Teocrito,Idillio XI “Il ciclope”

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Teocrito,Idillio XI “Il ciclope”
Prometeo è libero?
Die Saat der Erkenntis hat aus den Menschen selbst Gotter gemacht.
La semina della conoscenza ha reso gli uomini stessi degli dei.
(Saltatio mortis, Prometheus)
Spinto dal suo grande amore per gli uomini, volendo migliorare le loro misere sorti, Prometeo disobbedisce agli altri dei facendo un emblematico dono ai mortali. Zeus, asceso al potere da poco, interviene punendolo, ignorando l’ aiuto significativo che Prometeo gli aveva dato nella lotta contro il padre Crono. Il Titano viene incatenato su una rupe deserta della Scizia dove, ogni giorno, un’ aquila si pasce del suo fegato, che ogni volta si riforma. La terribile colpa di cui si è macchiato è stata quella di aver concesso agli uomini il fuoco. Il fuoco stesso diventa tecnica, assume il vasto significato di conoscenza, consapevolezza, civiltà, scintilla temibile capace di rovesciare qualunque potere, di liberare l’ uomo dalla propria condizione fino a quel momento inumana, di uscire dalla notte eterna nella quale era costretto a condurre la propria vita. È a partire da quell’ istante che conoscere significa libertà, e libertà è decidere per se stessi, gioire e soffrire senza badare ad alcun dio. Prometeo, forte del suo antico sangue titanico, si oppone a quel giovane tiranno, a quel dio parvenu che è Zeus allo stesso modo nel quale l’ aristocratico Catilina si oppone a quell’ homo novus che ricopre la magistratura di console.
Senza rimorsi il Prometeo Incatenato di Eschilo accetta le conseguenze del suo dono, la sua incomprensibile punizione, il guadagno che ha ottenuto a gridare troppo alta la sua gloria e respinge il consiglio di Oceano, che è quello di adattarsi al nuovo dominio e sottomettersi al volere di Zeus.
Nello Sturm und Drang tedesco come nel romanticismo inglese, Prometeo funge da figura simbolica per rappresentare l'audacia e il rifiuto dell'assoggettamento a qualsiasi signoria divina, ecclesiastica o temporale.
Nella sua fervida fase sturmeriana, vissuta nel culmine della giovinezza, J. W. von Goethe compose un Inno a Prometeo che avrebbe dovuto aprire il terzo atto dell’omonimo dramma, opera mai completata dall’autore del Werther, della quale non ci restano che due atti. Il Prometeo tracciato da Goethe rifiuta la stirpe a cui appartiene, quella degli dei, e ne crea una a sua immagine e somiglianza, quella degli uomini, fatta per soffrire e per piangere,/ per godere e gioire, grata solo al proprio cuore e a nessuna divinità.
In questi versi consacrati all’immortalità, Goethe eterna una delle figure mitologiche più importanti e affascinanti, descrive la sua ardimentosa e coraggiosa insubordinazione verso il suo genere, quello divino, e verso il suo re, Zeus. E poco importa se quest’ultimo, furente, lo punisce, legando il suo corpo su di una montagna, esposto ad intemperie di qualunque sorta e di qualunque portata, e alle strazianti aggressioni perpetue di un’aquila mai sazia del suo fegato, squarciato e dilaniato ogni giorno: la sua creazione, l’uomo, resta prolifera grazie al suo dono e ad i suoi insegnamenti.
Qualunque rilettura di questo fortunato e immortale mito conduce ad un’ unica, essenziale verità: Prometeo incatenato rappresenta ogni singolo uomo, e viceversa. Ed è il più alto simbolo dell’ aspirazione umana a sfidare la propria condizione. È lo slancio di ogni Uomo-Titano a combattere sempre contro la propria aquila, nell’ impossibilità di staccarsi dalla sua personale rupe, ed è il confortevole promemoria della ricompensa che gli spetta: l’ Uomo-Titano troverà la vittoria nella sua eterna lotta tutte le volte che avrà la possibilità di ridere e piangere, tutte le volte che sarà evocato nel ricordo e preso a modello, tutte le volte che, a testa alta, salverà altri a spese sue per volontà di dignità. Sarà questo il fuoco imperituro che lo renderà libero.