Tra artista e curatore...mettici il project manager
Da qualche tempo si parla del bisogno di dare un riconoscimento formale a una professione nuova, attuale, necessaria, su cui molti atenei italiani e molti giovani futuri lavoratori hanno investito. Una piccola integrazione alle Modifiche al Codice dei beni culturali e del paesaggio (giugno 2014) che avrebbe un riscontro concreto per i tanti laureati di oggi e di domani, ma anche un chiaro valore simbolico. Una professione che fa convergere formazione umanistica e settori economico-gestionali (economia, modelli di business, analisi di mercato, diritto dei beni culturali, comunicazione, psicologia della cultura, gestione delle imprese culturali etc) per riuscire ad andare oltre la mera conservazione del nostro patrimonio. Stiamo parlando del manager culturale, figura professionale “sdoganata” in tanti Paesi già da moltissimi anni (soprattutto in quelli anglosassoni, dove il manager culturale è chiamato art project manager o exhibition project manager) ma che stenta a venire accettata in Italia. È vero: il termine è entrato nel linguaggio delle nostre amministrazioni solo da pochi mesi. Da quando cioè la riforma voluta da Dario Franceschini per la riorganizzazione del suo Ministero ha deciso di affidare la gestione di venti grandi musei nazionali, staccati dalle soprintendenze, a altrettanti direttori esterni all’amministrazione pubblica che avranno il titolo, appunto, di “manager della cultura”. Essi saranno, a detta del Ministro, una parte fondamentale della riforma del nuovo MiBACT, mirata ad indebolire lo strapotere dei soprintendenti, riducendo il numero dei dirigenti e intercettando figure competenti da piazzare al timone delle istituzioni museali. Tra spending review e ridefinizione degli apparati. Ma di che cosa si occupa un manager culturale? Il manager culturale è essenzialmente un project manager, cioè un supervisore e un facilitatore. Il suo ruolo è quello di portare avanti (partendo dalla progettazione, passando per la realizzazione fino ad arrivare al completamento e alla valutazione) l’organizzazione di una mostra o di un evento culturale. Per dirla con poche parole, il project manager ha come obiettivo principale la gestione del progetto in modo da garantirne il completamento nel rispetto dei tempi, dei costi e delle prestazioni tecnico- qualitative richieste. Visti gli obiettivi, il project manager si occupa sia di aspetti gestionali che di aspetti tecnici. Una figura essenziale che rimane nel dietro le quinte di una mostra ma senza la quale difficilmente si riuscirebbe ad ottenere i risultati prefissati. OBS ha avuto la straordinaria possibilità di assistere al making of della mostra Foresta blu di Fabrizio Plessi (a cura di Vincenzo Trione) che inaugurerà il nuovo spazio espositivo dell’Università IULM. È qui che abbiamo incontrato Carlo Cinque, il preparato project manager responsabile dell’Organizzazione eventi IULM, che ci ha svelato i retroscena che hanno caratterizzato la concretizzazione di questa interessante personale dell’artista emiliano. Tanti sono i compiti del project manager: definire e controllare gli obiettivi del progetto, occuparsi della progettazione dell’allestimento in dialogo con il curatore, definire e comunicare il risultato finale e le principali attività necessarie per il suo conseguimento, pianificare e schedulare le attività del progetto (nonché raccogliere dati storici per i progetti futuri), stimare le risorse necessarie in termini di manodopera, materiali, professionisti necessari, attrezzature eccetera, formulare il budget di progetto e attenersi a quello, allocare e controllare le risorse alle singole attività ed autorizzare ogni lavoro, integrare tutte le attività di pianificazione e controllo del progetto e farne tutoraggio. Inoltre deve costantemente definire lo stato di avanzamento del progetto, in termini sia fisici che di costo, misurare l’avanzamento del progetto durante la sua realizzazione e attivare interventi correttivi in caso di scostamenti