce del divino i fondamenti del credo e approdare poi con l'arca per dar vita a nuova vita; ecco la montagna altissima al cui culmine risiede il paradiso terrestre; e, più avanti, la "siepe" - non d'un colle ma un monte -, che altro non è che il confine oltre il quale si estende l'infinito; e, ancora, ecco l'agognata meta del Grand Tour, il periglioso varco che si apre finalmente all'esplorazione, alla laica conoscenza.
Così riassunta l'evoluzione dell'iconografia della montagna, parrebbe toccato alla modernità il compito di privarla del misticismo di cui anticamente s'ammantava. Eppure - mi viene da pensare -, nonostante siano sopraggiunte la corda e la piccozza a rivelare che gli dei non vi risiedono, per chi non ha familiarità con l'alpinismo e non ha mai conquistato alcuna vetta, la montagna è tuttora sede dell'ignoto e del divino. In altre parole, per chi, come me, del monte non ha visto che i soli piedi, la cima è tuttora terra degli angeli; così come lo era per il semplice e ingenuo Luc Meynet, il fidato portatore di Whymper, il quale, al culmine della famosa scalata del Cervino, nel pieno della più sincera commozione, disse: "ascoltate, qui si sentono ridere gli angeli".
Accadde in quell'estate torrida, quando le piogge scarse e la siccità ebbero nell'intero paese conseguenze così nefaste per il raccolto che la popolazione ne serbò ancora per anni un pauroso ricordo. Già nei mesi di giugno e di luglio erano caduti sui campi assetati solo pochi e brevi rovesci, ma ora, da quando il calendario segnava agosto, non era scesa nemmeno una goccia, e persino quassù, in quest'alta valle tirolese, dove io, al pari di tanti altri, avevo sperato di trovare refrigerio, l'aria color zafferano ardeva di fuoco e di polvere. Stefan Zweig, Notte fantastica.
"La montagna è un passeggiare tra i ricordi. Ecco perché hai ripreso a scrivere: il passato va visto da una certa altezza". [da una conversazione privata]
In città si boccheggia. Il tempo di mettere insieme l'occorrente per un paio di pasti e di caricare la macchina che viaggiamo già in direzione del casello autostradale, mentre il cielo si accende delle prime stelle. Il più grande beneficio del possedere un rifugio in montagna è proprio questo: la prossimità di una via di fuga, anche in piena notte. Per chi poi, come noi, soffre così profondamente le costrizioni della vita urbana è un'autentica liberazione: come togliere a fine giornata un paio di scarpe strette tenute troppo a lungo.
Si domanda il Da Vinci: "Che ti move, o omo, ad abbandonare le proprie tue abitudini delle città, lasciare li parenti e lo amici ad andare in lochi campestri per monti e per valli, se non la naturale bellezza del mondo?".
Verso le pagliare di Fontecchio.
Una mezz'ora di cammino ancora e dal bosco scendiamo verso la piana di Fontecchio. Il passo si fa quindi più prudente. Io che non ho alcuna esperienza in alpinismo imparo in fretta a diffidare del tappeto di foglie marce che ricopre il terreno umido e odoroso di muschio. Nella mia totale inesperienza, non posso che affidarmi all'istinto e poggiare il piede laddove una roccia affiora in superficie a segnare il punto più saldo. Ad accoglierci alla fine della china una distesa dorata di graminacee, qua e là punteggiata da sporadici ciuffi di achillea e cardi di montagna. Sul fondo della scena un piccolo laghetto stagionale e un fontanile - ahi noi - asciutto. L'insieme è degno di un paesaggio di William Holman Hunt: la stessa carica di colori dei preraffaelliti, la stessa ricerca di armonia, lo stesso stupore nel cogliere il contrasto fra luce e ombra. La fortuna qui sta nel vivere ogni giorno immersi in una tela appena dipinta.