Jens de Fries

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Jens de Fries
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Good nut
You know what day it is 🫡
Risveglio
Esili dita nere accarezzano la mente. Fiacca insania Sapore di sonno padrone delle narici.
Emergenze
Di quelle mani innamorarmi
avrei potuto
se quel braccio
a te
non mi avesse portato
La stanza di Lei
È il nonluogo dove si accede la notte. Di giorno, nei rari casi, con lasciapassare. Eletti o dannati.
Nella stanza di Lei si ha tutto senza possedere nulla. La forma senza struttura è un punto mobile, un’eco della mente propagatosi all’infinito nel vuoto.
Sulle pareti appaiono graffiti: dogmi assenti per una condotta eretica. Uno recita: “di notte si dorme”. Ma nella stanza di Lei la notte è sveglia e il giorno è torpido. Il tempo rallentato dilata le commozioni e anche l’acqua, a volte, scorre al contrario per ritornare in Paradiso. È l’ascesa di Tristano.
Nella stanza di Lei soffia il vento ad imposte chiuse. Un tabernacolo sfonda la soffitta: una sola nicchia, un altro lumino, nessun affresco. Di lato una vasca ovale colma di acqua celeste crolla nell’abisso. Per l’unione col tutto vi si immerge un arto, un’estremità. Per la sofferenza vi si immerge il capo. L’intero corpo e v’è assoluzione, qualora si fosse pronti ad essere radiati. Da cosa? Dai sogni più cari.
La stanza di Lei è un ritratto che invecchia. Nell’insensibilità del tempo il suono è distante e tumefatto. Lì la gelosia è un amore intimo, un fungo che si coltiva per allucinare la solitudine. La solitudine è la pietra inconfessata che si raccoglie fra gli scaffali impolverati, tra le tarme dei libri. Dentro v’è petrolio e piombo. Con essa vi si forgia un monile che mai nessuno sarà forse in grado di indossare.
Nella stanza di Lei non v’è verità, non v’è menzogna. L’illusione è la nube cristallina che siede troni onnipresenti. V’è uno specchio in cui si riflettono i ricordi. Uno sguardo al Suo culo per un eterno istante di fine. Pavimenti industriali. Pilastri grigioazzurri. L’odore della gomma. Tinte di stampa Kodacolor. Si odia appena si ama; v’è un punto in cui si può camminare sottosopra.
Nella stanza di Lei il ritmo cardiaco è il battere delle onde. Si fissa il mare, sull’uscio, che ha scelto come riva quella porta.
Sonnambuli
Toccava la pelle come fosse stoffa pregiata. Un Eden fra le linee del collo. Sfiorava la fronte. Baciava la polvere. Via! Via… Dall’anima si ode una lotta tra fuoco e fuoco. Il desiderio si aizza al desiderio. La vita assale la vita. Sotto l'occhio della morte ove l’immobilità soggiace al suo ghigno: un trono di fumo, un mantello di fuliggine, occhi prometeici. Gli Angeli, sono tutti caduti. Non v’è più parola. Sguardi ovunque: frequenze fendono umori sintetici. In fondo alla valle, sulla scogliera, il mare grida, il vento schiaffeggia. Un mantello di pece si sdraia sulla schiena. Il corpo disegna una svastica incompleta. Mani, arti e busto diventano una carie: il nerofumo prende loro sembianze. Negli occhi resta il fuoco quando sulle palpebre dischiuse lacrimano benzine.
Non li chiudono mai, gli occhi, i sonnambuli. Temono quel demone che li abita quanto il demone stesso teme il loro discernimento. Non v’è riconciliazione, non v’è sconfitta, non esiste vittoria. L’insana nevrosi dell’esaurire i sensi è la soddisfazione di fare ogni cosa.
È la paura di ricostruire tutto a spingere i sonnambuli a ricostruire tutto.
