Sei del mattino. I raggi del sole filtravano dai rami degli alberi, il vento mi solleticava la pelle. Ormai era diventata un abitudine alzarmi presto e fare la mia corsetta a quell’ora; tuta, cuffiette e un’ora tutta per me. Sceglievo io il ritmo, la velocità, le pause, il tragitto, correre mi dava un senso di libertà, l’adrenalina mi rendeva euforica e grintosa abbastanza da affrontare la giornata. Era difficile per me trovare un po’ di tempo libero dato che la mia giornata era impegnata da mattino a sera per via degli studi, le riunioni con le varie associazioni, i vari eventi; il tutto organizzato nei minimi dettagli.
Finii la corsa e facendo altri esercizi, notai quanti miglioramenti avevo fatto; se avessi avuto ancora il personal trainer, sarebbe stato fiero di me. Ma secondo mia madre svolgere dell’attività fisica mi faceva perdere tempo che avrei potuto utilizzare per le mie attività sociali. Lei non era la solita donna di discendenza nobile, tutta snob e con la puzza sotto al naso, vestita di gioielli e pellicce. Lei era una donna molto dolce e umile, con dei principi molto forti, secondo i quali basò la mia educazione. Si chiamava Virginia, aveva 40 anni, sposò mio padre più o meno alla mia età. Era una donna molto graziosa, caschetto biondo, fisico asciutto e occhi verdi. Secondo me era splendida, come donna e come mamma. Passava tutta la sua vita dedicandosi alla famiglia, passava le sue giornate a sostenere e compiacere mio padre, ad occuparsi della mia educazione morale e culturale, ad avere sempre un posto di prestigio nell’alta società.
Guardai l’orologio, già le 07:05, dovevo rientrare se non volevo fare tardi a colazione. “Buongiorno signorina Clara, com’è andata la sua corsa?”
“Buongiorno sig. Paolo, molto bene, sono migliorata moltissimo. Corro a fare una doccia e poi può comunicarmi gli impegni della giornata!”.
“Perfetto, la aspetto in sala da pranzo!”.
Paolo, il mio maggiordomo personale, nonché tata. Un uomo sulla sessantina, mi conosceva dalla nascita, ero legata a lui come ad uno zio. Entrai nella mia stanza, era già pulita e sistemata, c’erano gli abiti pronti e sentivo il profumo dell’olio alla lavanda provenire dal bagno. Quell’uomo era un santo, dovevo sul serio dargli un aumento. L’acqua calda mi rilassava i muscoli ancora tesi, avevo solo dieci minuti a disposizione. Finito il bagno presi l’accappatoio, mentre lo indossavo potevo vedere la mia figura riflessa allo specchio; ero cambiata molto negli ultimi anni. Da bambina ero paffutella, con le guance sempre rosse; e senza accorgermene mi ritrovavo alta e slanciata, formosa nei punti giusti, e con i lineamenti di una donna. Mi piaceva molto curare il mio corpo, e mantenere una perfetta forma fisica non mi costava nemmeno molti sforzi, forse perché ero magra, qualità ereditata da mia madre. Quando finii di prepararmi e sistemare trucco e capelli, scesi a fare colazione.
“Buongiorno mamma, salve papà. Come è andata la cena d’affari ieri sera?”
“Oh cara, una tale noia. La signora Marchi è così superficiale, non ha fatto altro che parlare e parlare…”.
Ascoltavo mia madre confermare il fatto che una gentildonna di sani principi non avrebbe dovuto pensare solo al botulino o all’ultimo modello di Chanel, mentre notai quanto mio padre fosse silenzioso, non che in fosse un chiacchierone, ma quel giorno aveva un’aria preoccupata.
“Hai perfettamente ragione mamma, non vorrei mai diventare una donna così frivola. Papà, va tutto bene?”
“Cosa?…o si cara, sono solo pensieroso..”
“Niente di cui preoccuparsi ora”.
Ovviamente sapevo di certo che avrebbe risposto in quel modo, mio padre, il grande Massimiliano Franceschi, l’uomo più orgoglioso è testardo che il pianeta abbia mai conosciuto. È ben dieci anni più grande di mia madre, nonostante questo non ha affatto perso il suo fascino e il suo portamento da ‘superuomo’; ricco ereditario della famiglia Franceschi e magnate del legno. In vita mia non lo avevo mai visto chiedere aiuto, o, magari ammettere di aver sbagliato; era così pieno e sicuro di sè, sempre. La mamma, in sua assenza, lo definiva ‘tanto coraggioso quanto stupido’, era capace di perdersi nella parte più remota della galassia pur di non ammettere di aver sbagliato strada.
“Papà ricordi quel viaggio di cui ti avevo parlato? Con il mio insegnante, il signor Gilsoni, stiamo iniziando a definire le tappe, sarà così emozionante vedere le mie opere preferite di Gaudì, Da Vinci, Raffaello, Monet…”
con occhi sognanti immaginavo tutte quelle grandi opere, quei pezzi di storia di fronte a me che ne contemplavo la bellezza. Era un viaggio culturale che sognavo di fare da tempo. Avevo viaggiato in passato, ma erano per imparare le lingue, o vacanza con i miei genitori.
“Clara, figliola, devo dirti una cosa”.
Questo inizio non prometteva nulla di buono, ma feci cenno a mio padre per incitarlo a continuare.
“Forse è meglio posticipare il viaggio”
“ma come! Lo programmato da troppo tempo! Ho passato una vita a studiare, e ora che ho la possibilità di poter ammirare di mia persona ciò che fino ad ora ho visto solo nei libri, mi dici di aspettare? Mi dispiace, padre, ma io questo viaggio lo farò!”.
Si alzò di scatto dalla sedia, la sua espressione era molto, troppo seria
“No Clara, dispiace a me non essermi espresso bene. Per ora non farai nessun viaggio! Deciderò io quando e come potrai farlo. Non accetto polemiche. La discussione è chiusa!.”
Guardavo mia madre, che aveva l’espressione stupita e sconcertata quanto la mia. Aveva annullato una cosa così importante per me senza darmi nemmeno un briciolo di spiegazione. Ero rimasta in silenzio a finire la mia colazione sperando mia madre fosse riuscita a fargli cambiare idea.