«Sai che cosa credo, amico mio? che non bisogna vivere come loro vivono: sempre insieme, sempre insieme! Bisogna vedersi solo per il lavoro, o quando ci si vuole riposare o divertire. Io osservo e penso: perché con gli estranei ogni persona è tanto affettuosa? Perché di fronte agli altri tutti si sforzano di sembrare, e sono, migliori che nella propria famiglia? Perché si è peggiori con i propri parenti, che pure si amano di più? Ecco perché, mio caro, ti chiedo di comportarti sempre con me come ti sei comportato finora: ciò non t'ha impedito di volermi bene, anzi, siamo adesso molto vicini tra noi. Come ti sei comportato finora? Mi hai forse risposto sgarbatamente, mi hai sgridata? No, infatti è impossibile essere sgarbati con una donna o con una ragazza estranea, è impossibile sgridarla. Bene, mio caro: sono la tua fidanzata, sarò tua moglie, ma tu trattami sempre come un'estranea. È la miglior cosa per conservare una durevole armonia, per rafforzare l'amore. Non è vero, amor mio?». «Non so proprio, Veročka, che pensare di te. Ma tu anche prima mi stupivi».
Nikolaj Gavrilovič Černyševskij, Che fare?, traduzione e cura di Ignazio Ambrogio, Edizioni Studio Tesi (collana Collezione Biblioteca, n° 85), Pordenone, 1990; p. 126.