o problematiche, risolvere i possibili conflitti con il committente, con i fornitori e con le funzioni specialistiche. L’allestimento di Foresta blu si è concentrato in tre intensi giorni (sabato, lunedì e martedì) ma il progetto di allestimento ha iniziato a prendere vita tre mesi prima. L’ideazione della mostra nasce dal rettorato dell’Università IULM, in particolare dal Magnifico Rettore Giovanni Puglisi, dalla volontà di creare uno spazio dedicato all’arte contemporanea. Il progetto di allestimento è stato curato e coordinato da Vincenzo Trione (professore IULM nella facoltà di Arti, Turismo e Mercati e curatore del Padiglione Italia della prossima Biennale d’arte di Venezia) con una progettazione fatta da Carlo Cinque e da Antonio Trimani, artista e assistente di Fabrizio Plessi. Per ideare il progetto della mostra Carlo Cinque ha iniziato facendo i primi rilievi durante i vari sopralluoghi nello spazio espositivo, calcolando le proporzioni giuste tra architettura e le dimensioni dei tronchi che compongono la grande installazione di Plessi. Tutto questo è stato necessario per riuscire a far dialogare un’opera grande e monumentale con lo spazio in cui è collocata. All’allestimento hanno lavorato, sotto il coordinamento di Carlo Cinque e Antonio Trimani, due elettricisti e due muratori, più tre allestitori. Si sono rese necessarie una decina di persone specializzate, un muletto e due cartellini con quattro ruote mobili per lo scarico dei tronchi, due persone per il posizionamento dei tronchi, che sono stati agganciati al soffitto della volta tramite delle americane. È stata richiesta un’autorizzazione all’occupazione del suolo stradale per il carico e lo scarico delle opere, trasportate su un camion Bilico con apertura a sponda laterale. Durante i giorni di allestimento varie e di diverso tipo sono state le difficoltà, legate soprattutto al trasporto delle opere e al posizionamento dell’illuminazione. La mostra si compone infatti di disegni e bozzetti preparatori della grande installazione che accoglie il visitatore nello spazio: cinque tronchi lunghi sei metri e con un diametro pari a 60 centimetri. Nonostante i tronchi siano stati svuotati all’interno, ognuno ha un peso pari a 300 kg. Lo spazio espositivo ha dei connettivi molto stretti ed è stato necessario usare delle tecniche particolari sia per portare all’interno i tronchi sia per le delicate fasi di disallestimento che seguiranno. Un altro punto importante è stato quello degli appendimenti: dei pesi così rilevanti sono stati calcolati sul soffitto a volta grazie a uno studio e, davanti a diverse possibili scelte, è stato deciso di applicare delle americane al soffitto fissate con una speciale resina, in modo da distribuire al meglio i pesi. Carlo ci ha parlato anche della parte più affascinante di questo lavoro: poter mettere insieme tante figure, dialogare con loro e in un certo senso mantenere degli equilibri tra tutte le parti coinvolte. Sotto questo punto di vista, una delle cose più complicate è appunto tenere gli equilibri tra il curatore e l’artista e in questo caso anche tra architettura e architetti. Ognuno ha infatti delle esigenze diverse e particolari, anche i tecnici. Quella di comunicare con gli altri per perseguire un obiettivo comune è senz’altro una dote innata, che il manager culturale applica al mondo dell’arte tra duecento telefonate al giorno e email a non finire a qualsiasi ora, anche della notte. Il coordinamento, rivela Carlo, è un martellamento continuo fino a che non si riesce ad ottenere un risultato. Le risorse finanziarie sono una delle grandi croci dei progetti culturali ed è bene avere dei riferimenti. Non è questo il caso ma poco meno di 50.000 euro è il budget minimo per una mostra di questo livello. Cosa fare per risparmiare e ottimizzare le risorse? Chiedere tanti preventivi, realizzare tutto con poche risorse umane e fare tantissimi sforzi.
Grazie a Carlo Cinque, a Antonio Trimani e ai tecnici allestitori per il tempo che ci hanno dedicato.













