styofa doing anything
wallacepolsom

blake kathryn
todays bird
Aqua Utopia|海の底で記憶を紡ぐ
Stranger Things
No title available
Game of Thrones Daily

Janaina Medeiros

JVL

oozey mess

shark vs the universe

JBB: An Artblog!
No title available
🪼
$LAYYYTER
ojovivo
Show & Tell

Product Placement
Peter Solarz

seen from United Kingdom

seen from Peru
seen from Russia
seen from Türkiye
seen from United Kingdom
seen from United States

seen from France
seen from United States
seen from United States

seen from Malaysia
seen from China

seen from Poland
seen from Congo - Brazzaville
seen from Congo - Brazzaville
seen from Paraguay

seen from United States

seen from United States
seen from United States

seen from Netherlands

seen from United States
@peltierdizab
135 anni fa nasceva Michail Bulgakov, uno degli scrittori più censurati e perseguitati del Novecento russo. Uno scrittore che trasformò la l
UN’ANALISI ANARCHICA DELLA SCIENZA, DELLA RELIGIONE E DEL POTERE; UNIVERSALITÀ DELLA NATURA E PLURALITÀ DELL’INTERPRETAZIONE
Ricerca di Hasse-Nima Golkar
1) La questione della legge: natura contro autorità
Le leggi della fisica non sono comandi; sono descrizioni. La gravità non ci “ordina” di cadere; spiega perché la caduta avviene. La differenza fondamentale risiede qui:
La legge naturale è descrittiva; la legge divina è prescrittiva.
Il problema non è l’esistenza delle norme, ma la loro origine e i meccanismi della loro applicazione. La legge naturale emerge dall’osservazione collettiva, dalla verificabilità e dalla critica continua. La “legge divina”, invece, all’interno delle strutture politico-religiose, viene spesso stabilizzata attraverso un’interpretazione gerarchica.
Nel mondo musulmano si possono osservare varie istituzionalizzazioni di tale autorità interpretativa: dalla teoria della “Velayat-e Faqih” formulata da Ruhollah Khomeini, a organizzazioni come i Fratelli Musulmani, Al-Qaeda, i Talebani, Boko Haram, lo Stato Islamico (ISIS) e Hezbollah. Ciascuno rivendica fedeltà al testo sacro, eppure ciascuno tratta la propria interpretazione come l’unica legittima.
L’anarchismo analizza questo non principalmente come una questione teologica, ma come un meccanismo di autorità interpretativa concentrata. Ovunque l’interpretazione diventi monopolio istituzionale, il potere si consolida; e ovunque il potere si consolidi, cerca conservazione ed espansione.
2) Verità assoluta e logica del dominio
Nel pensiero anarchico — da Bakunin a Kropotkin, da Emma Goldman alle correnti contemporanee — il bersaglio principale della critica è l’autorità esterna: un’istituzione che pretende di conoscere la verità e il bene per conto degli altri.
Quando un’istituzione dichiara:
• La verità finale risiede in noi,
• La nostra interpretazione è definitiva,
• La nostra legge deve applicarsi a tutti,
si stabiliscono tre livelli di dominio:
a. Dominio epistemico — monopolio sulla definizione della verità
b. Dominio morale — monopolio sulla definizione del bene e del male
c. Dominio politico — monopolio sulla forza coercitiva
Il problema non è la religione in sé, ma la struttura assolutista. La stessa logica può manifestarsi nelle ideologie totalitarie secolari. Per questo l’anarchismo critica qualunque sistema che trasformi la verità da processo dialogico in comando.
3) Scienza: struttura senza autorità finale
La scienza non possiede una figura di autorità ultima. Nessun fisico — per quanto eminente — è immune alla critica. Le teorie vengono verificate non tramite decreto clericale, ma attraverso sperimentazione riproducibile.
Da una prospettiva anarchica, la scienza è convincente proprio per la sua struttura relativamente anti-autoritaria:
• La validità dipende dall’evidenza, non dallo status.
• La critica non è una minaccia, ma un motore di sviluppo.
• Nessuna teoria è sacra.
L’anarchismo non santifica ingenuamente la scienza; anche le istituzioni scientifiche possono intrecciarsi con lo Stato, il capitale o il potere militare. Tuttavia, il metodo scientifico consente intrinsecamente una correzione interna, mentre i sistemi fondati su rivelazioni immutabili trattano spesso la critica fondamentale come una minaccia esistenziale.
4) Religione, fede personale e questione della coercizione
L’anarchismo non è necessariamente contrario alla fede personale. Molti anarchici distinguono tra credenza individuale e potere religioso istituzionalizzato.
Il problema inizia quando:
• La fede diventa legge obbligatoria;
• L’uscita viene criminalizzata;
• La critica diventa punibile;
• L’interpretazione viene confinata alla gerarchia.
In tali condizioni, la religione si trasforma da convinzione interiore in apparato di disciplina sociale. Perché ogni forma di credo imposto — nel nome di Dio, della nazione o della moralità — viola l’autonomia individuale.
5) Perché le leggi naturali sono universali ma quelle religiose no?
La risposta anarchica:
Le leggi naturali sono indipendenti dal potere.
Le leggi religiose sono sempre interpretate all’interno di reti di potere, storia e linguaggio.
