Invece, forse, no.
Mi è stato detto che il mondo è una scuola. un campo dove i fiori crescono, e imparano a prendere acqua dal terreno fecondo, e poi, raggiunta la maturazione del seme, si slanciano verso il sole, o verso la luna, a proprio piacimento, a proprio sentire.
Mi è stato detto poi, che aldilà del mondo, c’è un luogo lontano, un posto bellissimo, meraviglioso, fatto di luce, angeli e stelle, e sentimenti vivi, veri, inondati da linfa vitale e episodi destinati, mai casuali, mai di circostanza. Che bello, che era, quel luogo! Avrei voluto davvero rimanerci, il posto più alto e senza paure che io abbia mai conosciuto. Come in alto ad una montagna, come quando ci si rilassa alla vista dell’alba, senza tempo, indefinita, sorvolata dal brio di un attimo indiscutibilmente silenzioso ma pieno, pieno di calma e di lucidità, di consapevolezza che il mondo è un posto bello, proprio perchè quell’attimo può essere riscoperto.
Poi, il crollo.
Tutto quello che avevo conosciuto fino a quel momento, è caduto su se stesso. e si è trasformato in una magia flebile, come la fiamma di una candela accesa, che fa luce nel quotidiano. E poi anche quella luce, fatta di amori scoperti e incroci di destini, fatta di duro lavoro e crisi interiori, fatta di ricerca costante di quel luogo dentro di me, perduto, e di viaggi costanti (sempre alla ricerca di quel tesoro, che ora non so...) anche quella luce è svanita.
E ora sono qui, nella mia stanza, a scrivere e a ribellarmi.
A ribellarmi agli schemi che mi sono costruita, alla ferma convinzione di essere traditrice del mio mondo, alla consapevolezza di dover morire male, alla certezza di dover andare lontano di dovermi “allontanare dagli altri”; ma qualcuno ha considerato l’idea, che io non voglia farlo? Che io non voglia più cercare? E se non voglio più cercare, o fare una cosa, una cosa qualsiasi, dico, come può essere non andare a sfondarmi di sushi oggi, o, più importante, non prendere di nuovo quel volo per Londra...
chi mi impedisce di cambiare strada?
Chi, dico. qui, mi impedisce di essere diversa da come sono, o da come mi sono creduta fino ad ora? E chi, gentile giuria, mi dice, che io debba PER FORZA andare in Inghilterra, che io debba PER FORZA allontanarmi dagli altri, che io sia PER FORZA, quella cosa lì divisa e separata e piena di dolore che ho sperimentato negli ultimi anni.
Chi mi dice che io stia morendo come ho creduto sino ad ora? E chi mi vieta di rimanere nella mia casa per sempre?
E chi mi dice che la mia vita debba andare per forza nel modo in cui si è prefissata?
Mi ribello. Non mi piace il disegno che mi hanno fatto;