Una sala accogliente, dieci giorni di pasta e pomodoro e musica tra le dita. Entro, respiro e inizio a contare. cantare. raccontare.
Nelle corde, la canzone che ho scritto di notte e i suoi salti mortali per raggiungere la scadenza.
Negli occhi, il sogno di vincere, di essere ascoltati per 3 minuti e 30 da chi di questo lavoro ha saputo vivere.
L'emozione scandita dal battito di ciglia, che tiene il tempo.
E quella lotta contro l'ansia, che vuole che quei tre minuti raccontino tutto. Che raccontino le notti in treno in compagnia dei pensieri e dei vecchietti palestrati, dei voli presi di prima mattina con le occhiaie fino ai piedi, di Letizia che impara a sbucciare le patate, dei vestiti slavati e dei collant sempre bucati, dello specchio, delle canzoni improvvisate, del Rolling Stones pieno e vuoto di tutto, dell'amore via whatssup, di scoperte, di apprezzamenti, di umiltà, di suoni di mucche e scale alternative, di libertà fuori dalla scatola.
3 minuti per dimostrare il lavoro, il sacrificio, la dedizione.
E 30 secondi per respirare.