Se la gravità dipendesse dall’autorità clericale, varierebbe da Paese a Paese. Ma poiché è indipendente dall’autorità, è universale.
La “legge divina”, invece, è mediata dall’interpretazione umana; pluralità e contraddizione sono quindi inevitabili.
6) La domanda anarchica fondamentale
L’anarchismo non chiede:
“Quale religione è vera?”
Chiede:
• Chi ha il diritto di legiferare per gli altri?
• Perché una sola interpretazione dovrebbe essere vincolante?
• Gli esseri umani possono organizzare la vita orizzontalmente anziché verticalmente?
In questa prospettiva, il problema non è Dio, ma il potere.
Non la fede, ma la coercizione.
Non la spiritualità, ma il dominio.
7) Conclusione
In ultima analisi, la domanda anarchica è questa: se la verità necessita di polizia, prigioni e punizioni per sopravvivere, è ancora verità — oppure è semplicemente potere che porta il nome di verità?
Romancero de Durruti - Chicho Sánchez Ferlosio
Genova sa da che parte stare
"Our common language is resistance"
Seen in Athens, Greece
L’arresto di SOHEIL ARABI: il potere che regola i conti con ogni voce che rifiuta il dominio
Soheil Arabi, attivista politico anarchico, è stato arrestato il 10 marzo 2026 (nel pieno della seconda guerra del regime con Israele). Questo arresto non è stato né casuale né una risposta a un reato specifico; al contrario, rientra nella logica intrinseca di ogni potere che, nei momenti di crisi esterna, prende di mira contemporaneamente tutte le minacce interne.
Il regime, sfruttando il clima di guerra, etichetta ogni voce già considerata scomoda come “collaborazione con il nemico” o “minaccia alla sicurezza”, eliminandola così senza costi aggiuntivi. Arabi è stato trasferito nel carcere di Ghezel Hesar — lo stesso luogo in cui, negli ultimi mesi, la macchina delle esecuzioni ha inghiottito numerosi prigionieri politici. Parallelamente, si parla della possibile confisca dei suoi beni e dei suoi veicoli. Questa confisca non è una sanzione legale, ma piuttosto un bottino di guerra del potere: la distruzione di ogni base materiale da cui un individuo potrebbe rialzarsi.
Ma Arabi non è solo. In questo breve periodo di guerra, il regime ha arrestato decine di prigionieri politici e ne ha giustiziati rapidamente alcuni. Le accuse sono ripetitive e prevedibili: spionaggio per Israele, legami con gruppi di opposizione, o persino proteste passate ora reinterpretate come collaborazione con un nemico straniero. Queste esecuzioni — di prigionieri che erano già nel braccio della morte prima della guerra — dimostrano che la guerra non rappresenta una minaccia per il regime, bensì un’opportunità d’oro: l’occasione per regolare i conti con coloro che non hanno mai accettato il dominio.
In tempo di guerra, il potere non sente più nemmeno il bisogno di mantenere l’apparenza di un giusto processo; basta invocare la “sicurezza nazionale” per presentare qualsiasi dissidente come agente straniero e imporre il silenzio attraverso la forca.
Da una prospettiva anarchica, questo ciclo è comprensibile, ma imperdonabile. Lo Stato — qualsiasi Stato — utilizza sempre la guerra come pretesto per rafforzare il controllo interno. La seconda guerra con Israele non fa eccezione: il regime islamico combatte un nemico esterno mentre, con la stessa logica, annienta l’opposizione interna. Arabi, insieme ai prigionieri politici detenuti e giustiziati, è vittima di questa struttura — una struttura che non può tollerare l’esistenza di alcuna voce indipendente, poiché ogni critica radicale mette inevitabilmente in discussione i confini dell’autorità.
Arabi, che anni fa aveva abbracciato l’anarchismo durante la sua detenzione nelle carceri di Evin e Rajai Shahr, si trova ora nuovamente a Ghezel Hesar — un luogo in cui il regime spera di mettere a tacere definitivamente la sua voce.
Ciò che il regime non comprende, tuttavia, è che l’anarchismo non è legato a una singola persona e non può essere annientato con un arresto o persino con un’esecuzione. Ogni arresto e ogni esecuzione rivela soltanto quanto il dominio sia fragile — quanto abbia bisogno di uccidere continuamente per sopravvivere.
Arabi, a Ghezel Hesar, come centinaia di prigionieri politici prima di lui, è diventato uno specchio in cui si può vedere come il potere, nel pieno di una guerra esterna, continui la sua vera guerra contro il proprio popolo. Questa non è eroicità individuale, ma la realtà nuda dell’autorità: uno Stato che, per sopravvivere, spara sia verso l’esterno che verso l’interno.
E la vera resistenza è proprio quella che Arabi ha dimostrato per anni: il rifiuto totale di questo gioco, il rifiuto di entrambe le parti della guerra e l’affermazione del principio che nessun potere — né islamico, né israeliano, né qualsiasi altro Stato — ha il diritto di appropriarsi della vita e della libertà in nome della sicurezza o dell’ideologia.
Autore: S. Bamdad
In occasione della Giornata dei prigionieri palestinesi, pubblichiamo in italiano il rapporto della Palestinian Prisoner's Society.