Dimenticare
Vorrei che mi riportassi a quando il sesso non era peccato, la voglia uno sfogo, il desiderio una menzogna. Una breccia nel tempo, una scintilla di eternità. E siamo persi. Riemerge una missiva di anni fa, che parlava di fine, per non dimenticare che la fine è l'inizio per cui gli uomini si credono immortali. Ma siamo persi. Mi domando, lentamente... Chi sei? Cosa sei? Dov'eri? Che hai fatto tutto questo tempo? Hai osservato, con gli occhi rossi della belva abbrutita, dal buio, come me? Hai sorriso, rigenerato lo spirito da esperienze effimere, come me? Hai danzato, sollevato dalle braccia di te stesso, assaporato la leggerezza, il levarsi, il diventare trasparenti al sole, come me? Hai goduto, di ció che il mondo offre e consumato, di ció che l'uomo offre, come me? Ecco. Lo specchio. E quindi questo perdersi? È un momento, uno dei tanti? Quando siamo privi d'amore e lo desideriamo. Quando siamo abituati alla privazione e poi ne abbiamo. Quando è dato, e la ricerca è di sé stessi in uno specchio. È 'il fuoco di ogni giorno'. Ti farei una proposta: perdiamoci. Andiamo dove l'occhio non arriva, calpestiamo suoli che non esistono, dove la gravità è sopra le nostre teste e il cielo è accarezzato dalle piante dei nostri piedi. Troviamo queste alture, queste lande, questi fiumi. Respiriamo venti dolci, malinconici, velenosi. Perdiamoci. Separati dai mostri mitologici, dagli arcani, da creature di rame e plastica. Scaliamo il picco delle montagne, andiamo dove l'aria non arriva ai polmoni quanto la meraviglia agli occhi. Commuoviamoci, osservando le ali che non abbiamo e gli artigli con cui accarezziamo. Sfidiamo il Leviatano dormendo di dorso sull'oceano, a fil d'acqua con l'abisso dietro di noi e le galassie sulla nostra fronte. Eccitiamoci di quel vuoto. Affrontiamolo. Perdiamoci. Ma, ti supplico, facciamolo insieme. Perché da soli ci siamo già stati, in quei posti. Perché da soli si chiama dannazione. Te la farei, questa proposta. Se non ci fossero gli specchi.
Ho amato
Sarà che sono stato recluso sul cucuzzolo di questa montagna tutta l'estate, respirando ossigeno e sale, ma io tutti questi amori brucianti di cui parlate, scrivete, vaneggiate, non li conosco. Né li ho visti, percepiti, sentiti in lontananza se non negli echi felini della vostra arroganza. Sarà che gli “amori estivi” io le chiamo scopate di stagione. Sarà l'aver passato l'estate quassù, con i monti da un lato e il mare dall'altro, con la Musica, tra le pietre del borgo, i falchetti a mezzoggiorno, le lune piene sorte oltre il monastero abbandonato e perse nella notte. Non so per voi cosa vale, o cosa sia, un “amore estivo”, ma se io lo avessi incontrato, in queste condizioni, al levar di settembre l'avrei seppellito sotto le palpebre chiuse e le ceneri salate di ogni sigaretta.
4/9/2015
Last Minute
Sono quelle cose che accadono di notte e alla notte restano. Fanno parte del non detto, dell'inutile, dell'essenziale, del capriccio, della solitudine. Sono i timbri sul polso, all'entrata di un night, vene di un marchio nero. Un last minute è una risata forzata insieme a una onesta. Un piacere miscelato al delirio. Un abbraccio estraneo, dita che avvolgono il collo, profumi da Hollywood, grida sussurrate nelle orecchie, volti che appaiono alle strobo come figurine scontornate. Corpi che si avvicinano, calori, sudori, sorrisi. Nessuno di importante. Il significato dell’importanza perso nella necessità di un contatto. Amare tutti in una notte. L'alcool giunto all'anima. Gli occhi lucidi, la nebbia della bruttezza è una risata. Ritmo. Un passo, un braccio alzato, tutto gira. E l’unico bacio onesto va alla sigaretta.