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Call Me by Your Name (2017) dir. Luca Guadagnino
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“Is there anything you don’t know?”
Call Me by Your Name (2017) dir. Luca Guadagnino
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L'amore è un bisogno?
L'amore è un regalo
Mi dispiace tu te ne sia andato via oggi, dovevi pur tornare a casa. Hai preso il treno e mi hai baciata. Avrei voluto tu fossi sceso per perderlo e guardarlo andar via senza di te. Era una situazione in cui io ho visto la possibilità della scelta. Ho un problema col tempo. Perché ho perso il senso di tutto? Cerco di non pensarci e ogni volta che me lo chiedo, mi immagino di soffiare via queste parole e dimenticare. Finché non ti avrò visto di nuovo, continuerò a pensare a quando abbiamo fatto l’amore ieri pomeriggio e stamani, a quando mi sono messa a piangere alla stazione perché non volevo che tu partissi, a quando mi hai stretta forte prima di andare a scuola, a tutte le cose belle che mi hai detto in questi giorni. Fino ad allora, sarà tutto un ricordare e annebbiarsi la mente di immagini che non coincidono con la realtà.
Adesso è quella fase del massimo del sentimento e il minimo dell’espressione, quella fase che prima o poi passerà ma non si sa quando. Penso che vada bene così, non ci vedo nulla di male, mi fa un po’ sorridere, vorrei dirti tante cose, ma scrivere è diventato faticoso e tu non riesci a parlarmi al telefono. Va bene così. Sorrido spesso quando ci penso. Perché non vuoi sentirmi al telefono? Vabbè, non importa. Ma a volte va bene anche così, immaginare le cose che non sono successe. Andrebbe bene in qualsiasi modo, non esiste bene e male o può anche esistere, cosa cambia?
oggi ho pensato che stare soli è esteticamente brutto. non per qualche implicazione morale, soltanto per un fattore di decoro. mi sono sentita poco estetica dentro ma poi è passato subito e sono uscita di casa col sorriso.
Perché i miei pensieri non fluiscono fuori di me in un modo dignitoso? Ci vuole così tanto ad imparare a fare l’architetto dei discorsi? Perché quando rileggo ciò che scrivo mi sembra che le parole tra di loro stridano come le unghie che graffiano la lavagna? Nel frattempo, continuerò a scrivere tanto e quando scriverò male scriverò di più. Forse è come quando impari a leggere a cinque anni, ma finché non ne hai otto non riesci a dare intonazione alle frasi. Col tempo imparerò a farlo meglio. Col tempo darò spessore ai discorsi.
"Avere un figlio significa esprimere un accordo assoluto con l'uomo. Se avessi un figlio sarebbe come se dicessi: sono nato, ho provato la vita e l'ho trovata così buona che merita di essere ripetuta." "E lei non l'ha trovata buona, la vita?" Jakub, sforzandosi di essere preciso, disse con cautela: "So solo che non potrei mai dire con totale convinzione: l'uomo è un essere meraviglioso e voglio riprodurlo".
Il Valzer degli addii, Milan Kundera (1970)
Penso a quando mi suonerai il piano. Chissà se mai imparerai a farlo bene. Secondo me sì. Basta volerlo. Tu lo vuoi? Io sì, tantissimo. A Padova c’è ancora il piano, alla stazione. Ogni tanto qualcuno lo suona. Una volta lo hai fatto anche tu mi hai detto, però quando non c’era nessuno, ti vergognavi. Quando me lo hai detto leggevo Madame Bovary, da allora nella mia mente associo sempre tu che suono il piano all’immagine che ho costruito di Emma. È molto simile a quella di Anna Karenina, che è molto simile a me, ma senza capelli rossi. Dici che non sei fatto per suonare e le tue mani sono anatomicamente sbagliate per questa funzione. Nel frattempo, non pensarci. Oppure pensaci. Magari per te è meglio riflettere sui limiti che ignorarli e pensare che non esistano. Questa è la conformazione di un pessimista, ma non voglio cambiarla, mi piace così, che contrasti col tuo essere sognatore. Per definirti, un nuovo ossimoro: sognatore disilluso.